Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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omofobia di stato

scritto da MATTEO ANGELI

Nonostante la Russia sia stata esclusa dalle Olimpiadi di Tokyo per casi di doping sistematico, più di 330 suoi atleti hanno gareggiato ai Giochi sotto il nome del “Comitato olimpico russo”. Le Olimpiadi più inclusive della storia – per equilibrio di genere e partecipazione di atleti Lgbt – sono quindi finite in prima visione anche in un paese che usa la difesa dei “valori tradizionali” come arma d’influenza geopolitica. 

Il programma “60 minuti”, della televisione statale Rossiya-1, ha ospitato vari commentatori che si sono lasciati andare a insulti apertamente omofobi. Alexei Zhuravlyov, deputato alla Duma, s’è detto “disgustato” dalle persone gay e transgender. “Noi ci opponiamo a questa oscenità e perversione… Siamo contro questo abominio”, ha affermato facendo riferimento alla sollevatrice di pesi neozelandese Laurel Hubbard, prima atleta transgender in gara alle Olimpiadi. 

Igor Korotchenko, giornalista esperto di questioni militari, gli ha fatto eco: “È un brutto spettacolo. – ha sostenuto, sempre facendo riferimento a Hubbard – Se queste persone vogliono competere, portatele fuori dai riflettori olimpici, perché sono una disgrazia per i Giochi. Nell’antica Grecia, le persone di orientamento sessuale non tradizionale non erano autorizzate a partecipare. Dobbiamo proteggere la purezza delle Olimpiadi”. 

La conduttrice pro-Cremlino Olga Skabeyeva non ha battuto ciglio. Anzi, ha rincarato la dose, lasciando intendere che il ciclone tropicale diretto verso Tokyo sarebbe “una punizione divina” contro il Giappone per aver ammesso gli atleti Lgbt ai Giochi. Ancora peggio ha fatto il suo collega Anatoly Kuzichev, conduttore di un noto talk show in onda su un altro canale pubblico, Pervyj kanal. Egli si è presentato in diretta con in testa una parrucca, per prendersi gioco di Hubbard, e ha chiamato le persone transgender “psicopatici”, suggerendo che dovrebbero essere curati da degli psichiatri. 

Non è riuscita a stare zitta neppure Tatiana Navka, campionessa di pattinaggio artistico nel 2006, che su instagram se l’è presa col ginnasta spagnolo Cristofer Benitez, sostenendo che la ginnastica artistica dovrebbe essere riservata solo alle donne. Pubblicando il video di una performance di Benitez, Navka ha scritto: “Sono in uno stato si shock culturale… C’è un modo per dimenticare quello che abbiamo appena visto? Sono davvero contenta che non esista una cosa così nel nostro paese e spero che non ci sarà mai. Il maschile deve restare maschile, il femminile deve restare femminile! E i miei figli non vedranno mai questo e non lo considereranno normale”.

Si direbbe che il commento sia stato scritto dal marito di Navka, quel Dmitrij Peskov che è portavoce di Vladimir Putin. Del resto, i nauseanti commenti che hanno avuto spazio in questi giorni sulla televisione pubblica e sui social russi s’inseriscono in una vera e propria crociata anti-Lgbt, il cui inizio risale almeno al 2013. Quello fu l’anno della “legge sulla propaganda gay”, che vieta che in Russia si parli ai minori di relazioni diverse da quelle eterosessuali. 

Non c’è da stupirsi che, in uno stato il quale dichiara apertamente che l’omosessualità non è un comportamento normale, la violenza a stampo omofobo abbia subito un’impennata. Questa “omofobia di stato” usa le persone Lgbt come linea di demarcazione per dividere le nazioni tra quelle che aderiscono a una modernità decadente e chi invece abbraccia una sana tradizione. È la retorica della “famiglia tradizionale”, dei “valori tradizionali”, che vuole rinchiudere le nostre società nella gabbia del patriarcato, in cui donne e uomini devono condurre vite imbrigliate in una serie di stereotipi di genere. Tali stereotipi non recano danno solo alle persone Lgbt, ma anche alle donne e agli uomini eterosessuali. Questa è l’omofobia di stato: una dittatura, che attenta alla libertà di tutti, oltre che all’universalità della dignità umana. 

omofobia di stato ultima modifica: 2021-08-05T23:10:03+02:00 da MATTEO ANGELI