Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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la linea rosa

MATTEO ANGELI

La “linea rosa” attraversa stati e regioni, creando nuove frontiere, nella battaglia globale per i diritti Lgbt. Il termine, coniato da Mark Gevisser, autore di un omonimo libro, rappresenta bene la guerra culturale scoppiata in seguito a cambiamenti impensabili solo fino a pochi anni fa. 
L’Europa ha lanciato la rivoluzione. I primi a legalizzare il matrimonio per tutti furono gli olandesi, nel 2001. Solo due anni dopo seguì il Belgio e poi nel 2005 la Spagna. Nonostante la dura opposizione della chiesa cattolica e il retaggio conservatore dell’epoca franchista. Norvegia e Svezia fecero lo stesso passo nel 2009. Portogallo e Islanda nel 2010. Nel decennio successivo, il matrimonio tra persone dello stesso sesso è diventato la norma anche in Danimarca (2012), Francia (2013), Inghilterra e Galles, Scozia (2014), Lussemburgo, Irlanda (2015), Finlandia, Malta, Germania (2017), Austria (2019). A essi s’è unita la Svizzera quest’anno. 

Il nostro continente, culla quindi del matrimonio egualitario, è però ora anche epicentro di uno scontro che ne minaccia l’unità. L’omofobia è un fenomeno vecchio. Ma l’uso politico che ne viene fatto oggi è per molti versi nuovo. Per i conservatori nazionalisti, l’avanzata dei diritti Lgbt è il cavallo di Troia di quella che loro chiamano la dittatura del politicamente corretto. Con questo termine, le forze reazionarie agitano lo spauracchio di una minaccia globalista, finalizzata a limitare la libertà d’espressione.

Lotte di civiltà vengono così raffigurate come una pericolosa importazione culturale, imposta da élite lontane, europee o mondiali. L’“ideologia gender”, la “propaganda Lgbt” sono in tal senso un elemento chiave della retorica del conservatorismo sciovinista.

I toni variano a seconda del contesto nazionale. Ad esempio, nella Francia liberale, Marine Le Pen preferisce mantenere una posizione sfumata su questi temi. S’esprime raramente, resta in retroguardia. Il suo braccio destro, il ventiseienne Jordan Bardella, taglia corto: non si torna indietro, il mariage pour tous è ormai un qualcosa di acquisito. 

Non la pensa così Éric Zemmour, che è ancora più a destra di Le Pen. Egli ha definito il matrimonio egualitario una “dissacrazione del matrimonio, una sua parodia”. Affermazioni che gli consentiranno forse di conquistare i voti delle frangie più reazionarie ma che, in un improbabile secondo turno delle presidenziali, porteranno gli avversari a fare blocco contro di lui. 

Tuttavia, la destra moderata non rinuncia a inserirsi – in maniera più sottile – in questo confronto. In occasione dello storico voto del senato francese, lo scorso 7 dicembre, contro le terapie di conversione, ventotto senatori di centrodestra si sono espressi contro. La candidata alle presidenziali de Les Républicains, Valérie Pécresse, ha preso le loro difese. La parlamentare ha alluso che il testo votato aprirebbe la porta a interventi chirurgici di cambio di sesso per i minori. Una bufala, che però la dice lunga sulla tentazione del centrodestra d’inseguire gli estremi su questi temi. Lo si è visto anche in Italia in occasione del naufragio del ddl Zan, con Forza Italia che ha fatto blocco con Fratelli d’Italia e Lega. 

In Europa occidentale le questioni legate alle persone transgender sono la nuova frontiera della scontro politico. Una svolta in questa direzione è prevista presto in Germania. Qui il nuovo governo s’è impegnato a consentire alle persone trans di veder riconosciuto legalmente il loro genere. Indipendentemente da diagnosi mediche o interventi chirurgici. È la cosiddetta self-id o autodeterminazione di genere.

In ogni caso, la frattura che più impensierisce è quella tra Europa dell’Est e Europa dell’Ovest. La maglia nera va alla iperconservatrice Polonia. Varsavia ha fatto un passo indietro sulle “zone libere da persone Lgbt”, ma solo perché la Commissione europea ha bloccato i fondi alle regioni che si definivano tali. Intanto, però, il parlamento polacco sta lavorando a una norma che punta a vietare l’organizzazione di manifestazioni Lgbt. Come il pride, e ogni altro evento volto a promuovere “orientamenti sessuali diversi dall’eterosessualità”. O “la possibilità di adottare bambini a coppie di persone dello stesso sesso”. 

In maniera simile, a fine novembre il parlamento ungherese ha dato il via libera al referendum su una legge anti-Lgbt. Essa è stata approvata a inizio luglio e vieta di esporre i minori a materiale riconducibile all’omosessualità o la transizione di genere. In televisione, nei libri o a scuola. 

Non è solo un attacco ai diritti di una minoranza. Polonia e Ungheria usano gay e trans per sfidare frontalmente l’Unione europea. Come un tarlo, cercano di erodere dall’interno i valori fondamentali del continente. L’Europa a cui loro aspirano non è una democrazia.

L’Ungheria tuttavia non ha una tradizione di politica anti-Lgbt. Viktor Orbán usa le stesse tattiche del governo polacco, sperando che questa sia la carta vincente per conquistare la rielezione in primavera. La sua scommessa potrebbe, però, rivelarsi sbagliata.

la linea rosa ultima modifica: 2021-12-27T10:53:53+01:00 da MATTEO ANGELI
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