Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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La solitudine dei primi cittadini, su Monte Amaro

Agosto 2010,Torno sui miei passi. Con questo titolo, sindaco appena eletto (*), provo a immaginare una destinazione, un luogo di montagna, che colga appieno, nella sua accezione positiva, questa metafora ambivalente. L’esercizio non risulterà poi così tanto difficile. È Monte Amaro, la soluzione. La Cima, simbolo estremo di fatica e di culmine a cui ambire, sovrasta il massiccio della Maiella. Meta del mettersi alla prova, del tornare sui propri passi, per capirsi e farsi capire. Dove storia di gente di montagna che non c’è più e tradizioni un tempo venerate hanno delineato tragitti e alimentato epopee. Con i suoi 2.793 metri, la vetta più alta della Montagna Madre ha nel solco che disegna la Valle di Taranta una delle sue vie d’accesso più spettacolari. 

L’iniziativa non raccoglie, agli esordi della mia prima avventura amministrativa, il consenso sperato, tant’è che al mattino all’appuntamento a Pian di Valle, nei pressi della stazione di valle della funivia, trovo più esogeni che indigeni. Siamo una quindicina. 

La cestovia biposto del Cavallone si è svegliata più mattiniera del solito e, con il fresco del cielo terso, aiuta la combriccola al passaggio frizzante dal sonno alla veglia. Dal gruppo, scesi dalla funivia ad oltre mille e trecento metri, si stacca immediatamente un paio di maratoneti, spinti dalla necessità di non fare tardi per il rituale e ripetitivo pranzo della domenica, del tutto ignari del senso profondo e comunitario che avrebbe voluto assumere la pensata. Sulla destra, il profilo equino del grande antro carsico è lì quasi a orientarci nel cammino.

A spezzare il fiato di noi viandanti in fila indiana è compito del primo tratto del sentiero. Conduce al Fontanile di Taranta, a circa mille e ottocento metri di altitudine. Prima nel bosco di rare roverelle, sporadici pini neri, carpini e, più in su, faggi in prevalenza. Poi nella rampa finale su pietraia apre al prato di orapi e ortiche, ormai di giallo pallido, attorniato da cespugli di ramno selvatico, le cui bacche sono la vera manna per saziare l’iperfagia degli orsi, prima del letargo invernale. La prima sosta è qui, dove la colazione è salata, dove formaggi e frittate di peperoni e cipolle emanano profumi di terra e saldano quel primo vuoto che i quattrocento metri di salita hanno scavato. Aleandro non è ancora undicenne. Ad un’età in cui non si è più bambini, cammina deciso al fianco del papà, senza mugugni, con il sorriso dell’avventura. Nella sua determinazione, probabilmente già albergava quell’indole di artista che oggi lo caratterizza professionalmente.

Superato, con l’ausilio dei più esperti della compagine, il segmento roccioso posto sulla destra della fontana, ci si avvia per la stupefacente distesa dell’Alta Valle di Taranta. La dolcezza del rilievo autorizza piccoli capannelli, in continua osmosi inversa, dove si alternano narrazioni di vita trascorsa, farcite di aneddoti che ricordano precedenti missioni verso la cima della Maiella, a intenti progettuali per una temperie da nuovo Rinascimento. Solo il pino mugo, diffuso ed endemico, cespuglio arbustivo, resiste. Ai piedi dell’Altare dello Stincone, dove appaiono i primi ciuffi di stelle alpine, è obbligatorio, per devozione al monolite al nostro cospetto, fermarsi per una seconda tappa di giornata. Con immancabile foto di rito. La pausa è poi strumentale per prepararsi all’erta, forse la più impegnativa del percorso, che sulla sinistra affianca lo Stincone, fino a superarlo. E da qui, se si esclude la sella finale che porta alla vetta, è un saliscendi piacevole, seppur monotono, per il suo profilo lunare.

Solo le doline ormai esauste, gli inghiottitoi profondi e oggetto di indagini speleo e la Grotta Canosa riescono saltuariamente a distrarci. Ma lo sguardo di tutti noi è sempre più rivolto, famelico, alla cupola geodetica rossa all’orizzonte. E chi ha più energie in corpo e minori anni alle spalle accelera, sopraffatto dall’ansia di una meta ormai vicina. Mi distacco, così, dalla compagnia, assecondando la mia naturale postura ad un’andatura lenta e intermittente. Sono così solo, nella più autentica solitudine dei primi cittadini. Mi salutano, con la testa in giù, i due maratoneti del mattino, già in discesa. Corrono alla volta di deschi famigliari, imbanditi per il giorno di festa di timballi fumanti e carni alla brace.

Il ricongiungimento in vetta è assai festoso e, per me soprattutto, di grande soddisfazione, nello scorgere dalle espressioni del viso dei compagni di ventura, più che dalle parole, un singolare senso di appagamento. 

Contribuiscono allo stato di piacere la vestizione di asciutto nel rifugio Pelino, la fragranza del pane in inseparabile connubio con il caciocavallo delle Cinque Miglia, la soave franchezza del Montepulciano d’Abruzzo in bicchiere tulipano di vetro e la visione stordente dei panorami che non danno tregua. L’inquietante estensione della Valle di Femmina Morta, con il suo lago effimero attorniato da un circo equestre. La smaccata desolazione del Piano Amaro, accomunato immancabilmente alla superficie selenica. Le cime, sorelle “minori”, del Pescofalcone, del Monte Sant’Angelo e dell’Acquaviva. E sporgendosi dalla croce traforata, nei pressi del punto trigonometrico, entrambi rossi per coerenza cromatica con la cupola, il religioso profilo del Morrone e del più giovane, ma primatista in Appennino, massiccio del Gran Sasso. 

L’alzarsi del vento e il progressivo abbassarsi di nuvole bianche ricompongono la congrega sulla scia del ritorno. Il proponimento di dirigersi verso sinistra in direzione della cresta della Valle di Fara, raggiungere così la Cima del Colle dell’Acquaviva per poi ridiscendere nella Valle di Taranta, bypassando il Fontanile, è reso vano dalle incalzante nebbia che ci avvolge e non facilita l’orientamento in quota. Per cui, torniamo sui nostri passi, sulle impronte lasciate all’ascesa, ripercorrendo a ritroso l’intera fessura della Valle di Taranta. La bidonvia è lì ad attenderci ad un’ora che di norma la vede al primo sonno. Svaniscono le piacevoli chiacchiere del mattino, per dare stura all’impellenza del fare ritorno. Mi ritrovo così, per il mio lento incedere nel perdere quota, in piena retroguardia. 

Quel cammino solitario, quella dimensione di distacco, quella involontaria emarginazione riservate in esclusiva ai primi cittadini

Paolo Giordano, qualche anno prima, esattamente nel 2008, vince con il suo romanzo d’esordio, “La solitudine dei numeri primi”, il Premio Strega. 

(*) Sindaco di Taranta Peligna (Ch) dal 2009 al 2019

La solitudine dei primi cittadini, su Monte Amaro ultima modifica: 2023-12-03T09:42:44+01:00 da Marcello Di Martino
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