Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Il Guado della Libertà

Appuntamento per la ventunesima edizione del Freedom Trail al Camping Orsa Minore, Campo di Giove. Si torna alla versione classica con le tre tappe. Qui siamo alla seconda tratta.

Ragazzi assonnati, docenti provati dalla notte insonne, tende ancora grondanti della pioggia notturna. Al servizio colazione, le facce sorridenti di Franca e Maria Rosaria. Alla logistica, Adelaide, al telefono, Tonino. E poi Gianpaolo e i colori della Protezione Civile, dell’Esercito, della Croce di Malta, dei Carabinieri Forestali, del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza e dei Vigili del fuoco. Un turbinio del fare di rara armonia.

Breve sosta in piazza, con un sole cocente, finalmente spazzino delle nuvole e delle piogge dei giorni passati. La vetta di Monte Amaro è straordinaria per lucentezza e per come nitidamente si stacchi dal turchese del cielo.

L’attacco è nei pressi del cimitero. Qui si dipana la matassa dei trecento partecipanti alla marcia. Ci sistemiamo, con Tonino e Adriano, anche in questa circostanza miei accompagnatori di elezione, in retroguardia. Mille e sessantaquattro metri la quota, a cui lo starter con fischietto dà l’avvio al segmento più impegnativo della Marcia.  Oltre mille e settecento metri di altitudine, l’obiettivo intermedio di giornata. Trovo sul tragitto compagnie diverse con cui mi soffermerò piacevolmente a parlare. Sono mesi che latito dai sentieri, dalle asperità, dalle croci e dalle vette e, seppure in contumacia, la pena è così decretata. Fiato corto e arti da oliare. Le miofibrille conservano, tuttavia, memoria creativa al procedere e non si arrendono al primo affanno. Cartelli nuovi di zecca, installati in collaborazione con il Parco della Maiella, restituiscono la dovuta dignità a questo cammino, la cui significanza storica, palmare, ineguagliabile, è spiegata su di essi con dettaglio e tracciata in maniera sufficiente dal punto di vista grafico. È la principale novità di questa edizione.

Ci si alza poco alla volta, con i contorni della strada sottostante sempre più sbiaditi, e con la sovrapposizione umana sul sentiero sempre più multicolore e puntiforme. Si allontanano le parallele cime di Pizzalto e del monte Rotella.

Il maresciallo Lorenzo Gagliardi, primo soccorritore ad intervenire sulla tragica scena del disastro di Rigopiano, è con me e fa da tappo, da rastrello, da amorevole conforto a tutti coloro che si attardano o salgono più lentamente. Le nostre origini sono dirimpettaie, Colledimacine la sua, Taranta, la mia. Ci aiutano a trovare argomenti, luoghi, episodi di comune attrazione. 

Come nei giorni di rientro da ponti feriali sulla rete autostradale, si formano code a tratti, per intasamenti nei punti dove varia più sensibilmente la pendenza o nei quali la carreggiata si fa decisamente più stretta. Devo ammettere che per me tali saltuarie e momentanee interruzioni svolgono una funzione non poco taumaturgica. Mi consentono anche di lasciare le ultime posizioni, di salutare Lorenzo che può così tornare al suo lavoro di chiusura della colonna. 

All’entrata nel bosco di faggi, ormai risorgenti nelle gemme turgide, il tappeto di foglie non ancora decomposte e l’acuirsi dell’erta producono i primi temporanei abbandoni. Ragazze in t-shirt e in canottiera, scarpe non proprio adatte all’asperità del percorso odierno, siedono scomposte e lamentevoli ai bordi delle tracce lasciate dal calpestio di coloro che l’hanno precedute. E fanno amaramente tornare alla mente, in un confronto per esse impietoso, i fuggitivi che, evasi dal  Campo di concentramento Fonte d’Amore di Sulmona, giovanissimi, che, senza sosta, si dirigevano a Casoli, già liberata dagli Inglesi, sulla via della Libertà. 

Un salto di roccia, sdrucciolevole ma non impegnativo, chiude lo scivolio che lo ha anticipato e dà inizio ad un tratto più riposante, anticamera dell’erta finale. Prima di lasciare la faggeta, un cartello indica la chiesetta della Madonna di Coccia, intorno ai mille e trecento metri, anche questa volta, purtroppo,  non ce la faccio a raggiungerla per una visita.

Conquisto la maglia nera all’arrivo del Valico, dove il rifugio è circondato da marciatori vocianti, sdraiati al sole, alle prese con lo spuntino del pranzo. 

Verso il Porrara, una lunga lingua di neve è il parco giochi dei ragazzi che la risalgono e scivolano giù sulle giacche impermeabili. Hanno energie da vendere.

In ripartenza, sempre commovente e istruttiva la sosta al cippo in memoria  del tenente Ettore De Corti. Ucciso dai Tedeschi, a metà ottobre del 1.943, in uno scontro a fuoco, mentre cercava con un gruppo di patrioti della Maiella, messisi in salvo proprio grazie al suo intervento, di superare la linea del fronte e raggiungere la zona ormai disinfestata della barbarie nazista. 

L’Inno di Mameli e Bella Ciao fanno da colonna sonora alla breve commemorazione. 

Ha così inizio la lunga discesa. Su carrareccia, su erba, su pietre e terra smossa dalla recente presenza di neve, su brevi tratti di sentiero diretti ad abbeveratoi per la zootecnia brada, su un segmento finale, evidente e in cemento, che sottopassando la condotta idrica della Centrale a valle, conduce all’asfalto destinato al Sacrario della Brigata Maiella. Siamo intorno ai settecento metri e l’alternanza di diverse consistenze e pendenze del versante appena disceso si è protratta per circa mille metri, non risultando, così,  tanto gentile per ginocchia e anche.   

L’intervento di un giovane studente, davanti alle targhe che segnano la cronologia delle ventuno edizioni, chiude e dà il senso più autentico alla Marcia, nella tappa del Sacrario, eretto in memoria dei Maiellini. 

Il nome dei toponimi ha origini, per lo più, variegate. La conformazione del sito, chi lo ha abitato, la tradizione che l’ha contraddistinto, la storia umana che l’ha caratterizzato. Ci sono, poi, motivi di storia più recente, dal forte connotato istituzionale, educativo e civile, che suggeriscono alle Amministrazioni Comunali di variare il nome di un luogo, perché quel luogo ha rappresentato un simbolo inalienabile. Mi riferisco al Guado di Coccia.  Che i Comuni, il Parco Maiella, su proposta dell’Associazione Freedom Trail, si facciano promotori di cambiare il nome a questo valico, per i tanti motivi che lo impongono, in Guado della Libertà. Mario Setta, ideatore della Marcia, ne sarebbe stato di certo il primo firmatario.

Il Guado della Libertà ultima modifica: 2023-04-26T18:44:09+02:00 da Marcello Di Martino
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