Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Ciao, Valle d’Aosta

[Andare via lontano A cercare un altro mondo Dire addio al cortile Andarsene sognando 
E poi mille strade grigie come il fumo In un mondo di luci sentirsi nessuno 
Saltare cent’anni in un giorno solo Dai carri dei campi 
Agli aerei nel cielo E non capirci niente e aver voglia di tornare da te (Luigi Tenco)]

Pasta asciutta per colazione. Accantonare buone scorte di glicogeno. Losanche, Valtournenche, ore sette e quindici. Le intenzioni sono ardite. È l’ultimo giorno della breve permanenza valdostana. Sarà interamente dedicato alla montagna. Il cielo è terso. Lavato dalla pioggia, dalla grandine e dalla neve della notte. 

Scendo per il sentiero che porta alla stazione di valle della telecabina Valtournenche-La Salette. Ticket solo andata. Senior con carta di identità. Da 1.540 metri a 2.200 metri  in otto minuti. La Salette è su un pianoro. Offre un panorama unico sulla Valle e sulle cime recentemente innevate. Da qui, partono diversi segnavia. Scelgo, come da programma serale, il ventitré per il Col di Roisetta. Quota 2.828 metri. Il Colle collega la Val d’Ayas con la Valtournenche. Ma del ventitré già all’altezza del punto ristoro e del summer park per bambini (snow tubing e tappeti per risalite) perdo le tracce. 

Mi viene in soccorso il titolare del punto ristoro. Seguo così le sue indicazioni che, alla fine, si riveleranno inesatte. Il tracciato del sentiero, in iniziale marcata pendenza, si sovrappone alla carrareccia a servizio dell’impianto di risalita che, alle Cime Bianche Inferiori, prevede una stazione intermedia. Il tragitto su questa strada è meno difficoltoso, perché meno erto,  ma inevitabilmente più lungo. Ai lati, quasi minacciosi, i cannoni per l’innevamento artificiale. Oltre i 2.600 metri di quota è già neve. Si accumula sul lato destra dello sterrato: The other side of the moon. Il sole scalda. Mi sfilo la Merino Stadjan Jacket, evito così il sudore a pioggia. Il segnavia ventitré lo perdo e non lo cerco più: sono sul venti. Quando lo strato di neve si fa più consistente, scorgo sulla sinistra la stazione di monte della funivia Bec Carrè, seggiovia a 6 posti, e intravedo nei pressi una coppia ferma, perché indecisa. 

La stazione, camuffata da pareti in pietra, è collocata a 2898 metri. E ancora prima della puleggia motrice che chiude il primo tratto dell’impianto a fune, un enorme hangar grigio, deposito dei veicoli di trasporto, prova senza successo a mimetizzarsi con il contorno roccioso. È contestuale il piacevole incontro con una signora ultrasettantenne. In solitaria, dalla Val D’Ayas attraverso il vallone delle Cime Bianche, è diretta a Valtournenche dove l’aspetta il marito in auto. E’ in canottiera di cotone rossa e in pantaloni di raso corti di color azzurro, scarponi bagnati dalla neve che nell’ultimo tratto del valico le è giunta alle ginocchia, rendendole non poco difficoltoso il procedere.  Capelli chiari, occhi grigi e gote avvampate dal sole e dalla fatica. Sulla destra mi indica la Roisetta. Vi è un tratto in erta di oltre cinquecento metri, tutto innevato. È ad una quota superiore alla stazione Cime Bianche del Bec Carrè. Non può essere il Col di Roisetta che invece è a 2828 metri di altitudine. Il dubbio iperbolico (salire o non salire) è rapidamente sciolto. L’età e le scarpe mi aiutano nella decisione. Mi avvio, e come succede ai grimper in fuga, mi volto all’indietro per vedere se qualcuno è alle mie spalle.

 La coppia in stato di fermo si è mossa e con bacchette e bastoni è sulle mie tracce. La neve fresca della notte copre lo strato di ghiaccio e rende antisdrucciolo il cammino. Raggiungo la cima, dove non trovo una croce, ma un attrezzo indefinibile fra un’antenna e un rilevatore di dati atmosferici. Sono in maniche corte e cappello di lana rossa. Capirò più tardi che si tratta del mio primo 3.000 metri, metro più, metro meno. Raggiunto involontariamente. Arrivano anche i miei inseguitori. Anche loro ritengono di essere sul Col di Roisetta, ma non siamo sul ventitré, ma sul venti, Colle Inferiore delle Cime Bianche. Sono genovesi, hanno settantasette anni. Alloggiano in una “pensioncina”, sempre la stessa da decenni, a Valtournenche. Senza  centro benessere, mezza pensione. Genovesi di origine controllata! Mi precedono per la ripartenza. 

Aggiungo tempo al panorama. Il Cervino più in là, la Gran Sommette e il Bec Carrè in primo piano. Nello scendere l’effetto che il sole produce sulla neve fresca è psichedelico: luci intermittenti, colori elettrici, istanti di abbagli. E provoca la mia euforia. E alimenta la mia soddisfazione. Panino etnico con Fontina e Nocetta. Té caldo, con limone. La sosta alla “Salette” apre un belvedere su Valdostane al pascolo e, poco distanti, marmotte fischianti e roteanti. 

Mi avvio per la strada di servizio all’Alpe e agli impianti, con segnavia venti. Provo a ridurne il tragitto con improbabili intersecazioni. Una di queste mi conduce ai margini di un dirupo e nel riprendere la retta via, con tratti in ascesa snervanti e faticosi, mi stupisce la riserva di energie ancora disponibile dopo tanto dispendio accumulato per il cammino alle spalle. La Madonna de la Salette, chiesetta alpina, è circondata da vacche brucanti e ruminanti e da recinzione elettrica che evito di superare. Non taglio più i tornanti, fino a raggiungere il segnavia venticinque che, attraverso un lungo tratto nel bosco e un percorso ripido in prossimità di Losanche, mi riporta a casa.  E’ il sigillo della breve ma intensa parentesi valdostana. Con finale serendipico.

[Serendipità: La capacità o la fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, mentre si sta cercando altro]

Ciao, Valle d’Aosta ultima modifica: 2022-05-14T07:27:23+02:00 da Marcello Di Martino
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