Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
Condividi
PDF

Dai Sabini alle Ande

Il Monte Tancia

Torno sui miei passi. Settimane fa l’eremo dell’Arcangelo Michele, oggi la cima del monte, il Tancia, che alle sue pendici ospita il sacro antro rupestre.

L’area sabina è di piena competenza giurisdizionale del mio sherpa Sandro. Conosce a memoria l’orografia locale e la propone amorevolmente nelle sue più svariate declinazioni. Gli anni si accavallano. Se poi ad essi si unisce la forzata diserzione dagli ambienti di quota si origina quel senso di inadeguatezza, quella per me atavica impreparazione a una nuova asperità. Quella di oggi in programma. Quando poi mi si anticipa che con noi verranno tre religiosi e un vecchio amico dello sherpa, mi sento sollevato. Con una compagnia clericale, presumo, il ritmo non potrà che essere simmetrico con le mie gambe e in accordo con il mio fiato. Ma non sarà così. Anzi.

Punta alla piazza di Torrita, saluto veloce attraverso i finestrini e subito per tornanti e strade sconnesse, passando per il ponte sul Galantina, vero Stamford Bridge della Sabina. Parcheggio nella vasta distesa che circonda l’osteria del Tancia, punto di concentramento per le ascese in vetta.

Nel saluto con stretta di mano, capisco che i religiosi, giovani e provenienti dal Sud America, non potranno incarnare il metronomo che speravo. Gonzalo e Josè sono peruviani, Daniel è cileno. Ande e Patagonia sono state per anni palestra per le loro miofibrille e attrazione per la loro indole montanara.

Sandro, la cui lena proverbiale è inversamente proporzionale con la premonizione di piogge scroscianti, sollecita la partenza. Anche Luna è con noi, anarcoide per natura, libera di fare su e giù man mano che la combriccola si sbriciolerà in salita. 

Il primo tratto è su larga carrareccia, di servizio per le attività silvo-pastorali. Ne sono testimoni, dopo qualche centinaio di metri, sulla sinistra al pascolo di un prato verde smeraldo, vacche Limousine e Charolaise, con pochi redi alle costole, impronta francese su terra sabina.

Senza alcuna esitazione, lo sherpa vira sulla sinistra, lasciando la strada sterrata, proponendo così, poi si capirà, la traiettoria meno agevole in ascesa. A un terreno ghiaioso, si alterna un primo boschetto di cerri e lecci. Chiedo a Gonzalo, uno dei due sacerdoti dei tre, se sa con quale legno fu costruita la croce su cui venne inchiodato Gesù Cristo. Mi risponde di no, e lo invito a guardarsi attorno, dove si elevano lecci in abbondanza. Tant’è che da allora la lussureggiante quercia sempreverde fu annoverata fra le piante maledette.

Breve sosta con ristoro in una sparuta radura ed è subito la volta della faggeta. Qui il percorso comincia a farsi più impegnativo, per la presenza di brevi tratti su roccette da superare con qualche mia difficoltà. Nel frattempo, gli andini hanno preso la testa del gruppo. Salgono ad una velocità sostenuta, coerente con la loro complessione di camminatori d’altura. E ben presto, li perdo alla vista, confortato da Francesco, impegnato in progetti di sostenibilità ambientale e reduce da un biennio vissuto in Perù con un intervento umanitario di natura religiosa.

Nuvole basse, e sferzate di vento freddo proveniente da ovest riducono il profilo delle creste che ci attendono e non scalfiscono al contempo l’imperturbabile passaggio in senso inverso di una coppia di asiatici in maniche corte.

Raggiunta la dorsale, ci aspettano due selle con una breve depressione che indirizza all’erta finale. Daniel, Padre José Miguel e Padre Gonzalo sono ormai sagome puntiformi prossime alla meta. Il tragitto sullo spartiacque è l’ingrediente più sapido dell’escursione odierna, spaziando la vista sulla destra verso il Navegna, il Cervia, il Terminillo, il Velino e il Gran Sasso, sulla sinistra in primo piano il Monte Pizzuto, secondo dei Sabini per altitudine dopo il Tancia e l’ampia valle del Tevere, con il Monte Soratte. 

Chiedo a due runner in tenuta d’ordinanza quanto disti ancora la cima del Tancia. Mi additano con tono inebriato la meta e che vale proprio la pena di raggiungerla. Non indicano però il tempo residuo, cosa che non mi è, per così dire, confortante. 

Al mio arrivo, il quintetto che mi ha preceduto si rifocilla nei pressi di una croce metallica.

Ne approfitto anch’io e quando sto per ingurgitare l’ultimo boccone di pane e formaggio, Sandro mi confessa che la croce che abbiamo di fronte indica in verità l’anticima, posta a dieci metri al disotto della vetta più alta dei Sabini. Per farsi perdonare, non solo da me ma anche dai ministri di culto lì presenti, per aver trasgredito l’ottavo comandamento, lo sherpa ci orienta verso la vera vetta, a cui si perviene attraverso una depressione erbosa che poi si rialza in abbinamento ad una nuova faggeta. Tant’è che l’asperità massima a quota 1.292 è nascosta all’interno di un boschetto e celebrata da una croce rudimentale fatta da due bastoncelli intersecati lesser evil.

E si chiarisce così l’arcano suscitato dalla presenza di un primo vessillo, metallico e di forte emblematicità, posto su un culmine glabro, aperto, da cui poter però gettare lo sguardo in tutte le direzioni, e di un secondo, celato dalla boscaglia, chiuso al respiro degli occhi.

Breve sosta di rito, con foto, sorseggiando tè. L’opzione anello raggiunge l’unanimità dei voti. Il sentiero lì nei pressi, visibile ad intermittenza, scende nella faggeta alternando tratti in forte pendenza con tappeto di foglie a terra scivolose, a segmenti più rilassanti, che rendono stentata la perdita di quota. Alla faggeta fa seguito una miscellanea di conifere, di provenienza allogena, che si apre definitivamente in una slargo in piano che chiude la strada bianca del primo mattino. L’attraversiamo prima in tre, avendo i due sacerdoti peruviani e Francesco, con Luna, protrattisi decisamente in avanti, e appena dopo in due, ché Sandro di corsa vuole sincerarsi delle condizioni di Luna.


La dolcezza del tracciato è complice della piacevole chiacchierata fra me e Daniel, franca e voluminosa. Va oltre i preliminari, con il racconto della chiamata interiore, sempre più incalzante ed esclusiva, e le diverse reazioni che il cambio di prospettiva essistenziale ha prodotto nei genitori, nei tanti fratelli, nella fidanzata e negli innumerevoli amici. Parliamo anche di piatti preferiti, di cinema, di musica, di viaggi in Patagonia, in un gustoso turbinio di domande e risposte. Ande e Sabini si uniscono su questo filo. All’osteria del Tancia, dove si ricompone l’esaedro, festeggiano un compleanno e ridiamo per la dedica a sinceri della canzone di auguri. 

Dai Sabini alle Ande ultima modifica: 2024-04-01T08:04:48+02:00 da Marcello Di Martino
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!