Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
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Per non dimenticare: la rupe di Pizzoferrato

Pioggia e freddo insoliti per avere appena toccato la seconda decade di settembre. Ci si muove oltre i mille e duecento metri. E si sente. E ci si bagna troppo per godersi la montagna che sovrasta Gamberale, e i suoi mille e cinquecento metri del Laghetto di Sant’Antonio, dove un anello di sentiero ben curato circonda un’area faunistica dedicata al cervo. È in cura dal Parco Nazionale della Maiella.

In questi giorni di settembre e fino ad ottobre, i cervi fanno capolino nei tratti di recinzione attrezzati con rastrelliere con il fieno invernale. Sono animali in cattività, ma la loro costellazione ormonale è quanto mai attiva. Calori e bramiti fanno da colonna sonora alla nebbia densa e acquosa del mattino. Scartato il girotondo del lago, scendiamo alla volta di Pizzoferrato, attraversando il centro abitato di Gamberale e i suoi trecento abitanti. Ai margini estremi della provincia di Chieti, al confine con la regione sorella del Molise. Camini già fumanti e vie spopolate. Anni addietro, la neve era qui compagna fedele per l’intero inverno. Tunnel scavati sotto la coltre, alta oltre i due metri, donavano socialità e mobilità a questa gente di montagna. Da anni senza, sono svaniti con la neve il senso di appartenenza e il fondamento della confidenza. Prerogative percepite all’incontrario nel transitare per la Valle del Sole, complesso turistico in stato di semiabbandono, migliaia di metri cubi di cemento, senza anima viva.

Nuvole altalenanti, dal colore cangiante, interruzioni e riprese di acqua dal cielo ci fanno da compagnia al parcheggio della Jeep nella piazza di Pizzoferrato, al cospetto del bel Municipio in pietra viva della Maiella. È un “patapaese”, così lo definisce il sindaco visionario. Palmerino Fagnilli si è inventato una rete di comuni di identità, dal respiro nazionale, che fanno della patata la loro principale vocazione agricola territoriale.  È la stagione della raccolta e circolano per le campagne carrelli stracolmi del prezioso tubero di montagna. I comuni vicini di Montenerodomo, Gamberale e Civitaluparella, quali soci fondatori del network,  condividono la medesima scommessa di marketing territoriale.

 L’obiettivo odierno è la rupe, posta alla sommità del paese. Densa di storia e di sangue versato per la libertà. Il percorso da seguire è segnato. Ci si addentra nel nucleo antico di Pizzoferrato, su lastricato in pietra e su gradoni dall’alzata importante. Abitazioni ancora simbolo della tradizionale lavorazione della pietra e del legno, si alternano a edifici ringiovaniti da un alluminio anodizzato, estraneo e sconfortante. Piccoli orti con essenze invernali già messe a dimora, sono pronti ad alimentare le tavole di broccoli e verze. A circa metà dell’ascesa, il sentiero si fa più erto. Si abbandona la pavimentazione mista di asfalto e di tranci irregolari di pietra non geliva, per immettersi nel tratto finale su sterrato. Prima di raggiungere la croce, consueto vessillo della quota massima di una asperità, con il dottore compagno di ventura, sostiamo nei due siti, protagonisti della vicenda storica risalente al febbraio del 1944, il cui ricordo e le cui gesta danno il vero senso all’escursione odierna. 

Villa Casati, edificata su uno sperone di roccia, è la prima tappa. Il giurista Ettore Casati la chiamò “Fileremo”, perché lui era autentico amante della solitudine. Uno slargo verde, inumidito dalla pioggia minuta e intermittente in corso, anticipa le sue mura, su cui è infissa una targa in marmo, in ricordo dell’illustre magistrato lombardo. 

Il suo interno fu presidio della milizia tedesca durante l’occupazione nazista. Qui, alle prime ore del mattino del tre febbraio 1944, il maggiore Lionel Wigram alla guida di venti soldati inglesi e quindici Patrioti della Maiella diede inizio alle operazioni di attacco. Obiettivo, la liberazione e la conquista della postazione nemica. E qui perse la vita Wigram. E poco dopo un altro ufficiale inglese e dieci volontari della Maiella caddero in un secondo conflitto a fuoco. Nelle vicinanze e all’interno della Chiesa di Santa Maria del Girone, seconda tappa del nostro itinerario alla cima della rupe. Qui trovarono rifugio alleati e partigiani. E qui furono trucidati. Tutt’oggi sono visibili i fori dei proiettili sul muro a testimonianza dell’accaduto. Da queste ancora vive impronte di sangue versato per la riconquista delle libertà, ci si inerpica per raggiungere a breve un belvedere, da cui anche l’atmosfera uggiosa non impedisce di spaziare verso l’alta valle del Sangro e le prime alture del Molise.

E le nuvole basse galleggianti, i campi di giallo ocra e l’orizzonte indistinto sembrano voler offrire agli ambienti circostanti quella filigrana di sacralità che la rupe ha con sé, ormai per sempre. E la croce posta al suo culmine è lì più di un retorico emblema religioso. È  lì per non far dimenticare quanto accaduto in quel luogo. È  lì per rafforzare, al suo cospetto, il valore della memoria, in ricordo di quella temperie che ci ha riconsegnati alla storia uomini liberi da ogni forma di totalitarismo. 

Nell’ultimo segmento di discesa, la pioggia si fa acquazzone e ci vengono parzialmente in aiuto le gronde dell’abitato posto ai piedi della rupe. Sosta di rito per un pasto frugale a Villa Santa Maria, la capitale abruzzese dei cuochi.

 Il grigiore del cielo, al ripartire, si fa plumbeo. Sì da rendere ancor più persistente il gusto della salita mattutina alla rupe della libertà.

Per non dimenticare: la rupe di Pizzoferrato ultima modifica: 2024-01-26T18:49:39+01:00 da Marcello Di Martino
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