Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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o si dice sì o si dice no

MATTEO ANGELI

“Non ci sono mediazioni possibili, o si dice sì o si dice no. Sì alla famiglia naturale, no alla lobby Lgbt, sì alla identità sessuale, no alla ideologia di genere, sì alla cultura della vita, no a quella della morte. Sì ai valori universali cristiani, no alla violenza islamista. Sì alle frontiere sicure, no alla immigrazione massiva. Sì al lavoro per i nostri cittadini, no alla finanza internazionale. Sì alla sovranità del popolo, no ai burocrati di Bruxelles, sì alla nostra civiltà e no a chi vuole distruggerla”. Sono le parole urlate da Giorgia Meloni, in Andalusia, durante un convegno del partito di estrema destra Vox. Con qualche frase, la leader di Fratelli d’Italia ha riassunto il credo della destra ultraconservatrice, che dagli Stati Uniti arriva fino alla Russia, attraversando il continente europeo. 

È un movimento internazionale allergico all’aborto, all’eutanasia, alla crescente accettazione delle persone Lgbt e della fluidità di genere, e intriso di un patriottismo tossico. Uno schieramento che, invocando la tradizione cristiana, cerca di sabotare le nostre democrazie. Perché, sì, c’è un nesso profondo tra l’ossessione della destra estrema per le questioni di genere e il modo sempre più sfacciato con cui esprime le proprie pulsioni autoritarie. 

Di questa destra ultraconservatrice, Vladimir Putin è il modello incontestato, nonostante la guerra in Ucraina lo abbia reso infrequentabile. A partire dal 2012, quando il leader del Cremlino cominciò il suo terzo mandato presidenziale, la sua strategia è stata quella di ergersi a difensore dei “valori tradizionali”. Nella politica interna così come in quella estera. La legge russa del 2013 contro quella che viene definita “propaganda gay” è solo la punta dell’iceberg di tale tattica. La norma – a suo tempo votata all’unanimità dalla Duma (436 voti contro zero) – in pratica vieta la diffusione di informazioni che potrebbero spingere i minori di diciott’anni a credere che è normale e accettabile essere gay, lesbica, bi o trans.

Omosessualità e identità di genere vengono così presentate come una minaccia, per la società russa e i suoi bambini “innocenti”, che sono il futuro della nazione. Nella retorica dell’apparato, si tratta di pericolosa importazione dall’Occidente, che giustifica l’odio verso di esso. Lo ha ribadito Kirill, il patriarca della chiesa ortodossa russa, che si è scagliato in marzo contro i gay pride, considerati a suo avviso una manifestazione riprovevole dei valori che l’Occidente vuole esportare. 

Del resto lo aveva affermato già lo stesso Putin il 24 febbraio, annunciando l’aggressione dell’Ucraina: gli Stati Uniti e i loro partner occidentali “hanno cercato di distruggere i nostri valori tradizionali e di obbligarci ad accettare i loro falsi valori, che eroderebbero noi e il nostro popolo dall’interno, le attitudini che hanno imposto aggressivamente ai loro paesi, attitudini che portano direttamente alla degradazione a alla degenerazione, perché contrarie alla natura umana”. 

Dal 2020 la costituzione russa vieta espressamente i matrimoni tra persone dello stesso sesso. In tal modo Mosca cerca di imporsi come baluardo dei “valori tradizionali”, come alternativa a un’Occidente moralmente corrotto dalla libertà sessuale. La vecchia tattica del raffigurare le persone Lgbt come pericolose diventa quindi un pretesto non solo per discriminare questa parte della popolazione, ma anche per aggredire – verbalmente o fisicamente – chi difende i diritti di gay, bi e trans. Con la stessa logica, l’ultradestra nei paesi occidentali bolla gli avversari come politicamente corretti o “woke”.  

In quest’ottica, la dissoluzione degli stereotipi di genere viene percepita come debolezza del singolo e decadenza della società. Per chi condanna l’ideologia di genere, la grandezza collettiva passa infatti dal recupero dell’uomo forte – ovviamente eterosessuale – intorno al quale aleggia una cultura dell’impunità. Come un teppista egli s’impone sugli altri, anche attraverso la violenza. La misoginia che accomuna Vladimir Putin e Donald Trump non è solo un tratto individuale, ma punto programmatico di una politica che si vuole autoritaria. Nel rispetto della tradizione fascista.

Questo vale per tutti i leader della destra ultraconservatrice. Da veri bulli, avvelenano gli animi con una narrativa improntata a incolpare la vittima. Il nemico è ridicolizzato associandolo a caratteri femminili o all’omosessualità. Nei circoli ultraconservatori russi l’Europa diventa Gayropa. 

Secondo questo copione, è l’aggredito a essersela cercata, che siano gay, donne, stranieri o altri popoli, come nel caso dell’Ucraina. Si alimenta una cultura dello stupro, in senso stretto e senso lato, di abuso, volta a prevaricare e incurante della nozione di consenso. 

Le dicotomie strillate da Meloni questa settimana a Marbella, indicano con precisione le nuove frontiere che i vari Putin, Trump e Orbán cercano di tracciare. Sono muri che separano chi ha diritto ad avere diritti e chi invece non può reclamare uguale trattamento. Ma in questo modo i diritti diventano privilegi solo di alcuni e le democrazie perdono terreno a favore delle nuove dittature. 

Non è solo una parte di umanità a essere sotto attacco. Quando il bullo non è punito, continua a molestare con ancora più spavalderia. Invece, ogni volta che una barriera cade, c’è una spinta da entrambi i lati. Nelle lotte per i diritti delle donne il supporto degli uomini è cruciale. Per le persone Lgbt è fondamentale poter contare sugli alleati eterosessuali. Lo stesso vale nella battaglia contro il razzismo e altre forme di discriminazione. 

È vero, cara Giorgia Meloni, non ci sono mediazioni possibili. Quando si tratta di libertà, o si dice sì o si dice no. 

o si dice sì o si dice no ultima modifica: 2022-06-19T21:07:13+02:00 da MATTEO ANGELI
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