La Venezia di Shylock. Intervista con Harry Freedman

La rimarchevole storia dei veneziani ebrei e del ghetto in un nuovo libro dell’acclamato studioso dell’ebraismo.
JOANN LOCKTOV
Condividi
PDF

English Version / ytaliglobal

Nel 1516 gli ebrei di Venezia furono ostracizzati e costretti a vivere in una zona contaminata di Venezia, dove un tempo erano state le antiche fonderie del rame. Nasceva il primo ghetto. Furono costruiti cancelli, gli affitti aumentarono, divenne obbligatorio indossare cappelli gialli e le professioni praticabili furono severamente limitate. L’acclamato studioso dell’ebraismo, Harry Freedman, ha studiato approfonditamente le persone affascinanti di una comunità perseguitata a causa della sua fede, la cultura, le relazioni e gli straordinari contributi da essa forniti. Il suo nuovo libro è una brillante narrazione, ben congegnata, che trascende la storia per contemplare il significato del ghetto veneziano e di uno Shylock letterario nel nostro mondo contemporaneo.  

Cosa ti ha spinto a scrivere una storia del ghetto veneziano?
Venezia occupa un posto unico nella storia ebraica. È qui che fu fondato il primo ghetto ed è qui che ebbero luogo le prime edizioni in serie di libri ebraici, compreso il Talmud. Sono stato a Venezia diverse volte, ho visitato il sito del ghetto ed ero incuriosito da come una città che relegava i suoi ebrei in un angolo lontano e squallido potesse anche diventare il luogo più importante al mondo per la stampa di libri ebraici.

Più la esaminavo e più leggevo, mi rendevo conto che la Venezia della prima età moderna era molto più di un semplice centro per la produzione di libri ebraici. Sebbene gli ebrei fossero confinati in un ghetto, il primo al mondo, Venezia era diventata il centro più vivace della vita ebraica in Europa. Lì avevano vissuto tanti personaggi affascinanti e si svolsero tante storie, inclusa quella del personaggio di Shakespeare, Shylock, così che decisi che la storia del ghetto di Venezia avrebbe dovuto essere raccontata in un libro.

Venezia ha sempre avuto un’enorme influenza sulla storia e sulla cultura occidentale in rapporto alle sue dimensioni fisiche e questo vale anche per il ghetto. Le influenze intellettuali e culturali di una piccola popolazione di ebrei contribuirono a una comprensione significativa del giudaismo in un momento in cui l’antisemitismo dilagava in tutta Europa. Se non fosse stato per Daniel Bomberg e la sua macchina da stampa del XVI secolo, pensi che le idee fiorite nella Venezia rinascimentale sull’ebraismo avrebbero avuto la capacità di cambiare la percezione?
La tipografia di Bomberg fu certamente importante nel contribuire a valorizzare l’immagine degli ebrei e dell’ebraismo tra i veneziani. Il fatto che uno stampatore cristiano producesse libri ebraici era già abbastanza notevole; così era anche lo spirito di armonia e cooperazione tra ebrei e cristiani che lavoravano fianco a fianco nel laboratorio di Bomberg. 

Ma anche senza la stampa di Bomberg, si sarebbero sviluppate comunque consapevolezza e comprensione da parte dei veneziani nei confronti degli ebrei. Agli ebrei non era permesso di uscire dal ghetto di notte, ma interagivano quotidianamente con i cristiani. Quando il rabbino Leon Modena predicava nella sinagoga, la qualità della sua oratoria era così alta che nobili ed ecclesiastici veneziani venivano nel ghetto per sentirlo parlare. I medici ebrei curavano abitualmente i pazienti veneziani, c’erano ebrei che insegnavano danza e musica ai veneziani e ogni anno, alla festa ebraica di Purim, gli ebrei mettevano in scena uno spettacolo che molti veneziani cristiani venivano a vedere.

Ebrei e cristiani interagivano anche fuori dal ghetto. Gli ebrei furono invitati a frequentare la celebre Accademia degli Incogniti nella città, per fornire approfondimenti sulla loro antica saggezza e per presentare ai membri dell’Accademia i manoscritti e le antichità ebraiche.

Gli ebrei erano anche essenziali nell’economia veneziana. Una delle pochissime occupazioni che erano loro consentite era il prestito di pegno e il prestito di denaro su piccola scala. I poveri di Venezia sopravvivevano di settimana in settimana venendo nel ghetto per impegnare i loro beni per poche monete con cui comprare il cibo. All’estremità opposta della scala economica, Venezia era un importante porto e centro mercantile; gran parte del commercio era gestito da mercanti ebrei che arrivavano in città dalla Turchia. Quindi, tutto sommato, ci sarebbe stata molta interazione tra ebrei e cristiani, anche senza Bomberg.

