Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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l’inganno del nazional-femminismo

MATTEO ANGELI

Una donna all’Eliseo, è il sogno di coloro che in Francia lottano per la parità di genere. Se però ciò accadesse il prossimo 24 aprile, sarebbe probabilmente un incubo. Marine Le Pen ha la possibilità concreta d’infrangere il soffitto di cristallo che finora ha impedito ai francesi di avere una donna presidente della repubblica. Triste ironia, se si tiene conto che in tutti questi anni la leader di estrema destra ha orientato la propria azione politica contro le donne. 

Il voto femminile sarà decisivo tra una settimana. Le donne costituiscono il 52 per cento dell’elettorato transalpino. Secondo un sondaggio Ipsos-Stopra Steria, al primo turno il 29 per cento di loro avrebbe votato per Emmanuel Macron, il 24 per Le Pen e il 20 per cento per Jean-Luc Mélenchon. Per la candidata del Rassemblement National, è già un primo risultato importante: ai tempi del padre Jean-Marie, le donne erano tradizionalmente ostili a conferire il loro voto al partito d’estrema destra. Questo è cambiato da quando a tenere le redini è Marine, in quella che in termini elettorali è forse la più importante “normalizzazione” per il Rassemblement National. 

Le Pen sa che per vincere ha bisogno del voto femminile e lo cerca attivamente sul campo. In un comizio di giovedì ad Avignone ha evocato “l’oscurantismo che opprime le donne”, ha parlato di “aiutare le madri single e le donne vittima di violenze coniugali”, menzionando nel suo intervento anche “le madri che tremano per i loro figli” e “le donne molestate nello spazio pubblico”. 

È una metamorfosi che mira a confondere le acque. La presidente del Rassemblement National, di solito poco sensibile a questi temi, s’è definita in marzo come “una femminista che non esprime ostilità verso gli uomini”. Qualche giorno prima aveva pubblicato su Figaro una lettera in occasione della giornata internazionale della donna in cui affermava tra l’altro: “Poiché sono una donna, come potete immaginare sono molto legata alle questioni che preoccupano tutte noi. In generale, ho integrato nel mio impegno politico il fatto d’incitare le donne a prendere tutto il posto che meritano nella nostra società”. 

Tra gli impegni concreti che Le Pen ha preso nel suo programma ci sono: l’iscrizione dei molestatori da strada in un fascicolo dedicato ai delinquenti sessuali e “l’espulsione degli stranieri che commettono queste pratiche oltraggiose”; una lotta più incisiva alle violenze coniugali; la contraccezione gratuita per tutte le donne (e non solo per quelle con meno di venticinque anni, com’è il caso oggi); il raddoppio del sostegno che lo stato dà alle madri single; il prolungamento del congedo parentale e la ripartizione di questo tempo tra i due genitori. 

Una conversione in piena contraddizione con quella che negli anni è stata la sua azione politica. A più riprese, Marine Le Pen ha votato contro i diritti delle donne. In quanto europarlamentare, ad esempio, nel 2015 ha votato contro la risoluzione “sulla carriera professionale delle donne in ambito scientifico e accademico e sui soffitti di cristallo incontrati”, nel 2016 contro la risoluzione “sui fattori esterni che rappresentano ostacoli all’imprenditoria femminile europea” e contro quella “sull’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne nell’era digitale”. All’Assemblea nazionale, i deputati del suo partito hanno votato contro la legge del 26 gennaio 2016 che ha soppresso il periodo di riflessione obbligatorio prima di fare ricorso a un’interruzione volontaria di gravidanza e contro quella per la parità tra donne e uomini del 22 febbraio 2014. 

Sul diritto – essenziale – di disporre liberamente del proprio corpo, il Front National divenuto poi Rassemblement National ha combattuto costantemente la legge Veil del 1975, che introdusse il diritto all’aborto. A questo proposito, nel 2006, quando era direttrice strategica della campagna del padre, Marine Le Pen ancora sosteneva di voler far esprimere direttamente i francesi sulla questione, attraverso un referendum per abrogare la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Nel 2012, in occasione della sua prima campagna presidenziale, propose di togliere i rimborsi pubblici alle donne che accedono a tale pratica, puntando il dito contro quelli che definì aborti “di comodo”. Oggi ha attenuato di molto il suo discorso, ma si esprime ancora contro il prolungamento da dodici a quattordici settimane del lasso di tempo per interrompere volontariamente la gravidanza.

Dal padre ha ereditato una visione molto conservatrice della famiglia, dove il posto della donna è ai fornelli. A tal proposito, ancora nel 2012 voleva introdurre una retribuzione per le madri, affinché queste potessero smettere di lavorare per occuparsi dei figli. “Il progresso per le donne è restare a casa”, il suo slogan di allora. 

Quest’anno fino al primo turno che l’ha vista arrivare seconda dietro Macron, col 23,1 dei voti, contro il 27,8, Le Pen si era ben guardata dal parlare troppo delle questioni identitarie, per evitare di apparire troppo divisiva. In questi ultimi giorni, però, s’è scagliata con veemenza contro il velo portato dalle donne musulmane, dicendo che il suo “divieto nello spazio pubblico è essenziale”. “Il velo è un’uniforme islamista e non musulmana, è l’uniforme di un’ideologia, non di una religione…Nei quartieri, si dice che tutte le donne scelgono di portarlo liberamente. Non è vero: quando il velo si diffonde, isola e lo sappiamo bene”, ha dichiarato recentemente la leader di estrema destra, che promette di punire con una multa coloro che continueranno a portalo nello spazio pubblico. 

Questo è un esempio paradigmatico di come il “nazional-femminismo” di Le Pen sia tutto declinato in chiave anti-musulmana e anti-araba. È un inganno basato su una strumentalizzazione dei temi femministi, proprio per discriminare una parte della popolazione femminile, quella che sceglie di indossare il velo. Come fa la Lega nostrana, che grida alla violenza di genere solo quando a commettere il reato è un uomo di origine straniera. O Giorgia Meloni, che col suo famoso “sono una donna, sono una madre, sono cristiana” fa della sua identità di genere un mezzo per portare avanti le battaglie a favore della cosiddetta “famiglia tradizionale”, spesso agli antipodi col discorso sulla liberazione della donna. 

I nazional-femministi sono lupi travestiti da agnelli, che usano la tutela delle donne per portare avanti un discorso che resta di stampo razzista e sessista. Nel 2017 l’elettorato femminile francese non si fece fregare: il 68 per cento delle donne votò per Macron, il 32 per cento per Le Pen. Ancora una volta, esse saranno decisive nel determinare il risultato finale. 

l’inganno del nazional-femminismo ultima modifica: 2022-04-16T20:32:23+02:00 da MATTEO ANGELI
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