Tra_Monti
Una rubrica di Marcello Di Martino
Condividi
PDF

Un angelo blu sul Pizzone

È il terzo tentativo, questo. Mi accingo a salire, con non poca ostinazione, sulla cima del Pizzone, quota 1.313, fra le più panoramiche dei Monti Lepini. Le prime due uscite risultarono per me vane. La prima, in solitaria, seguendo la carrareccia e poi inoltrandomi per un sentiero poco segnato, fui ricacciato all’indietro dall’improvviso mutamento in brutto delle condizioni atmosferiche. Nella seconda, con Gemma, ci portammo molto in avanti sulla strada bianca ad uso silvo-pastorale, trascurando le deviazioni verso il sentiero utile, da pervenire, fino al suo esaurimento, nei pressi di un fontanile attrezzato per l’abbeverata di cavalli e bovini. E da lì ad anello, passando per il sentiero che conduce al Semprevisa, tornammo indietro a Pian della Faggeta. Comune di Carpineto Romano, sugli ottocento cinquanta metri. Città autodefinitasi “città delle grotte” per il diffuso carsismo del suo esteso territorio.

Che non sarebbe stato il caso di insistere, l’errore di traiettoria verso Segni al primo mattino mi avrebbe dovuto ridurre a più miti consigli. Segnale premonitore di imminenti sventure.

L’altopiano, già verde intenso per il pascolamento di vacche bianche e cavalli neri, accoglie con un’area ristoro sbarrata e auto parcheggiate, verso il Semprevisa, cima Nardi. Non c’è più il divieto di transito stagionale sulla strada di servizio, per cui la percorro per raggiungere la sorgente dell’Acquicciola, nei cui pressi deposito la Jeep. Tratto sul bianco in leggera salita, tempo variabile, tendente al fresco uggioso, respiro e arti al risveglio. Su uno dei primi tornanti, il segnale in legno che indica la variante per l’Erdigheta, trascurato nelle precedenti ascese, mi indica la giusta traiettoria da intraprendere per l’obiettivo di giornata. Nel primo tratto di bosco, il bianco e il rosso mi sono di conforto, punti più erti, roccette e foglie caduche non facilitano agevolmente il cammino. 

Poi di nuovo su strada bianca e a pochi metri su una curva a gomito sulla sinistra ecco i due colori amici che mi indicano dove insistere per la meta. Qui l’unico incontro in salita con un giovane runner che mi supera senza zaino e vestito leggero, mi saluta sorridendo e si dilegua da lì a poco nel bosco di faggi. Da qui il percorso si fa più impegnativo, con rampe su pietrisco e foglie marcescenti. Poi, lo snodo attraverso un guado su roccia apre lo scenario dei prati dell’ Erdigheta, dove campanacci sonanti anticipano la presenza di cavalli bai al pascolo. Un verde rinascente per il primo giorno di primavera.

Ometti bassi fatti di piccole piramidi di sassi e rocce sporgenti dipinte mi spingono sulla sinistra, dove dalla valle sottostante Il tempo vira al brutto, con folate di nebbia gelida provenienti da Est. Due sellette anticipano l’erta finale che conduce al Pizzone. È già sulla cima una coppia attempata, proveniente dall’eremo di Roccagorga, versante lungo e faticoso. La fotografo, mi fotografano. La croce è posta in bilico, in modo che si possa fare lo scherzo da prete di chiedere per lo scatto un passo indietro verso il burrone. Sulla pietra il nome della cima e della ragazza, Ilaria Salis, che in Ungheria è nelle carceri di Orbàn. Ho impiegato meno di due ore a salire.

Il panorama, anche se offuscato dalla nebbia e dalle nuvole basse, si apre verso il Golfo di Gaeta, la Pianura Pontina e il Monte Circeo, verso Sud-Est i Monti Ausoni e Aurunci e verso Est si vede Maenza. Maratoneta della montagna, maniche corte, ultra-settantenne, controlla la performance sul telefono e si riavvia tutto d’un fiato alla volta dell’Erdigheta, posta sulla cresta a qualche metro più in alto. Si sgancia da un drappello attrezzato un ragazzo dall’accento nordico che in maniche corta viene a sincerarsi dell’esistenza della croce.Bevo il te e, data l’ora ancora presta, rimando ad altra sosta pane e fontina di Palena. Ma non sarà così. Mancano una decina di minuti a mezzogiorno. Il percorso, segnato quasi al metro in ascesa, perde la sua identità chiara al ritorno.

