Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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la lotta arcobaleno dei cattolici tedeschi

MATTEO ANGELI

La stampa tedesca lo ha definito il “più grande coming out nella storia della chiesa cattolica”. Nel documentario “Wie Gott uns schuf”, “Come Dio ci ha creati”, trasmesso lunedì sulla tv pubblica tedesca, cento persone che lavorano o hanno lavorato per le istituzioni cattoliche tedesche – sacerdoti, impiegati nelle diocesi, insegnati, educatori, e via dicendo – hanno raccontato la loro appartenenza alla comunità Lgbt. Storie fatte di intimidazioni, doppie vite, paura e sofferenze. Di persone costrette a subire molteplici pressioni sul lavoro, fino al licenziamento, a causa del loro orientamento sessuale.

Questo perché la costituzione tedesca garantisce un’autonomia speciale alla chiesa cattolica, la quale impone ai propri dipendenti disposizioni particolari, incluso il dovere di lealtà. A chi lavora per queste istituzioni religiose, viene quindi richiesto di rispettare la dottrina della chiesa e la morale cattolica, non solo sul posto di lavoro, ma anche nella vita privata. L’essere in una relazione non eterosessuale o, addirittura, il vivere apertamente il proprio orientamento di persona Lgbt costituisce in tal senso una chiara violazione di questi princìpi. Potenzialmente, si tratta di una contravvenzione del principio di lealtà, ossia di un valido motivo di licenziamento. 

L’uscita del documentario è stata accompagnata dal lancio della campagna #OutInChurch, attraverso la quale, centoventicinque dipendenti Lgbt della chiesa cattolica tedesca – molti dei quali partecipano al documentario – hanno fatto coming out e hanno pubblicato un manifesto in cui raccontano: 

Fino ad ora molti di noi non sono stati in grado di affrontare apertamente la questione della loro identità di genere e/o del loro orientamento sessuale nella professione o ambiente ecclesiastico in cui operano. C’è il rischio di conseguenze in materia di diritto del lavoro, fino ad arrivare alla distruzione della propria esistenza professionale.
Alcune persone tra noi conoscono situazioni in cui vescovi, vicari generali o altre persone con ruoli direttivi le hanno costrette a tenere segreto il loro orientamento sessuale e/o la loro identità di genere. Soltanto a questa condizione è stato loro concesso di rimanere in servizio nella Chiesa.
In questo modo si è stabilito un sistema basato sul silenzio, sulla doppia morale e sulla mancanza di sincerità. Tutto ciò produce gran quantità di effetti tossici, induce vergogna e fa ammalare; può influenzare negativamente la relazione personale con Dio e la spiritualità personale. 

Puntano il dito contro un ritardo scandaloso:

Da parte del magistero della Chiesa si sostiene, tra l’altro, che noi “non siamo in grado di costruire relazioni corrette” con altre persone, che a causa delle nostre “tendenze oggettivamente disordinate” veniamo meno alla nostra natura umana e che le relazioni omosessuali “non possono essere riconosciute come facenti parte dei piani rivelati di Dio”.
Alla luce delle conoscenze provenienti dalle scienze teologiche e dalle scienze umane, affermazioni di questo tipo non sono più accettabili o discutibili. Attraverso di esse si diffamano l’amore, l’orientamento, il genere e la sessualità queer e si priva di valore la nostra personalità.
Una discriminazione come questa rappresenta un tradimento del Vangelo ed è contraria alla missione evangelica della Chiesa, che consiste nell’essere “segno e strumento per la più intima unione con Dio come per l’unità dell’umanità intera”.

E domandano un cambiamento coraggioso: 

Di fronte a queste condizioni, non vogliamo più tacere. Esigiamo che si correggano le dichiarazioni dottrinali anti-umanitarie – anche in considerazione della responsabilità che la Chiesa riveste, a livello mondiale per i diritti umani delle persone LGBTIQ+. Ed esigiamo un cambiamento del diritto del lavoro discriminatorio vigente in ambito ecclesiastico, comprese tutte le formulazioni denigratorie ed escludenti nell’ordinamento di base del ministero ecclesiastico.

Questa iniziativa fa parte di una grande spinta trasformativa che attraversa la chiesa cattolica tedesca. Lo strappo è avvenuto già lo scorso anno, quando la congregazione della dottrina della fede ha dichiarato che è vietato concedere qualsiasi forma di benedizione alle coppie non eterosessuali, perché equivarrebbe a legittimarle, dando un giudizio positivo. Di tutta riposta, diversi vescovi e teologi tedeschi hanno criticato la nota della congregazione. Il 10 maggio, poi, oltre cento parrocchie cattoliche di Germania hanno sfidato il responsum, offrendo benedizioni di massa alle coppie omosessuali, al grido di #liebegewinnt, “l’amore vince”.

Tale slancio progressista si spiega con la necessità della istituzioni cattoliche tedesche di far fronte a una continua emorragia di fedeli, accelerata dallo scandalo sulla gestione dei preti pedofili da parte delle gerarchie. Ogni anno, migliaia di persone nel paese – dove è chiesto di dichiarare la propria religione e confessione – domandano all’anagrafe di cancellare la loro registrazione alla chiesa cattolica. 

Per sopravvivere, i vescovi tedeschi cercano di reinventarsi e sono ora impegnati in una serie di discussioni che va oltre la condizione delle persone non eterosessuali. Si dibatte anche sul ruolo delle donne nel clero o del celibato dei preti. Elementi della religione cattolica percepiti sempre più come anacronistici. La sfida al Vaticano è lanciata. Le belle parole di Francesco non bastano più. 

la lotta arcobaleno dei cattolici tedeschi ultima modifica: 2022-01-27T15:52:43+01:00 da MATTEO ANGELI
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