Presunto ritratto di Sara Copia Sulam

Sara Copio Sulam era una colta veneziana ebrea del XVII secolo. Poeta e musicista, era ospite di un ambito salotto letterario. Nonostante i suoi inestimabili contributi, s’approfittavano di lei e fu oggetto di gravi accuse e ostilità da parte di studiosi cristiani. Nella tua vasta ricerca sei riuscito a individuare altre donne nel ghetto che sono riuscite ad avere successo nei loro sforzi, schivando la misoginia che spesso si frapponeva nel loro percorso?
Non sembrano esserci altre donne della stessa statura o reputazione di Sara Copia Sulam. Tuttavia ci furono donne nel ghetto che riuscirono a trascendere la misoginia dell’epoca. Alla cantante Rachele fu concesso di uscire di notte dal ghetto per cantare nelle case dei nobili veneziani. Le ricche sorelle Mendes, Brianda e Beatrice, fuggirono a Venezia dal Belgio e vi sarebbero rimaste se le autorità veneziane non fossero state troppo avide, cercando di confiscare le loro ricchezze quando le sorelle entrarono in conflitto e caddero.

Ci furono donne che riuscirono nel commercio; Madame Treves è raffigurata in piedi con il marito commerciante in un dipinto di Bartolomeo Nazari. Il dipinto ha lo scopo di migliorare la reputazione di un’impresa di spedizioni di una famiglia ebrea prospera e di successo. Madame Treves occupa una posizione centrale nel quadro, indicando l’importanza del ruolo avuto nel successo dell’azienda. Suo figlio sposò Benedetta Bonfil, insieme possedevano la più grande azienda di Venezia. Una delle loro navi fu la prima a salpare sotto bandiera veneziana verso l’America, trasportando farina nel Nuovo Mondo e tornando con un carico di zucchero e caffè.

È davvero ironico che gli ebrei fossero dileggiati come prestatori di denaro (essendo una delle uniche professioni a loro disposizione) mentre ogni decisione sulla loro esistenza a Venezia derivava dal desiderio del governo di aumentare le loro casse. Si verificò un circolo vizioso di “utilità economica” che permise agli ebrei di sopravvivere a Venezia ma li segnò anche con un pregiudizio che continua ancora oggi.
Ti sei mai chiesto se le loro professioni non fossero state così severamente limitate dalle autorità veneziane, come avrebbe potuto fiorire la cultura ebraica durante il Rinascimento nelle belle arti e nelle arti decorative?
È possibile che avrebbero comunque prosperato in questi campi. Nel Nord Africa molti ebrei erano gioiellieri e artigiani, che lavoravano l’oro e lo stagno. Ma anche nel ghetto non vi era alcun divieto alla creatività ebraica in quanto tale, il famoso artista ebreo Moses dal Castellazzo ricevette commissioni da mecenati cristiani in tutto il nord Italia.

I divieti riguardavano il tipo di lavoro in cui gli ebrei potevano essere impiegati; non sembra esserci stato alcun divieto per loro di realizzare piccoli oggetti o opere d’arte nell’intimità delle proprie case. Tuttavia, per ragioni economiche, vuoi perché non potevano permettersi le materie prime, vuoi perché non esisteva un mercato, gli ebrei a Venezia non producevano opere d’arte decorativa. Anche verso la fine del XVIII secolo, quando le restrizioni al commercio ebraico furono gradualmente rimosse, sembra che gli ebrei non lavorassero nelle arti decorative. Il che avvalora la conclusione che non avevano incentivi commerciali per farlo.

Di tutte le umiliazioni subite dagli ebrei nel ghetto, la chiusura delle loro finestre affacciate sul canale nel 1560 mi colpisce come particolarmente disumana. Durante un giro nel ghetto, con una guida veneziana, questa punizione fu omessa. Quando ho chiesto perché, mi è stato detto con veemenza che non è mai successo. Perché negare le norme restrittive vissute dagli ebrei che vivevano nel ghetto?
È possibile che il decreto del 1560 non sia mai stato pienamente recepito; il Senato veneziano e le sue varie magistrature spesso non riuscivano a far rispettare la propria legislazione. Resta il fatto comunque, che il ghetto rimane oggi un simbolo di vergogna a Venezia e ci sono peraltro altre cose di cui non si parla mai.

Il Mercante di Venezia messo in scena nel campo del Ghetto Novo nel luglio 2016, con la regia di Karin Coonrod

Rispetto alla prima volta che ti sei seduto tra il pubblico e hai assistito al “Mercante di Venezia”, come è cambiata da allora la tua percezione di Shylock?
Shylock di Shakespeare è uno dei personaggi più ambigui della letteratura. È un cattivo o una vittima? L’ebreo che chiede una libbra di carne può essere presentato come un mostro, ma l’ebreo che chiede “Se ci pungete, non sanguiniamo?” lancia uno dei più grandi appelli alla tolleranza nella letteratura di tutti i tempi. È possibile leggere il Mercante di Venezia come anti- o filo-semita, o addirittura entrambi contemporaneamente.

