Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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L’amore gay che l’Egitto non può censurare

MATTEO ANGELI

“Devo compararti a un giorno d’estate?” non è solo l’incipit del sonetto 18 di Shakespeare, ma anche il titolo di una versione queer de “Le mille e una notte”, presentata all’appena conclusosi Festival internazionale del cinema di Berlino. In questo musical, che attinge da racconti popolari arabi, il regista egiziano Mohammad Shawky Hassan sfida la realtà drammatica delle persone Lgbt nel mondo arabo, raccontando storie di protagonisti forti, nonostante la loro vulnerabilità. Non vittime, ma uomini senza complessi, fieri del proprio orientamento e della propria sessualità. “Bashtaalak Sa’at”, questo il titolo originale della pellicola, ha avuto una eco sproporzionata in Egitto, patria del regista, ed è presto spiegato il perché. 

Benché non sia prevista una proiezione nel paese, il fatto che il film sia diretto da una persona egiziana e che anche vari attori provengano da questa terra ha scatenato un putiferio al Cairo e dintorni, dove parlare di queste cose è letteralmente tabù. Senza che nessuno abbia visto il film, c’è chi si è spinto a chiedere che il regista venga privato della nazionalità egiziana, e chi ha gridato al tradimento dei valori iperconservatori del paese, dove l’accetta della censura si abbatte su tutto ciò che potrebbe essere vagamente bollato come “promozione della sessualità”. L’amore tra uomini, da queste parti, non viene neppure chiamato col suo nome, ma ridotto a “depravazione”.  

Era successa la stessa cosa solo qualche settimana fa, con la proiezione su Netflix di “Ashab wala Aaz”, remake dell’italiano “Perfetti sconosciuti”, storia che racconta come in una tranquilla serata un gruppo di amici finisca per svelarsi reciproci tradimenti, omosessualità nascosta e dettagli riguardo al sesso prematrimoniale. Il film è balzato immediatamente tra quelli più visti nel paese. Ma ha anche attirato su di sé le ire di una schiera di avvocati, che lo hanno accusato di “promuovere l’omosessualità”, di cercare di distruggere “i valori della famiglia” o di essere parte “di una guerra alla morale”. Alcuni membri del parlamento hanno addirittura invocato una riunione speciale per discutere se bloccare Netflix tout court.  

C’è però anche chi ha battuto le mani, come l’ex candidato alla presidenza Khaled Ali, avvocato di sinistra che ha definito il film “coraggioso, non convenzionale, approccia temi che il cinema arabo non aveva trattato prima”. E l’appetito del pubblico egiziano per questa pellicola è la prova che il sentire di parte del popolo non coincide con la morale sempre più repressiva che il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha cercato d’istituire da quando è arrivato al potere nel 2014.

La realtà, per quanto si cerchi di nasconderla, reprimerla o ignorarla, è diversa dalla postura bigotta della “polizia morale” di al-Sisi. 

Da quando il dittatore governa il paese, la repressione della comunità Lgbt in Egitto si è fatta ancora più sistematica, al punto che il regime è diventato un modello per chi pratica l’omofobia di stato. Dalle strade alle applicazioni online di incontri, le forze dell’ordine danno la caccia alle persone non eterosessuali, sorvegliano i loro social e creano falsi profili per trarli in inganno e stanarli. Per questa ragione, sempre più spesso, le persone Lgbt non sono più accusate del reato di depravazione, ma di crimini informatici. In entrambi i casi, la pena sono il carcere, gli abusi e umilianti perquisizioni. 

La morale bigotta del potere, condivisa da ampie fasce della popolazione, si traduce in un vuoto culturale, come nel caso emblematico del film “Bashtaalak Sa’at”. Praticamente nessuno lo ha visto, ma tutti ne parlano male, per il semplice fatto che esso raffigura l’amore omosessuale. Questa cecità autoinflitta impedisce di valutare l’opera d’arte in quanto tale, e ciò ostacola il progresso della società tutta, non solo della comunità Lgbt.

La vicenda è importante anche per un altro motivo, poiché mette a nudo i limiti dello stato di polizia egiziano. Il Cairo non può censurare “Bashtaalak Sa’at”, perché si tratta di una coproduzione egiziana, libanese e tedesca. E non può imbavagliare Mohammad Shawky Hassan, dato che vive in Germania. Per la dittatura egiziana, è un promemoria sulla finitezza della sua presunta onnipotenza. Per chi lotta per i diritti Lgbt in questa regione, un flebile barlume di speranza. 

L’amore gay che l’Egitto non può censurare ultima modifica: 2022-02-25T11:04:38+01:00 da MATTEO ANGELI
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