Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Asinara, acqua rara

Mio vecchio amico di giorni e pensieri, da quanto tempo che ci conosciamo, venticinque anni son tanti e diciamo, un po’ retorici che sembra ieri (Francesco Guccini)

Non siamo in Sardegna, dove l’Isola dell’Asinara riporta alla mente slogan trucidi degli anni settanta, prigioni ed evasioni. L’Asinara di oggi è una cascata, o meglio un salto d’acqua, nel Parco Nazionale della Majella, comune di Pretoro, serpenti, lupi e santi. 

Fine agosto, promessa mantenuta. Sono con me Giustino Melideo e Pino Cornacchia, quel che resta di via Savenella, numero cinque, alle spalle del tribunale di Bologna [Quello che mi resta dei tuoi giorni è il nulla del tuo scarno addio-Senza parole, senza baci, come se fosse normale (Claudio Lolli)]

Siamo sulla strada provinciale che conduce al Blockhaus. Meta di gloriose tappe del Giro d’Italia. Regione Abruzzo, Provincia di Chieti, Comunità Montana della Maielletta.

Trentuno maggio 1967, cinquantesima edizione della Corsa Rosa, vinse inaspettatamente Eddy Merx, dai più considerato un velocista.  La Gazzetta dello Sport teneva giornalmente un premio di scrittura riservato alla meglio gioventù delle scuole medie locali. Ci portarono al traguardo in taxi, una Fiat Millecinquecento blu, fra nebbia e nevischio. Con Nando Martellini e Adriano De Zan, in maxi impermeabili  blu con scritta RAI. Nella élite del merito c’era Pino con me. E, da allora, non ci saremmo più persi di vista. La stella d’argento della San Pellegrino, dono riservato ai ragazzi partecipanti, è evaporata da anni nel mare magnum delle mie cianfrusaglie. Pino  ne ha un ricordo vago. 

Un indefinito e indecoroso prefabbricato in cemento fa da macabro vessillo della memoria per fermarsi, parcheggiare  e dare inizio al sentiero che conduce prima alla Cascata dell’Asinara e poi alle Piane di Rapino. Siamo sull’E3, Sentiero della Faggeta Colle dell’Angelo. Vicina è la Madonna della Mazza, tornata in un lontano due luglio, con tracce sulla inaspettata neve estiva, dalla chiesa principale  di Pretoro al romitorio, incastonata nella sua consueta nicchia.

È un percorso breve, indicato nella segnaletica per poco meno di un’ora. La quota di partenza è a 1035 metri. Il tracciato è in saliscendi, largo e dal tappeto soffice, ideale per rompere ai primi passi il fiato e raccontarsi. La faggeta secolare lenisce la calura agostana e offre una incantevole scenografia ai nostri sproloqui. Anche i tronchi a terra, con l’apparato radicale divelto, sembrano offrirci un inesorabile indicatore del tempo passato, della maturità della nostra amicizia. Gli argomenti non mancano. Chi ne ha più in faretra, oggi, è Pino. Anche senza che la mia consueta goccia ne scavi la roccia. In più snodi, minuscoli fabbricati pompano acqua per gli abitati a valle. Uno di questi, rifugio non gestito, orna un breve tunnel fra le rocce e offre al percorso un piacevole diversivo. Lo circonda una superficie adibita a picnic. Al suo interno, un tavolaccio e un camino per ripararsi dal freddo e dalla neve.

Cornacchia, in una sorta di flusso di coscienza, vira dall’epilogo cruento con cui ha concluso la propria storia professionale in CIA alle vicende di salute, alla perdita di sensi a Bruxelles, alle misure finanziarie prese a tutela della famiglia. Una stratificazione random di eventi, di razionalità, di emozioni e di sentimenti.

Il tempo di essere ai piedi della cascata, quota 1235 metri. Qui risiedono i resti del vorticoso cadere dell’acqua nella stagione primaverile, tronchi, rami, detriti e materiali non identificati, sassi e massi trasportati  alla base e poi nel letto del torrente. Risaliamo zigzagando fra ortiche vere, finte ortiche, farfaracci  e convolvoli, essenze proprie della vegetazione riparia erbacea dei torrenti con livello molto variabile del flusso.  Seduti sui massi. La incombente parete rocciosa a tratti bianca e in parte scura per alghe e licheni esprime, secca, a caratteri cubitali gli effetti del cambiamento climatico. La cascata senz’acqua, ossimoro che non è solo un indizio. È una prova palmare. 

Giustino riporta alla luce scampagnate estive da bambino, quando giocava sul torrente che scaturiva dall’Asinara e si bagnava le caviglie nell’acqua corrente gelida. Oggi scopre una delle scarpe rinvenute, per caso, nel ripostiglio di Casa Filomena, aperta, con il Vibram trasformato nella parte inferiore di fauci spalancate. 

Incidente che unito con i tempi stretti richiesti da Pino, blocca ogni ipotesi di proseguimento del percorso avviato e concluso all’Asinara. Si riprende il tracciato del mattino, in filigrana un’atmosfera di “Amarcord”, risate, senza nostalgia. Rimangono ancora i panini da archiviare. Frittata e formaggi rimandati alla Fonte Tettone nei pressi di Cima Mammarosa, quota 1650 metri, e già in comune di Roccamorice, sulla strada provinciale seicento ventidue. Sdraiati sull’erba. Ancora frammenti di memoria agitano le nostre emozioni. Con panorama sul versante nord occidentale della Majella, sentieri che conducono agli Eremi di Santo Spirito a Majella e di San Bartolomeo in Legio. Pino li ha percorsi tutti.

Asinara, acqua rara ultima modifica: 2023-01-02T06:02:42+01:00 da Marcello Di Martino
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