Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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I Crateri Barbagallo, quando si alza il vento sull’Etna

È per la strada che volle il Duce in poco più di un anno, con segmenti che attraversano incombenti colate laviche, che arriviamo a quota mille e novecento metri, dai settecento di Nicolosi, nostro “campo base”. Diciannove chilometri, dolci nel salire, ai fianchi, scuri e desolanti.

Ci dirigiamo verso Idda, così chiamano l’Etna i locali, a differenza di Iddu, triste appellativo dato al terremoto che precede il suo devastante eruttare.

Il centro commerciale del Rifugio Sapienza ci accoglie al primo mattino con un pullulare, un nugolo girovagante, di viandanti con bandierine e copricapo monocolore, di prevalente età geriatrica. Di totale provenienza estera.

Posteggiatore abusivo, file ordinate di Quad sul piazzale come se in partenza per un gran premio di formula uno, pizze, panini, cannoli, gelati, scarponi, giacche antivento, chioschi per escursioni guidate, t-shirt inquietanti con l’immagine di Brando nel Padrino, souvenir in pietra lavica. 

Il sūq ai piedi dell’Etna. 

Il vento è qui protagonista. Varia solo nella sua intensità. Pare che sia la Valle del Bove, per sua particolare conformazione, a determinarne forza e persistenza. 

Sono con i miei compagni di ventura fuori Abruzzo, già in congrega per l’accesso al Pollino. Adriano dottore in pensione suo malgrado e Nino ancora al lavoro, sempre suo malgrado. Performanti per definizione, affrontano il primo tratto dal Sapienza alla stazione di monte della funivia per le erte tracce della strada su cui scorrono mezzi indefinibili, in surroga alle cabine seiposti della funivia dell’Etna momentaneamente ai blocchi di partenza per il vento in quota. Quando è il mio turno, ah dimenticavo di aver optato per il bypass alla salita a piedi, comunicano che la funivia riparte. Con me in cabina, tre donne cinesi e una signora olandese. Conoscono Napoli, ma, manco a dirlo, ignorano l’Abruzzo. 

Nonostante la caligine limiti lo sguardo lontano, dai vetri della cabina si fa protagonista il nero della sabbia lavica intervallato dal verde in cuscini di Astragalus siculus comodi all’apparenza, ma muniti di pungenti aculei. Ed è così svelato l’arcano. La nostra guida li chiamerà cuscini della suocera.

In poco meno di un quarto d’ora, sputo fuori dalla teleferica e da lì a poco mi ricongiungo ai miei, a riformare, così, il trio. Indossiamo il casco rosso, come prescritto da Andrea a valle e ci disponiamo pazientemente in attesa del suo arrivo ai duemila e cinquecento metri. Andrea è la nostra guida, proviene dal casertano. Parlo con lui del Gallinola e del Meta, cime a lui care per assonanza geografica. Ha il casco bianco e il passo deciso. Siamo poco meno di venti nelle sue cure. Tre italiani. Facile da capire che siamo noi: il trio dell’Aventino.

Anticipati in plenaria il percorso, la meta e i tempi, Andrea dà inizio all’escursione. Prima per la larga carrareccia che alza polvere grigia dalle folate di vento e appena dopo, virando verso ovest, per il vero e proprio sentiero, la cui pavimentazione è diversa e si fa più ostica. Da qui, infatti, essa assume una conformazione meno lineare, di materiale lavico a consistenza disomogenea, tagliente e instabile al calpestamento. 

Andrea mi sconsiglia di usare le bacchette in titanio, mie abituali protesi, per il particolare fondo del nostro salire. Così il mio procedere si fa incerto e se non chiudo il serpentone è solo perché dietro di me una coppia danese in maniche corte ha confuso il nostro tragitto per una passeggiata spensierata sulla sabbia vulcanica. Anche se il fiato è corto, riesco a immergermi totalmente, con la vista e con il sentire, in una dimensione di astrazione per gli orizzonti d’un paesaggio selenico (Gabriele D’Annunzio). 

