Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Il girotondo della cascata di San Giovanni, il Santo dell’acqua

Ci sono refrain che Nino, mio compagno di sempre, non solo di montagna, ama ripetere, nel suo nobile esercizio di sherpa motivatore. Ad allegre allegre e quando ti ricapita, da qualche tempo aggiunge Bocca di Valle. Ne parla sempre e con me è andato facile nell’arte della persuasione.

Insolito appuntamento di pomeriggio, alle ore sedici, nei pressi dell’antro dedicato al Tenente di vascello Andrea Bafile, medaglia d’oro del primo conflitto mondiale.

Palombaro e la sua Montagna d’Ugni, Pennapiedimonte e la Grotta Nera con concrezioni di latte di monte e il suo il Balzolo, lì una Maiella più “selvaggia” sono mete conosciute che anticipano in traiettoria Bocca di Valle.

L’anello di oggi è una sorta di rito di iniziazione per conoscere questo versante, quindi molto ben documentato, molto frequentato, molto recensito. Alcuni ne parlano come molto difficoltoso, alcuni addirittura lo qualificano come EE (Escursionisti Esperti) altri ancora (dove alberga la menzogna seriale) lo annoverano fra i sentieri per famiglie e dalla qualificazione con la lettera T, ossia turistica.

Nino, anche lui, in questi casi mentitore seriale, mi anticipa al telefono che la passeggiata odierna è di fatti leggera, un paio di orette. Tanto da poter optare per una escursione pomeridiana. Non so se lo faccia perché mi conosce troppo (con il rischio che declinerei l’invito in caso di un approccio più realistico) oppure (ma è più remota la cosa) per l’uso da parte sua di parametri molto prossimi alle sue attitudini performative (bici, montagna, miofibrille documentate e sedimentate). 

Il sentiero è manutenuto ottimamente dalla sezione del CAI di Guardiagrele, la segnaletica è cura del Parco Nazionale della Majella. Al termine nuziale anello, preferisco quello infantile di girotondo. E così con questo lemma ne parlo. I tempi del percorso studiato da Nino, indicati nella segnaletica in legno del Parco, danno cinquanta minuti per il Piano della Civita, cento minuti per la cascata di San Giovanni, centottanta minuti per chiudere il cerchio, di nuovo a Bocca di Valle. Pardon, il girotondo. 

Partenza a quota 630 metri di Bocca di Valle, incisa profondamente dal torrente Vesola.

L’approccio è in senso orario. Chiaramente, manco a dirlo, il più duro. I primi venti minuti di ascesa disegnano un tracciato erto e impegnativo. In parte reso ancora più ostico dalla presenza di radici nodose e affioranti, una sorta di pietre di inciampo nel bosco incipiente. Il recente passaggio sull’Etna mitiga e lenisce gambe e respiro. La pendenza, tuttavia, non ridimensiona il fascino che l’ambiente silvestre riproduce man mano che ci si allontana dai rumori della civiltà sottostante. Una scala metallica appoggiata alla parete di roccia ne consente il superamento e dall’uscita dell’ultimo gradino il percorso si fa più agevole, in una radura dove la ricchezza floreale e i rami appena tagliati di basse conifere sprigionano un accompagnamento olfattivo di rara intensità. Siamo sul Piano della Civita. Si sale sempre, ma dolcemente. Da qui a poco il belvedere sulla valle e più in alto verso il Blockhaus. Un solco verde, profondo, denso di faggi, al basso di conifere, agrifogli e tassi e appena dopo di castagni. Un raggio di sole interminabile lo incide, non riuscendo però a penetrare il compatto sodalizio di chiome, che non lascia spazio a soluzioni di continuità. Da qui, il via a un sali scendi, con piccoli tratti leggermente scoscesi. Si raggiunge la quota massima a circa milleduecento metri dai seicento quaranta di Bocca di Valle.

Nonostante la notorietà dell’anello (!) su questo versante non si incontra anima viva, cosa diversa, ma non tanto, sul versante oltre il torrente che ricade dalla cascata. 

E poi, finalmente l’incrocio che dà verso la cascata. La freccia in legno indica 5 minuti. Ma come tante altre, proprio perché di medesima materia prima, impersona letteralmente le sembianze del burattino di Collodi. Il passaggio attraverso due megaliti segnati in bianco e rosso è l’uscio definitivo che scopre il cadere dell’acqua, anticipato poco prima dal fragore del suo scroscio. Pur non nella sua espressione di massima portata, la cascata per l’altezza del salto e per i colori che la sottendono ci lascia a bocca e a occhi spalancati, come per incanto. Molliamo la scena ad un gruppetto di Bresciani e di Bergamaschi e ci si chiede cosa ci fanno da queste parti in un giorno qualsiasi di maggio e ci riavviamo con l’eco dell’acqua ancora in riverbero. 

Un ultimo piccolo segmento in leggera ascesa, dopo aver guadato il torrente decisamente misero, e poi è tutta discesa. Inizialmente su sentiero e più avanti, prima su carrareccia e poi su pavimento in pietra della Maiella, largo e defaticante. Non mancano punti d’acqua ed effigi religiose. Non mancano, fra me e Nino, le ormai solite distanze di pensiero per le imminenti elezioni europee e amministrative. Non manca il saluto affettuoso con cui ci diamo commiato, ognuno per la sua strada. Mi chiedo sulla via del ritorno al campo base Taranta, il perché di San Giovanni. E la risposta la trovo nell’acqua sorgiva di cui è il Santo è protettore e per l’antica fonte battesimale della comunità di monaci di San Salvatore a Maiella, insediata nei pressi ad una quota superiore. 

Il girotondo della cascata di San Giovanni, il Santo dell’acqua ultima modifica: 2024-06-16T09:34:37+02:00 da Marcello Di Martino
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