Paesi distanti per cultura e collocazione geografica si ritrovano a fare i conti con una medesima spinta centrifuga: la crescita esponenziale di un sentimento radicalmente anti-immigrazione, che non si limita più ai margini del dibattito pubblico ma plasma le agende di governo e ridisegna i confini della legalità internazionale. Quella che un tempo poteva essere liquidata come reazione xenofoba transitoria si è strutturata in fenomeno globale interconnesso, alimentato da crisi economiche sistemiche, paure identitarie e da una disinformazione digitale capace di trasformare il malcontento locale in rivolte di piazza.
In Europa, l’Italia è uno dei sismografi più sensibili di questa fiammata identitaria. La frammentazione della destra tradizionale ha trovato un nuovo e inatteso baricentro nella figura di Roberto Vannacci. L’eurodeputato ed ex generale ha capitalizzato il consenso raccolto alle urne trasformandolo in una creatura politica autonoma, Futuro Nazionale, la cui assemblea costituente ha sancito una rottura profonda con l’ala più moderata della coalizione di governo. Al centro della sua piattaforma non c’è più soltanto il consueto blocco degli sbarchi, ma il concetto di “remigrazione”: una movimentazione coatta di persone contro la propria volontà, teorizzata apertamente come risposta strutturale alla presenza dei migranti irregolari. La proposta, che punta alla deportazione sistematica, supera a destra le storiche rivendicazioni della Lega e costringe l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni a un esercizio continuo di equilibrismo per non perdere fette cruciali di elettorato, mentre il nuovo partito attira a sé un numero crescente di parlamentari.
Oltre i confini italiani, il quadro europeo mostra tensioni speculari. Nel Regno Unito e in Irlanda del Nord, il mese di giugno ha registrato una drammatica escalation di violenza urbana. A Belfast, la disinformazione veicolata sui social network dopo un fatto di cronaca nera ha innescato una caccia all’uomo guidata da frange lealiste radicali. Roghi di autobus, assalti ai centri di accoglienza, intimidazioni porta a porta hanno tradotto in guerriglia la retorica anti-migranti, mettendo a nudo le fragilità della gestione dell’ordine pubblico in un contesto post-Brexit ancora precario.

Più a est, la Germania vive una mutazione politica altrettanto profonda, ma incanalata nelle istituzioni. La stagnazione dell’economia e il malcontento per la spesa sociale hanno aperto vaste praterie elettorali ad Alternative für Deutschland. Con sondaggi che hanno sfiorato il 35 per cento, il partito ha spinto il cancelliere Friedrich Merz e la coalizione conservatrice a inseguire l’elettorato su un terreno sempre più restrittivo. Il risultato è una progressiva erosione del diritto d’asilo, il ripristino strutturale dei controlli alle frontiere, l’accelerazione delle espulsioni: un tentativo di arginare l’ascesa della destra radicale facendone proprie le parole d’ordine.
La stessa dinamica si riflette in Francia, dove il Rassemblement National detta ormai i tempi del dibattito pubblico imponendo il principio di “priorità nazionale” nell’accesso al welfare, e nei Paesi Bassi, dove la coalizione influenzata da Geert Wilders ha proclamato lo “stato di crisi nazionale per l’asilo”, muovendosi per sganciarsi dalle normative comunitarie sui rifugiati e blindare i confini terrestri.
Oltreoceano, la pressione migratoria e le risposte identitarie mettono in discussione persino modelli sociali considerati finora inattaccabili. Il Canada, per decenni simbolo globale di multiculturalismo e accoglienza programmata, vive una netta inversione termica dell’opinione pubblica. Schiacciata da una crisi degli alloggi e dal costo della vita alle stelle, una maggioranza crescente della popolazione percepisce i flussi migratori come minaccia alla stabilità economica. Il governo di Ottawa ha risposto con una ritirata storica, tagliando drasticamente i visti per studenti stranieri e lavoratori temporanei.
Negli Stati Uniti, il confine meridionale con il Messico resta l’epicentro di una battaglia ideologica permanente. Le richieste di misure draconiane non sono più appannaggio di frange isolate: militarizzazione delle frontiere tramite la Guardia Nazionale dei singoli Stati, piani di deportazione di massa per milioni di irregolari, poteri speciali in nome dell’emergenza. Quello che un tempo veniva presentato come insieme di misure eccezionali è diventato per una porzione ampia dell’elettorato un pilastro programmatico stabile, trasformando la gestione migratoria in questione di sicurezza nazionale a tempo indeterminato.
Se in Occidente il fenomeno si manifesta soprattutto nelle urne e nelle aule parlamentari, altrove assume i contorni di un’emergenza umanitaria aperta. In Sudafrica, un tasso di disoccupazione al 32% e il collasso dei servizi pubblici hanno trasformato i migranti provenienti dal resto del continente in capri espiatori ideali. Movimenti di vigilanti hanno scandito ultimatum di espulsione, sfociati in pogrom nelle principali metropoli come Johannesburg e Durban. Le violenze hanno provocato vittime e costretto vari Paesi africani a organizzare ponti aerei d’emergenza per rimpatriare i propri cittadini, mentre il governo centrale oscilla tra la stretta alle frontiere e la condanna, spesso tardiva, della giustizia sommaria.
Uno scenario analogo si consuma in Tunisia, divenuta trappola geopolitica nel Mediterraneo. Schiacciato tra una crisi economica soffocante e il ruolo di gendarme d’Europa nel controllo delle rotte navali, il Paese è attraversato da un’ondata xenofoba alimentata anche da discorsi istituzionali che evocano lo spettro della “sostituzione demografica”. Nelle città, il risentimento si traduce in rastrellamenti e in respingimenti forzati di migranti subsahariani verso le aree desertiche ai confini con Libia e Algeria, dove i diritti umani vengono sospesi in un limbo di fatto extralegale.

