Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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La (non) santa alleanza

MATTEO ANGELI

Domenica la Spagna vota per rinnovare il suo parlamento. Il Partito Popolare è dato come favorito, ma probabilmente incapace di vincere abbastanza seggi per governare da solo. Per diventare presidente, il leader di centrodestra Alberto Núñez Feijóo dovrà quasi certamente stringere un patto con Santiago Abascal, leader del nazionalista Vox. Un patto faustiano. La destra identitaria e autoritaria tornerebbe in questo modo al potere nella penisola iberica, per la prima volta dalla morte di Francisco Franco.

La dinamica spagnola s’inserisce in una parabola cominciata trent’anni fa in Italia da Silvio Berlusconi, con lo sdoganamento della destra post-fascista. È questa la più grande eredità politica del Cavaliere, che si estende a macchia d’olio, contaminando tutto il continente.

Dopo l’Italia fu la volta dell’Austria. Nel 1999 l’alleanza tra l’estrema destra della FPÖ di Jorg Haider e i popolari della ÖVP scatenò lo sdegno nelle cancellerie europee. Oggi la normalizzazione cominciata da Berlusconi è diventata banalizzazione, in una dinamica che vede ridursi il fossato che fin qui in generale aveva separato il centrodestra europeista e le formazioni nazionaliste. Non è solo il caso della Spagna. Negli ultimi mesi, i popolari svedesi e finlandesi, guidati rispettivamente da Ulf Kristersson e Petteri Orpo, per poter governare sono scesi a compromessi con l’estrema destra, includendola nei loro gabinetti. 

Il caso italiano resta paradigmatico. Qui Forza Italia – membro del Partito Popolare Europeo, il gruppo politico di centrodestra peso massimo all’Eurocamera – da sempre pratica “l’unione delle destre”. Una tattica che sembra prendere piede a livello sovranazionale, in vista della elezioni europee dell’anno prossimo. Sarebbe un’inversione a U rispetto al cordone sanitario che le forze di governo hanno finora adottato in Parlamento europeo e nella maggior parte degli stati membri, per tenere l’estrema destra lontano dalla stanza dei bottoni. 

L’unione delle destre può costruirsi essenzialmente su tre temi. Il primo, il più evidente, è quello dell’immigrazione, dove Meloni e compagni già ora dettano la linea, praticamente indisturbati. Il secondo riguarda le guerre culturali, che dagli Stati Uniti fanno capolino nel continente europeo e alimentano le divisioni nel dibattito sui diritti civili. Qui la sovrapposizione tra i programmi della destra moderata e di quella estrema è molto meno scontato, perlomeno in alcuni paesi, come la Germania, dove la CDU sembra determinata a mantenere l’approccio pragmatico ereditato da Angela Merkel. Un terzo punto d’incontro – dalle conseguenze elettorali più imprevedibili – è rappresentato dalla tentazione di rimettere in discussione l’ambizione nella lotta al cambiamento climatico. In questo modo, il centrodestra europeo rinnega l’operato della “sua” presidente della Commissione, Ursula von der Leyen (che è espressione dei cristiano democratici tedeschi) e cerca di capitalizzare sullo scetticismo climatico. 

Potrebbe servire ad allargare il proprio bacino elettorale. Basti pensare che in marzo in Olanda il neonato movimento contadino-cittadino (BoerBurgerBeweging) ha stravinto le elezioni provinciali cavalcando le proteste contro i piani per abbattere le emissioni di ossido di azoto. Non a caso ora il Partito Popolare europeo corteggia il BoerBurgerBeweging, sperando che dopo la prossima tornata elettorale esso contribuisca a ingrossare i suoi ranghi in Parlamento europeo. 

Questa tattica denota che almeno parte della leadership del centrodestra europeo crede di aver esaurito la capacità di sfondare al centro e preferisce piuttosto coprirsi a destra, dove il vento del malcontento soffia nelle vele dei partiti populisti. In gioco è un cambio di equilibri epocale, che potrebbe portare all’emiciclo più a destra nella storia del Parlamento europeo. 

L’allargamento a destra ha però i suoi limiti. Lo dimostra il caso di Viktor Orbán, leader ungherese che è andato oltre tutte le linee rosse e che ora è trattato come un paria in Europa, coi suoi deputati che sono relegati nel gruppo dei non iscritti in Parlamento europeo. Orbán non è chiaramente l’unico a essere radioattivo. In Germania, ad esempio, Friedrich Merz ha detto esplicitamente che la sua CDU non dialogherà mai con l’AfD fino a quando lui sarà presidente dei cristiano democratici.

Realisticamente, i popolari europei potrebbero inglobare quelli che saranno gli eletti di Vox e Fratelli d’Italia. Secondo i pronostici, il partito di Meloni potrebbe contare fino a trenta deputati nel prossimo Parlamento europeo, formando una delle delegazioni più numerose, insieme ai tedeschi della CDU. 

Non è però detto che Meloni ceda alle avances, dato che entrare nel gruppo dei popolari vorrebbe dire per lei abbandonare la presidenza dei conservatori e riformisti. Perché essere inghiottita da un altro soggetto politico, quando in realtà, con un po’ di pazienza, potrebbe essere lei a fagocitarlo, come ha fatto in Italia? 

Da qui al voto europeo del giugno 2024 si gioca il primo tempo della partita, a carte coperte. Il secondo tempo comincerà subito dopo il voto, quando ognuno avrà misurato il proprio peso nelle urne. 

La (non) santa alleanza ultima modifica: 2023-07-21T13:12:55+02:00 da MATTEO ANGELI
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