Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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Se l’Italia sta con Orbán

MATTEO ANGELI

Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Austria, Irlanda, Danimarca, Malta, Spagna, Svezia, Finlandia, Slovenia, Grecia, Francia e Germania. Sono alla fine quindici gli stati membri dell’Unione europea che hanno scelto di affiancare la Commissione nella causa contro la legge anti-LGBTQ+ introdotta dal governo ungherese nel giugno 2021.

La norma magiara è molto simile alle “don’t say gay laws” – i provvedimenti “non dire gay” – che sempre più stati a guida repubblicana stanno approvando in America. O a quella, più nota, “contro la propaganda gay” della Russia di Putin. 

Di fatto, il decreto ungherese proibisce la rappresentazione di omosessualità e transessualità nei contenuti mediatici e nel materiale educativo dedicato ai minori di diciott’anni. L’assunto portato avanti dai promotori di questa legge è che una tv o una scuola “eccessivamente progressiste” travierebbe le nuove generazioni, rendendo sempre più giovani gay o trans. La loro è l’ennesima teoria della cospirazione contro la comunità omosessuale, diffusa da una rete internazionale che fa dell’omofobia un’arma politica.

I conservatori americani oggi non si fanno problemi a dare del “groomer”, “adescatore” a chi difende la comunità LGBTQ+. In Ungheria si sono spinti ancora più in là, mischiando “lotta alla pedofilia” e “divieto di rappresentazione di orientamenti sessuali e identità di genere non convenzionali”. 

Un fatto gravissimo. Al punto che, quando la norma ungherese fu adottata, il primo ministro olandese Mark Rutte disse:

Questo è un punto talmente fondamentale che, se cediamo, non saremo più altro che un’unione commerciale e monetaria.

Se rifiutano di ritirare la norma,

per quanto mi riguarda, per loro non c’è più posto nell’Unione,

affermò Rutte in quell’occasione. 

Sulla stessa linea Xavier Bettel, premier lussemburghese, uno dei pochi leader mondiali apertamente omosessuali, che si rivolse direttamente a Orbán dicendo:

Non sono diventato gay. Lo sono, non è una scelta… Mia madre odia il fatto che io sia gay, ci convivo. Ora tu rendi legge questa discriminazione. Ti rispetto, ma questa è una linea rossa. Si tratta di un diritto fondamentale, il diritto di essere diversi. 

La data limite per aderire al ricorso della Commissione era il 6 aprile, un termine che era già stato posticipato di una settimana. 

Il governo italiano sceglie quindi di schierarsi con Viktor Orbán, affiancando un drappello di stati membri esclusivamente orientali: Polonia, Romania, Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Eppure nel 2021 l’esecutivo italiano si era unito ad altri sedici stati membri firmando una lettera che condannava la legge ungherese. Ma allora il premier era Mario Draghi. 

Ora la palla passa alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, il cui verdetto è atteso non prima del prossimo anno. 

Lo scontro è aperto e nei prossimi mesi il braccio di ferro si giocherà su più fronti. Il 7 dicembre scorso, infatti, la Commissione europea ha avanzato una proposta di regolamento che punta a introdurre un “certificato europeo di genitorialità”. L’obiettivo è di fare in modo che nessun paese europeo rifiuti di riconoscere le famiglie omogenitoriali provenienti da un altro stato membro. Roma ha già rumorosamente anticipato che si opporrà alla nuova norma. Per stare ancora con Orbán. Ancora una volta, alla parte sbagliata della storia. 

Se l’Italia sta con Orbán ultima modifica: 2023-04-08T12:13:46+02:00 da MATTEO ANGELI
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