Politically Correct
Una rubrica di Matteo Angeli
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Una coalizione arcobaleno

MATTEO ANGELI

Fino a lunedì 27 marzo gli stati membri dell’Ue hanno tempo per affiancare la Commissione europea nella storica causa C-769/22, con cui Bruxelles cerca di obbligare Budapest a fare un passo indietro sulla legge “contro la propaganda omosessuale”, adottata dal parlamento magiaro nel 2021. Il deferimento davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea è una delle fasi della cosiddetta “procedura d’infrazione”, strumento di cui l’esecutivo europeo dispone per far rispettare le sue leggi. 

Si tratta di una sentenza storica, perché di fatto la Commissione chiede alla Corte di Giustizia di riconoscere per la prima volta che i diritti LGBTQ+ fanno espressamente parte dei valori fondamentali europei. I trattati sono infatti silenti in materia e ciò consente il perdurare di grandi differenze tra uno stato all’altro. 

Se la Corte s’esprimesse a protezione delle persone gay, bi e trans, questo potrebbe non solo spingere il premier ungherese Viktor Orbán a ritirare l’odiosa legge, ma contribuirebbe anche a mettere un argine contro la deriva omotransfobica a cui si assiste in vari paesi europei.

La pressione non è solo politica, ma anche di tipo pecuniario. Se, nonostante la sentenza del massimo tribunale europeo, l’Ungheria continuasse a non rettificare la situazione, la Corte potrebbe condannarla a pagare una sanzione. 

Nel ricorso presentato dalla Commissione, pubblicato sulla gazzetta ufficiale dell’Unione europea lo scorso 13 febbraio, l’esecutivo europeo sostiene tra le altre cose che:

Nel prevedere il divieto che i minori accedano a contenuti e pubblicità che promuovono o presentano la deviazione dall’identità di genere corrispondente a quella assegnata alla nascita, il cambiamento di sesso o l’omosessualità, l’Ungheria ha violato l’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea. 

L’articolo 2 è un riferimento cruciale nei trattati europei, perché definisce i valori fondamentali dell’Unione. Esso recita: 

L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’ugua­glianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appar­tenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.

La posizione della Commissione europea era nota. Dal Palazzo Berlaymont avevano lanciato la procedura d’infrazione già il 15 luglio 2021, esattamente un mese dopo dal giorno in cui il parlamento ungherese aveva adottato la “legge recante misure più severe contro i pedofili e modifica di talune leggi per la protezione dei minori”. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva usato a suo tempo toni molto duri, dicendo

praticamente l’omosessualità viene posta a livello della pornografia, e questa legge non serve alla protezione dei bambini, è un pretesto per discriminare. Questa legge è vergognosa. 

Ora più stati hanno deciso di affiancare la Commissione nell’azione contro Budapest. Si tratta di Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Irlanda, Danimarca, Austria e Malta. Secondo le indiscrezioni di Politico Europe, anche la Spagna dovrebbe aggiungersi. Stupisce invece l’assenza di Francia e Germania, due grandi paesi europei governati da forze politiche che si proclamano attente ai diritti LGBTQ+. 

Emmanuel Macron ha probabilmente altre gatte da pelare in questo momento. La Francia brucia sull’onda della rabbia contro la riforma delle pensioni. L’inerzia tedesca invece è molto più difficile da spiegare e fa rimpiangere il precedente governo conservatore, che almeno aveva avuto il merito di aprire l’istituto del matrimonio alle coppie gay. Non va dimenticato poi che nel 2021 l’allora cancelliera Angela Merkel, Emmanuel Macron e pure il governo italiano firmarono una lettera con cui diciotto stati membri condannavano la legge ungherese. 

Diversamente da Parigi e Berlino, il Parlamento europeo ha preso una posizione netta a fianco della coalizione che sostiene la procedura d’infrazione della Commissione. Martedì 21 marzo, la commissione giuridica del Parlamento europeo ha votato questa mossa, con una maggioranza schiacciante di 18 voti a favore e due contro. Il deputato francese Pierre Karleskind, che due anni fa era stato l’iniziatore della risoluzione che ha proclamato l’Ue una zona di libertà per le persone LGBTQ+, ha affermato :

Si tratta di una decisione storica. Abbiamo mandato un messaggio chiaro ai leader nazionali. Se attacchi i valori, troverai il Parlamento europeo sul tuo cammino. 

Ancora più chiaro è stato Xavier Bettel primo ministro lussemburghese, uno dei pochi leader mondiali apertamente gay. A Politico Europe ha dichiarato:

Non è perché guardi un film sull’omosessualità che diventi gay,

mettendo in guardia rispetto alla regressione mondiale che si assiste su questi temi, con un rifermento esplicito al fatto che in questi giorni in Tanzania un’esponente politica del partito di governo ha chiesto che “gli uomini omosessuali vengano castrati”.

Mi chiedo dove stiamo andando. Quando qualcuno dice che essere gay è una scelta – posso assicurare loro che non lo è, mentre essere omofobi, questa invece sì è una scelta. Purtroppo vedo che ce ne sono sempre di più,

l’argomento di Bettel. 

L’udienza in tribunale dovrebbe svolgersi nella seconda metà dell’anno, mentre il verdetto è previsto per il 2024. Già in passato il massimo tribunale europeo ha saputo – molto meglio della politica – spingere un po’ più in la la tutela dei diritti LGBTQ+. 

Come nel caso ribattezzato “baby Sara”, col quale a fine 2021 la Corte di Giustizia ha sancito che un bambino figlio di una coppia gay, il cui atto di nascita è stato registrato in un paese dell’Ue, deve vedersi conferiti gli stessi diritti in tutti gli altri stati membri. Pure là dove non è riconosciuta l’omogenitorialità, perché altrimenti viene violato il suo diritto alla libera circolazione. Una sentenza che, soprattutto in questi giorni, molti in Italia pretendono di poter ignorare. 

Ma Bruxelles non è sola a lottare a mani nude contro quei governi che fanno dell’omotransfobia un manifesto. Ha gli strumenti per fa rispettare i diritti umani. E una coalizione di stati alleati, che ha il coraggio di affiancare la Commissione nella causa contro l’Ungheria. 

Una coalizione arcobaleno ultima modifica: 2023-03-26T11:58:12+02:00 da MATTEO ANGELI
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