Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Onofrio, l’eremita sempre felice

Vento forte e pioggia battente aprono una mattina di sole, fresca e di raro nitore. La valle del fiume Pescara, punteggiata di capannoni, salti idroelettrici, colline di borghi e agglomerati residenziali, anticipa all’orizzonte il mare blu, forte e vanitoso, come se si specchiasse ripulito per presentarsi allo skyline orientale. Anche il Gran Sasso ha oggi una sua sagoma ben definita, appena incanutita alla sua sommità. 

Questa è la veduta che ci accompagna alle spalle. Obiettivo del religioso peregrinare di questa mattina di estate di San Martino è l’eremo di Sant’Onofrio sulla Maiella, a Serramonacesca, in provincia di Pescara.  L’Abruzzo ne conta altri due: all’Orfento,  nel comune di  Caramanico, e   sul Morrone, nel comune Sulmona. Una devozione assai diffusa verso chi, eremita, per nome, è sempre felice. È stato gioco facile esercitare l’arte della persuasione nei confronti di Claudia: la parola eremo l’ha fatta sobbalzare dal suo piacevole e prolungato stato onirico mattutino. 

L’avvicinamento all’Abbazia di San Bartolomeo, di cui l’Eremo fungeva da propaggine isolata, destinata alla meditazione e alla preghiera per i monaci eremiti, è un’ondulazione perpetua di vigneti color giallo rosso e oliveti, ormai spogli del sacro frutto oleaginoso.  L’altitudine di partenza è intorno ai cinquecento metri e ne sono testimoni le espressioni più tipiche della macchia mediterranea, arbustive e arboree. Niente foliage. Domina  il sempreverde.

Ricca l’info-grafica sui pannelli esplicativi, dignitosa e puntuale la segnaletica in bianco e rosso, di vernice fresca, che traccia il sentiero. Allestimenti meritoriamente curati dal Parco Nazionale della Maiella. 

Il percorso è largamente su pietre e su massi affioranti, in più tratti scavati a scale, per facilitarne il superamento. Retaggio di un’antica tradizione scalpellina delle comunità locali, nei nostri giorni riesumata nelle “dieci giornate di pietra a Lettomanoppello”. Si sale per poco meno di trecento metri, con brevi tratti scoscesi, resi sdrucciolevoli dagli acquazzoni dei giorni addietro. 

Claudia è in testa, non si gira, va del suo passo, per nulla offuscato dal tabacco quotidiano. Un costone di roccia, alto, bianco, lucente, investito a picco dal sole di mezzodì segna il raggiungimento della meta. Quota settecento venticinque metri. E il sentiero spiana e  sembra quasi voler correre in aiuto ai viandanti, lì arrivati col fiato corto e desiderosi di essere accolti al romitorio oranti ma senza affanno. 

Ci dirigiamo verso l’entrata della chiesetta, edificata, addosso alla parete lapidea, alla fine degli anni quaranta dello scorso secolo. Ne varchiamo l’uscio, con chiave sul portone lì tutto l’anno, e urtiamo contro la visione di un interno abbandonato  all’incuria e alla sedimentazione di polvere e terra, sul pavimento, sui banchi e sugli arredi dell’altare, virati dal bianco di bucato al grigio e al giallognolo dello sporco. Tanto da apparire  perfino rassegnata la statua del Santo, nelle sue tradizionali sembianze iconografiche, nudo e coperto dalla sola barba fluente fino alle gambe e dai suoi lunghi capelli.

Su un chiodo conficcato in una parete a sinistra dell’altare, riposano un cappello della locale associazione Alpina e un paio di rosari. Sull’altare un breviario aperto, appiccicoso al tatto e pagine strappate. Tutto all’insegna di una condizione di degrado e di desolazione. E Claudia, il cui spirito critico non è mai in surplace, sfoggia in abbondanza parole di biasimo e di riprovazione verso quello stato di cose che ci investe. Chiedendosi a più riprese perché appiccicare una costruzione asincrona e tanto voluminosa all’autentico romitorio dedicato a Sant’Onofrio.   I due accessi laterali all’altare ristabiliscono, tuttavia, autenticità e senso all’Eremo: uno spoglio giaciglio dell’eremita in un anfratto oscuro e un cunicolo senza fine che da questo si origina, riparo per i monaci dell’Abbazia sottostante, probabilmente adibito nei secoli successivi ad attività silvo-pastorali.

A tentoni proviamo a fare qualche passo in avanti, accolti dal buio della grotta,  dal rimbombo di passi e parole, dal freddo delle pareti e  investiti dall’umido fino in bocca  e sulla punta del naso e dall’odore pungente delle muffe bluastre. Ed è questo il contesto ambientale che in realtà ci si aspettava, che ci incuriosiva, che avrebbe spostato di secoli la nostra visita al Sant’Onofrio sulla Maiella. Non di certo la chiesetta posticcia del 1.948.

Nei pressi, mi imbatto in un orrido ascendente verso l’alto, denso di vegetazioni lussureggianti, con una fontana gocciolante, compagna di muschio profumato sulle rocce da cui sgorga e con una panca scura, intrisa d’acqua, in ombra, di certo utile per il ristoro estivo.

Gradoni assolati ai piedi del grande sperone, tiepidi e piacevoli alla seduta, ci accolgono per pane e formaggio. Una campanula rara è lì in arredo floreale. 

                                                                                                                              

 Quel panorama che in salita ci copriva le spalle, limitando il suo godimento a rotazioni del busto per centottanta gradi, nel perdere di quota si fa sempre più pieno e intelligibile.

Nel ridiscendere, Claudia si avvantaggia, oltrepassando ostacoli e punti più erti grazie alla sua naturale leggerezza e alla sempre sua  sedimentata disinvoltura. Stridente con il mio incedere incerto, oggi, anche e purtroppo, senza l’aiuto prezioso dei bastoncini in titanio.  Di una cosa, lei  è certa. Di non essere passata da queste parti, da nubile, inginocchiandosi davanti all’Eremo, pregando  perché Sant’Onofrio l’aiutasse, come da tradizionale credenza, a trovare marito.

Onofrio, l’eremita sempre felice ultima modifica: 2023-11-15T22:29:09+01:00 da Marcello Di Martino
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