Credo che l’unico modo per affrontare l’enigma di Shylock sia guardare all’atteggiamento personale di Shakespeare nei confronti degli ebrei, tenendo presente che viveva in un’Inghilterra dalla quale gli ebrei erano esclusi (sebbene alcuni vi entrassero). Ho adottato questo approccio nel libro, attingendo a ciò che sappiamo sugli atteggiamenti nei confronti degli ebrei all’epoca di Shakespeare, confrontando Il Mercante di Venezia con il contemporaneo e virulento L’ Ebreo di Malta di Marlowe e sottolineando possibili parallelismi tra la rappresentazione shakespeariana di Shylock e le esperienze della famiglia del Banco nel Ghetto.

La mia opinione personale è che Il Mercante di Venezia non sia un’opera antisemita. È un’opera troppo complessa e contiene troppe contraddizioni per essere riassunta in modo così netto.

Monumento all’Olocausto (1980) progetto di Franca Semi, opera di Arbit Blatas, Campo del Ghetto Nuovo (© Giovanni Leone)

I turisti a Venezia spesso non trovano il tempo per visitare il ghetto. E quando lo fanno, si sentono spesso commenti di sarcasmo dovuti ad aspettative fuorvianti che portano alla delusione. Come andrebbe vissuto il ghetto, secondo te?
Rispetto al resto di Venezia, il ghetto è un luogo triste e poco emozionante. Ma è sempre stato così. Era uno slum malsano, una città-prigione, piena di gente infelice. Potrebbe essere stato culturalmente vivace, ma non era un posto felice in cui vivere.

I pannelli in bassorilievo in bronzo all’estremità del campo creati da Arbit Blatas ricordano sobriamente i giorni peggiori del ghetto, la Shoah, e la distruzione dei pochi ebrei rimasti che non erano riusciti a fuggire. Ovunque si cammini nel ghetto ci sono targhe e pietre che portano i nomi di coloro che furono trucidati. In quanto tale il ghetto è un luogo della memoria ed è così che va vissuto.

È una fortuna che la città di Venezia non abbia trasformato il Ghetto in un parco a tema o in un’esperienza turistica; avrebbero potuto farlo facilmente. È quindi ideale per la contemplazione, testimonianza in gran parte incontaminata di come vivevano i suoi abitanti, testimonianza della persecuzione, della sofferenza e dello spirito eterno e indomabile degli ebrei.

Con il crescere dell’antisemitismo e con le terribili guerre in Medio Oriente, la rilevanza del ghetto veneziano e della sua storia ha assunto una nuova importanza?
Il Ghetto di Venezia è sempre stato il simbolo dello spaventoso trattamento riservato agli ebrei nei secoli passati. Napoleone lo riconobbe già nel 1797, dando ordine di abbattere le porte del ghetto non appena le sue forze fossero entrate in città. Purtroppo la persecuzione non ha fatto altro che peggiorare; fu solo grazie al coraggio di Giuseppe Jona che i nazisti fallirono nel loro tentativo di sterminare gli ebrei veneziani.

77 anni, Giuseppe Jona era il leader della comunità ebraica veneziana. Quando i nazisti entrarono a Venezia gli chiesero di fornire l’elenco di tutti gli ebrei che vivevano in città. Gli diedero due giorni di tempo. Giuseppe Jona avvertì gli ebrei che fuggissero o, se non potevano, che si nascondessero. Trascorse i due giorni successivi distruggendo ogni documento che riuscì a trovare relativo agli ebrei e alla comunità ebraica. Quando ebbe fatto tutto ciò che credeva di poter fare, scrisse il suo testamento e si suicidò. I tedeschi non ebbero la lista dei nomi. Due giorni dopo, quando i nazisti fecero irruzione nel ghetto, trovarono poco più di cento persone. Giuseppe Jona si era tolto la vita per salvarne più di altre mille.

L’attuale ondata di antisemitismo, in risposta al barbaro attacco di Hamas contro Israele e alla successiva invasione di Gaza, può essere considerata nel suo contesto storico. Come Auschwitz, il Ghetto di Venezia è un memoriale fisico, un luogo in cui ricordare la vita di persone tormentate semplicemente a causa della loro identità. A differenza di Auschwitz, il Ghetto oggi è un luogo dove le persone vivono e lavorano, le loro vite sono libere e senza vincoli come in qualsiasi altra parte del paese. Questo è motivo di ottimismo; il Ghetto ci permette sia di ricordare il passato sia di renderci conto che la vita tornerà alla normalità; che possiamo guardare avanti verso un futuro migliore, libero dall’insensata persecuzione degli estranei.

La Venezia di Shylock. Intervista con Harry Freedman ultima modifica: 2024-03-16T16:03:06+01:00 da JOANN LOCKTOV
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento