Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Gemma, figlia e monte

Devo riconoscerlo, ho un debole per i monti Lepini. La montagna che vede il mare. Se poi la cima di giornata ha il nome di mia figlia Gemma, la secondogenita, l’attrazione si è fatta ancor più fatale. 

In occasione dell’ultima assemblea di famiglia, mi è stata comminata la pena, dopo l’avventurosa e ansiogena vicenda del Monte Pizzone, di poter tornare in montagna, per escursioni più o meno impegnative, solo se in compagnia. Protesi umane di sicurezza al mio fianco. E quale interprete avrebbe potuto rispettare in maniera più coerente e rassicurante una tale prescrizione famigliare, se non Sandro, sherpa leader indiscusso della classifica dei miei sodali compagni di ventura? 

La batteria ballerina della sua Polo lo tradisce di prima mattina e l’incontro sulla strada per Supino si dilata. Lo spiazzo innanzi al bar Michelangelo, sulla strada provinciale 23, ci fa abbracciare, ci fa prendere il caffè, servito da due giovani russe dai capelli di rame e dagli occhi cinerini e fa saltare Luna, anarchica canis lupus familiaris , sul bagaglio della Jeep. 

L’ascesa per Santa Serena da Supino si snoda per una lunga salita di dieci chilometri, in tratti assai erta, ben assistita sui versanti scoperti e che innalza l’altitudine dei luoghi per circa ottocento metri. L’altopiano di Santa Serena, a poco più di mille metri, è una sorta di parco giochi zootecnico, con fontanili e aree attrezzate per le scampagnate d’estate. Cavalli dal mantello morello, in alcuni deciso, in altri maltinto. Vacche con redi poppanti, bianche porcellana, fromentino carico e nere e alla punta rossicce. Da qui, da questa piana verde smeraldo dove il bestiame al pascolo assicura la sua perfetta rasatura, ha inizio non solo il sentiero per il Monte Gemma, nostro dichiarato obiettivo quotidiano, ma sono evidenti anche le tracce che conducono sul Monte Malaina e il Monte Salerio, di pochi metri al di sotto del Gemma.

Fra le due opzioni, la direttissima e la via “normale”, propongo a Sandro quest’ultima, prossima alle mie attitudini

Si scende leggermente di quota, zigzagando fra fratture del terreno dovute al ruscellamento, doline e piccoli inghiottitoi, per virare sulla sinistra dove i segni bianchi e rossi assumono una loro chiara direzione e dove faggi secolari e un tratto generosamente dolce con ormai poche foglie marcescenti fanno da prodromi all’ascesa. Alla prima uscita dal bosco, però, abbondante pietrisco e roccette affioranti pavimentano il percorso che qui si fa decisamente più duro. Sono di conforto gli ometti in pietra e i vessilli con bandierina metallica che permettono di non distrarsi alla ricerca della via maestra. Alla sommità di questa iniziale sella, sole caldo e fresco vento ci attendono in cresta. E già la veduta comincia a farsi più ampia, spaziando su aree incontaminate, boschive e prative, con all’orizzonte la prima scia di mare. 

 L’istinto porterebbe a dirigersi verso destra, dove una seconda selletta ornata di una stele in pietra suggerirebbe l’accesso, ma Sandro con il suo GPS mi indica la sinistra, dove dopo un centinaio di metri senza segni, riprendono a illuminarci il bianco e rosso della vernice spalmata sui sassi più evidenti. Il passaggio in cresta lascia il segno negli occhi e nell’anima. Rientrati nel bosco per l’ultima erta, da lì a poco ci attende, anche qui come sul Tancia nascosta per discrezione in un boschetto, la vetta del monte Gemma a quota 1.457 mt. Ben più sfacciata è la croce che lo simboleggia, posta leggermente più in basso, in modo che sia facilmente leggibile da Supino. Un mastodonte che si erge per dieci metri, di dubbio gusto per dimensioni e fattura. L’assolve da una pesante pena il panorama da cui si accede. I Monti Aurunci, gli Ausoni, la Maiella e la valle del Sacco da una parte, dall’altra, la piana di Latina, il Circeo, le Isole Pontine e il mare. Rispettai i tempi suggeriti dalle insegne in legno che anticipano il sentiero.

Ci raggiunge il quintetto intercettato durante l’ascesa. Sono di origine latino americana e restano attratti, calamitati dal vessillo ferroso, tanto che indugiano nei suoi pressi con scatti e posizioni degne di un set cinematografico.

Torno sulla vera cima per la pausa pranzo. Al fresco ombroso di giovani faggi, pane integrale e caciocavallo di Canosa di Puglia, bucherellato che fa pensare alla gruyère, giallo per carotenoidi e piccante per metilchetoni.

Sandro predilige il movimento alla sosta. È per lui già ora di riprendere la via del ritorno. Si avvantaggia per un centinaio di metri e mi viene incontro stranamente Luna che con fare indifferente mi incrocia risalendo. La perdo di vista, avverto Sandro che si lancia disperato alla sua ricerca. L’ansia svanisce da lì a poco quando saettando come una lepre Luna ci raggiunge, bella in cresta. La distrazione contribuisce a farci perdere in un amen il tracciato segnato. Lo si riprende nell’immediato e inizia per me il tratto difficile in pietrisco. È tanto sdrucciolevole che vedermi scendere è come assistere a una ripresa televisiva ritrasmessa in rallenty. Percorso netto, senza scivolate. Lato B salvo. 

Acqua gelata dal fontanile e vista ancora ferma sul placido pascolamento equino e ruminazione bovina chiudono il Gemma. Pietra preziosa, ma soprattutto abbozzo embrionale da cui può scaturire una foglia, o ancora meglio, un fiore. 

Gemma, figlia e monte ultima modifica: 2024-05-14T21:00:37+02:00 da Marcello Di Martino
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