Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Cima Tari, primi posti in platea

Monte Tari, quota 1467 metri, ai prodromi della Maiella, chiude la breve tetralogia perinatalizia senza neve. E, come per tutti gli epiloghi che si rispettino, lascia il segno per fatica e per bellezza. L’oronimo toponimo è diffuso da queste parti, a Lama, con Fonte Tarì e sempre nei dintorni, con Grotta Tari. Tutti richiamano una delle più antiche denominazioni della Maiella, Tarino appunto. 

C’è anche un Comune, poco lontano, sempre sul versante Orientale della Maiella Madre, il cui nome pare derivi dalla stessa radice TarTaranta, dal 1.881 divenuta Peligna. Ma, restando nel microcosmo degli enti locali, il nome della Vetta di giornata, TARI, è acronimo, non sempre amato, del tributo sui rifiuti solidi urbani.

Il cielo, oggi, ha colori cangianti, a dispetto dei precedenti quando l’azzurro dominava senza traccia di foschia. A nuvole basse, si alternano banchi di nebbia in altalena. Il turbinio è piacevole e ci si aspetta a quote superiori un suo benevolo effetto all’aprirsi della vista e al pieno godimento del panorama, in profondità, della Maiella.

Trio collaudato, in Jeep su carrareccia. La si imbocca fra Civitella e Lama  e la si percorre fino allo slargo della Casa del Pastore, settecentocinquanta metri. Un paio di fabbricati, la cui denominazione non brilla per originalità e pecca per nostalgia-rimpianto di un oggetto perduto, il mondo pastorale. Le costruzioni esprimono abbandono, fatiscenza, inutilità e scontano una progettualità monca e non propriamente lungimirante. Una bacheca, ormai sbiadita, disegna la ragnatela dei luoghi.

La strada qui si restringe, si fa sconnessa ed erta. Ci si sgancia dal tracciato che condurrebbe all’area faunistica del camoscio e l’H5 prende forma di sentiero. Nella segnaletica del Parco, la nostra meta è assente, ma indigeni volontari la collocano su una freccia su palo di legno, con indicazione dei tempi di percorrenza.

Foglie indecomposte, segmenti in forte pendenza, roccette e scaloni di pietra testimoniano la difficoltà di ascesa che mi era stata preannunciata da Nino, amico di sempre. La vernice bianca e rossa non ci è di grande aiuto e la sua dilatazione sulle cortecce dei cerri ne indica gli anni, ormai tanti, del suo primo utilizzo. Ci si orienta con i tornanti che seguono le linee di pendenza e i terrazzamenti costruiti negli anni d’oro dei rimboschimenti con conifere.

Viene in soccorso del fiato e del sudore la prima sosta. La Grotta Caprara, intorno ai mille metri di altitudine. Graffiti antropomorfi in carboncino al suo interno, ascrivibili all’età preistorica, su pietra calcarea della Maiella, si alternano a disegni in matita fatti da avventori imbrattatori del secondo millennio. Con Tonino e Adriano si resta storditi dalla forza delle immagini millenarie impresse sulla roccia  e, come in “La luce delle stelle morte” (Massimo Recalcati),  proviamo a coglierne l’attualità nell’effetto contemplativo che esse suscitano.

Sulla destra dell’anfratto, un salto di roccia dà inizio all’ultimo tratto che conduce alla meta. Qui la pendenza si fa davvero impegnativa. Brandelli di tessuto pendenti dai rami di roverella surrogano le inadempienze del Parco della Maiella nel tracciare a dovere il tragitto e manutenere costantemente il sentiero H5. La sincronia di Adriano con il mio lento incedere condensa il senso del nostro rapporto fraterno che va oltre il legame di sangue. 

Tonino si avvantaggia e quando lo si scorge in vetta, l’apparizione ridà energie ai muscoli delle gambe e alla determinazione di raggiungere, senza esitare e quanto prima, la cima di Monte Tari.

Una rudimentale croce in legno e una scritta su un masso che la sostiene sono i miei vessilli di giornata e inquadrano la scena della mia seduta.

La nebbia scende di quota e apre una visuale che, come in somma algebrica, annulla e rende positivo il bilancio con la fatica accumulata in ascesa. Madido, nonostante l’atmosfera umida, mi cambio e, affamato, addento pane e caciocavallo.

Sale sul palco Tonino e, con Adriano, occupiamo le poltronissime in platea. È un vero concerto animato quello che ci offre all’ascolto e alla vista. Verso nord ovest la  Cima dell’Altare  e  l’affilata criniera per il Colle dell’Incotto. Al suo fianco, il Monte Sant’Angelo, con la sua suntuosità, scende al Piano della Casa e alla Macchialunga e poi alla Cannella. Il Pizzone a oriente, di pini mughi ornato, con l’aureola dell’Acquaviva. Un cenno delle Murelle, la cresta frastagliata del Forcone e le Macirenelle verso il Colle Bandiera, da noi toccato giorni addietro. Concludono la sinfonia la Val Forcone  e il bivio con la Val Serviera.

Risale la nebbia, come se calasse il sipario. E si prende a scendere. Lo faccio, come mia consuetudine, con cautela e circospezione. Adriano mi guarda le spalle e annulla due miei tentativi di scivolare rovinosamente. 

La nebbia galleggia all’orizzonte e pur negandoci l’Adriatico all’orizzonte, ci consegna una visione onirica di rara bellezza.

Latrati attutiti dalla distanza  e primi rumori di motori fanno da personalissimo altimetro alla perdita di quota. E come sempre, il tratto di carrareccia che conduce alla macchina appare più lungo. I tempi del ritorno indicati dalla segnaletica risultano tuttavia, non solo per la mia complessione, decisamente bugiardi. Stridono le articolazioni coxofemorali, vince sulla loro eco l’immensa soddisfazione della meta alle spalle. Sagne e fagioli fumanti: Abruzzo a tavola!

Cima Tari, primi posti in platea ultima modifica: 2023-03-27T21:50:18+02:00 da Marcello Di Martino
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