Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Il cenobio delle puerpere

Il tempo uggioso di dicembre. Anche qualche abbozzo di pioggia, nel tratto di strada che ci conduce al punto di partenza. È Capo le Macchie, a seicento settanta metri di altitudine. Da lì, con altra compagine, siamo saliti sul Colle Bandiera, al di sopra del microcosmo “pasta” di Fara San Martino. 

La letargia invernale non si combina con le “imprese ardite”: la Grotta con Eremo di Sant’Angelo a Palombaro, sempre sul versante orientale della Maiella, sembrerebbe in regola e coerente con le riserve di gambe e fiato, oggi disponibili. 

Il cielo si è aperto e il panorama, anche se non del tutto intelligibile, allarga l’orizzonte fino all’Adriatico, immerso nella foschia del mattino. Sono con me una geologa e un architetto, professioni che risulteranno illuminanti per l’obiettivo di giornata. 

Il sentiero, indicato e segnato alla perfezione, non sviluppa né una eccessiva pendenza, né un dislivello significativo. La meta, infatti, è intorno ai novecento-mille metri, dopo un’ora e mezza di cammino. Si procede, così, agevolmente, quasi coccolati dal bianco e rosso di recente vernice che non dà adito al seppur minimo disorientamento. Un encomio solenne va, pertanto, tributato al Parco Nazionale della Maiella, per l’attenzione che rivolge nella cura della sentieristica  e per  l’impeccabile lavoro qui svolto per assistere passo dopo passo i suoi visitatori. Il primo tratto è immerso in un cerreto, le cui foglie ormai ocra scuro tardano a cadere.

Più avanti, il foliage è più variopinto con tonalità di rosso e giallo più accese, per la presenza di aceri, carpini e faggi. Questi ultimi nei pressi della Grotta. Il tragitto, in gran parte per saliscendi, alterna pavimenti di sassi e roccette in evidenza a soffici e larghi segmenti di foglie morte in strati su terra. A metà del percorso, il Bosco dei Daini, casa vacanze, adagiata sul Piano Massaro, con estesa area destinata allo stato brado e al pascolo degli ungulati selvatici, non dà oggi segni di vita.  Ma sorprende la perfetta rasatura del prato, il cui verde intenso prorompe sui colori mesti dell’inverno. Sempre in modalità “passo agevole” su tratti di minima pendenza, si by-passano prima una larga carrareccia di servizio e poi una strada interpoderale asfaltata, con immediato recupero dei segnali e delle indicazioni cronologiche per la nostra meta.

Unica sorpresa la rinveniamo quando, su spiegazione della geologa in trio, ci troviamo di fronte a un cambio litologico: attraversiamo le argille grigie che, dalle acque piovane hanno dato luogo ad una morfologia calanchiva. Qui l’incedere si fa incerto, perché scivoloso e l’argilla aderisce in maniera solidale alle nostre scarpe. Il sentiero originario è qui drasticamente precipitato e per recuperare la sua dirittura ci si affida sempre all’ottimo lavoro dei volontari del Parco che hanno reinventato un breve percorso ponte. Usciti dai calanchi una breve striscia discendente interseca la strada asfaltata, questa davvero erta di pendenza, che da Palombaro conduce all’area pic-nic in località Sterparo. E da questa, ben attrezzata e ricca di indicazioni topografiche e storiche, in pochi minuti siamo alle scale che si inerpicano verso l’Eremo-Grotta di Santangelo. 

Appare quasi all’improvviso, sulla destra degli ultimi alti gradini, abbagliante per il bianco della roccia che la ospita, la grande cavità, il cui diametro supera i trentacinque metri. Al suo interno, mirabile e quasi confuso per la sincromia delle pietre in conci squadrate che lo compongono, quel che resta della chiesa benedettina, datata, come ci ricorda l’architetto “al seguito”,  fra il XI e il XII secolo. Del cenobio sono ancora in vita  il muro che ospita l’abside e l’area destinata all’altare. Lo stile architettonico preromanico, tipico dell’Abruzzo, ricorda San Liberatore a Maiella, nelle vicinanze di Serramonacesca. L’affaccio dalla finestra strombata è stupefacente, come accade da quei terrazzi da cui si gode l’orizzonte lontano col panorama indistinto. 

A testimoniare l’antica, preistorica, destinazione dell’antro a luogo propiziatorio della fertilità femminile, emergono ai lati della chiesa rupestre ampie vasche in pietra. Scavate nella parete della grotta, si riempivano di acqua sorgiva, il cui uso lustrale era diretto alle donne che da poco avevano dato alla luce la propria progenie. Il seno, immerso nell’acqua purificatrice, avrebbe così amplificato l’eiezione del latte durante il puerperio.  Rito passato dalla Dea Bona, divinità venerata da Greci e Romani per la fertilità,  attraverso Sant’Agata, patrona delle puerpere, fino al definitivo Sant’Arcangelo, le cui cure erano dispiegate ai pastori transumanti.

 Il luogo dove l’incavo naturale si incorpora nella montagna prende il nome di Sant’Agata d’Ugno e l’altitudine in cui si colloca è appena al di sotto dei mille metri. I poco meno di trecento metri di dislivello che lo distanzia da  Capo le Macchie non si avvertono sulle gambe, grazie alla diluizione praticata dalla relativa lunghezza dell’ipotenusa del triangolo percorso. 

I giovani riesumano dagli zaini banane surmature. A me, invece, toccano due piccoli parallelepipedi di Parmigiano Reggiano, accompagnati, come sempre, dal tè verde del mattino. L’atmosfera densa di religiosità, segnata dalla contemplazione e dalla preghiera, impone a tutti noi il silenzio e la bassa voce nelle poche parole che ci scambiamo. Sono più palmari e significative le espressioni di soddisfazione che derivano dai nostri sguardi. E il soffice tappeto di foglie di faggio che ci attende sugli alti gradini in discesa sembrano lì messi per contribuire alla insonorizzazione dei nostri passi. 

Al ritorno, meno incerti sulle direzioni da intraprendere, superato il tratto argilloso con più naturalezza, completiamo il sentiero in poco meno di un’ora. Il cielo è definitivamente sgombro e assume quelle tonalità di azzurro che solo la Maiella può regalare. E riesce, così, il sereno a combinarsi pienamente con la prolificità auspicata dall’Eremo, nel dare vita a sensazioni di profondo e autentico appagamento.

Il cenobio delle puerpere ultima modifica: 2023-12-20T17:03:54+01:00 da Marcello Di Martino
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