Anziché riportarmi sulla sinistra e valicare il riferimento sperone, viro verso destra e sarà la mia irreparabile e nefasta scelta di giornata. Non controllo colpevolmente la mappa dei Lepini che mi ero portato diligentemente dietro e do inizio a una discesa senza fine.

Tratti con macchie rosse su pietre sporgenti. Abbozzi di sentieri. Tracce più o meno recenti di deiezioni solide bovine ed equine. Il tracciato di un torrente con rare pozze d’acqua. Un punto con fontana di abbeverata degli animali. Un senso di essere incappato in un gioco dell’oca infinito, che quando stai per uscire dal labirinto te ne ritrovi di nuovo dentro fino alla cima dei capelli. Alberi a terra, rami secchi, rovi e liane. Un procedere quasi per inerzia verso il basso, all’orizzonte assai lontano sparute abitazioni. 

Si scende sempre più di quota. Ho depositato la Jeep a circa novecento metri di Pian della Faggeta e scorre in giù l’altimetro fino a cinquecento. Non c’è campo al telefono e per preservarne la batteria che poi mi lascerà lo metto in modalità aerea. Ogni tanto qualche misurata radura mi apre il respiro, che si fa subito di nuovo cupo per le estreme pendenze a cui portano le deviazioni a destra e a manca. Ogni tanto uno stallone mi vede e chissà cosa pensa di questo derelitto in preda ad un naufragio sconfortante. La piana è ancora lontana. Nei pressi dell’alveo sempre dello stesso ruscello, distrazione fatale. Scivolo con rovinosa caduta sull’anca destra e sul gomito destro. Un colpo secco che ancora mi rimbomba. Solo dolore, qualche escoriazione e niente di rotto. Esce del sangue dalle mani per essermi abbracciato a dei rami di rovo. Sono non solo disorientato, quanto decompresso. Il senso di sopravvivenza vince sullo sconforto e, quando vedo ormai a quattrocento metri di altitudine dall’altra parte di una recinzione messa lì per delimitare tratti di pascolo equino il tracciato di una carrareccia, è più forte di me assumere i panni di un incursore dei Marines e strisciare a terra, una volta deposti bacchette e zaino oltre la rete, attraverso un piccolo tratto aperto, probabilmente divelto da cinghiali o lupi. Sono passate oltre cinque ore, vedo la luce oltre il tunnel. 

Avviarmi sulla strada bianca, ben tenuta e di accesso a diverse aree coltivate, prevalentemente ad olivo, mi ricarica di energie e mi sento di averla fatta franca. Manca solo l‘apparizione dell’angelo blu, Emiliano, il cui cognome Astri mi impone di immaginarlo di origine celeste. Si mostra immediatamente disponibile. Mi presenta poco dopo suo zio, un omaccione buono con le mani a pala che esprime come il nipote la forte propensione all’ospitalità nella sua fattoria, dove alleva pecore e produce formaggi. Mi dicono che non pochi escursionisti si sono persi in quella valle e che una ragazza trovò anni addietro la morte scivolando in un dirupo. Lontani dalla Magna Grecia, il riverbero dell’innato valore dell’accoglienza è da queste parti quanto mai vivo. Emiliano appartiene al popolo dei Feaci, che curarono amorevolmente Ulisse.

Siamo nel comune di Maenza in provincia di Latina, lontano dal luogo dove ho parcheggiato la macchina. Emiliano mi racconta di sé, della sua famiglia dei diversi appezzamenti dove quotidianamente vanno i genitori, ormai anziani, a prendersi cura di galline e conigli. Mi invita per un bicchiere di vino che non posso accettare. Mentre raccoglie le uova, mangio il mio piccolo panino al formaggio e finisco il te ancora caldo nella borraccia thermos. Lavora nei cantieri in tutt’Italia, va a caccia di cinghiali, vede lupi che non spara. Siamo arrivati a Pian della Faggeta, ad oltre venti chilometri dal mio salvataggio. Riesco a riprendere contatti con la famiglia, prima che si mobiliti il Soccorso Alpino. 

Un angelo blu che se fischio torna giù (*)

 (*)Un angelo blu (I Can’t Let Maggie Go), brano dell’Equipe 84

Un angelo blu sul Pizzone ultima modifica: 2024-04-17T10:42:33+02:00 da Marcello Di Martino
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!