Neppure l’Asia orientale resta ai margini di questo movimento di chiusura. In Giappone, tradizionalmente restio all’immigrazione, l’urgenza di trovare nuova forza lavoro per fronteggiare una crisi demografica senza precedenti aveva aperto uno spiraglio alle frontiere. La reazione politica non si è fatta attendere. L’ascesa del partito nazionalista Sanseito ha intercettato il timore diffuso di una perdita dell’omogeneità culturale e spinto il governo della premier Sanae Takaichi verso una stretta radicale. Il cosiddetto “Zero Plan” punta sul monitoraggio informatico e su espulsioni sistematiche per azzerare la presenza irregolare, consolidando un modello che preferisce la decrescita demografica all’integrazione multietnica.
Il quadro che emerge da questa metà del 2026 è quello di un pianeta in cui la globalizzazione dei flussi umani ha prodotto, per reazione uguale e contraria, una globalizzazione dei confini. La mobilità non è più un dossier tra gli altri, ma il terreno principale di scontro politico. Il lessico stesso della politica ne esce trasformato: termini a lungo confinati all’estrema destra – “invasione”, “sostituzione etnica”, “priorità nazionale”, “remigrazione” – entrano nei programmi di governo e nei testi normativi, normalizzando l’idea di una cittadinanza condizionata, reversibile, legata alla capacità dello Stato di selezionare chi è “integrabile” e chi no.

Il confine si sposta: dai valichi fisici ai centri di accoglienza, dagli hotspot alle piattaforme digitali che gestiscono visti e permessi di soggiorno. Tecnologie come intelligenza artificiale, analisi predittiva e riconoscimento facciale vengono presentate come garanzia di efficienza e neutralità, ma finiscono spesso per alimentare una burocrazia dell’esclusione, fatta di punteggi di rischio per intere nazionalità, filtri automatici e controlli poco trasparenti. La decisione su chi può entrare o restare viene sempre più frequentemente demandata a sistemi algoritmici lontani dal controllo democratico.
La pressione si riflette anche sul diritto internazionale, costruito nel secondo dopoguerra attorno all’idea di una soglia minima di diritti non negoziabili. Convenzioni sui rifugiati, divieto di respingimenti collettivi, protezioni contro l’invio in Paesi non sicuri vengono erosi da una combinazione di clausole d’emergenza, accordi bilaterali opachi e esternalizzazione delle frontiere a Stati terzi, spesso meno vincolati da standard liberali.
Accanto a questa globalizzazione dei confini, però, si muove un fronte opposto, più frammentato ma non assente. Reti transnazionali per i diritti dei migranti, città che si dichiarano rifugio, alleanze tra ONG, sindacati e comunità religiose sperimentano contro-narrazioni e pratiche quotidiane di accoglienza, solidarietà, integrazione. In molti contesti urbani, amministrazioni locali provano a difendere spazi di convivenza reale, opponendo ai muri identitari un’idea di sicurezza fondata su coesione sociale, servizi, tutela del lavoro.

Resta aperto un interrogativo centrale: la fase di chiusura che segna questo scorcio di secolo è un riflesso temporaneo di crisi multiple – economiche, climatiche, demografiche – o il preludio a un nuovo ordine duraturo, in cui la mobilità umana sarà governata attraverso eccezione, selezione ed espulsione? La risposta dipenderà dalla capacità delle democrazie di riformulare rappresentanza, welfare e politiche del lavoro senza trasformare il migrante nel capro espiatorio permanente delle paure collettive.
Il bivio, a metà 2026, è netto: o la libertà di movimento smette di essere privilegio di pochi e viene incanalata in un quadro di regole condivise, oppure la globalizzazione dei confini rischia di consolidare un arcipelago di fortezze identitarie separate da vaste zone di sacrificio umano. È su questa linea di frattura che si giocherà, nei prossimi anni, non solo il futuro delle politiche migratorie, ma la forma stessa delle democrazie del XXI secolo.

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