La guida a intervalli di quindici, venti minuti illustra i luoghi che attraversiamo, reduci dalle diverse annate di eruzione, quella del 2002, in particolare, per la sua enorme portata distruttiva. Il vento si fa sentire sempre con maggiore forza e rimpiango i mei dieci chili che ho dismesso negli ultimi cinque anni. In un anfratto da cui fuoriesce aria calda, ci fermiamo per la pausa pranzo, a circa un’ora e mezza di cammino. 

La fatica è tanta e quando Andrea ci allerta che in quel punto, proprio lì, ricada l’ultima possibilità per poter procedere all’indietro, sono fortemente tentato di accodarmi ai quattro danesi che decidono di sganciarsi e riprendere la grande strada per il rientro in funivia. È Nino a salvarmi da questa rinuncia. E anche Andrea mi rassicura che il peggio è quasi, dico quasi, passato. Mancano poco meno di duecento metri di quota alla meta dei Crateri Barbagallo. Sarò per sempre loro riconoscente. Le immagini, gli scenari, lo spettacolo, i colori, le atmosfere che mi aspettano ripagheranno abbondantemente la fatica spesa per l’erta finale. Non semplice, come prevedevo, sia per la forte accelerazione del vento , sia per l’intensità delle sue sferzate, sia ancora per l’attraversamento di una lingua di neve, la cui consistenza ormai molliccia non mi aiuta al superamento, sia, per finire, per la pendenza estrema che si sviluppa al culmine della salita. Miscellanea che mi obbliga ad un procedere lento, assistito alle spalle a turno dai miei due compagni di viaggio. Quando sono in cima, Andrea mi abbraccia e mi apre allo sguardo dei crateri Barbagallo, nati poco più di vent’anni fa. Siamo quasi a tremila metri e distinguibili si ergono sopra di noi i crateri sommitali posti a trecento metri più in alto.

E qui i colori si fanno protagonisti, dal giallo dello zolfo, al rosso del ferro, al verde del rame. Tutti confusi e slavati nel mare magnum del grigio scuro della lava. E ne godo appieno, ridendo e annuendo con chi ha saputo a dovere esercitare con me l’arte della persuasione. 

La discesa è da qui ripida, su ghiaia lavica, sabbia e polvere. Intercettiamo in più punti il vero e proprio sfracello prodotto dalla grande strada che consente a mezzi motorizzati di raggiungere quota 2.900 metri. E ci si chiede, retoricamente, il perché di tanta noncuranza ambientale. Ci si domanda, indignati, del perché di tanta e pervicace inosservanza delle più elementari regole di tutela di un ecosistema singolare e straordinario per la sua naturalezza. 

E dalle esternazioni passiamo subito alle esclamazioni, di giubilo, quando Andrea ci conduce sul bordo del belvedere che domina la Valle del Bove. Una conca immensa, messa lì a raccogliere e a rallentare il flusso eruttivo. Qui, il magma si ferma, come se la valle incarnasse le sembianze di un vallo dissipatore, una sorta di paravalanghe messo lì a proteggere il circondario abitato. 

Purtroppo, come al mattino, l’orizzonte è in foschia. Ma il panorama che si apre rende sufficiente onore al nome di questo affaccio verso il mare. 

E poi, per finire, il dessert della Cisternazza, avvallamento a forma di cratere prodotto per collassamento, durante l’eruzione del 1.792. Suggestiva e iconica la sua profondità, accogliente nella forma e vertiginosa nel baratro che produce.

Chiudono il cerchio di giornata il maritozzo, la granita, la panna e il cannolo di ricotta e pistacchio, che Giuseppe, sorriso da vendere, ci propina nella sua pasticceria in piazza a Nicolosi. Non poteva avere, questa, altro nome se non “ La dolce vita”.

I Crateri Barbagallo, quando si alza il vento sull’Etna ultima modifica: 2024-05-26T17:28:00+02:00 da Marcello Di Martino
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