Colombia, la guerra che ci portiamo dentro

scritto da CLAUDIA DEL VALLE MUñOZ

Papà, perché sei Goto? Perché mi va.”
Mio nonno era solito dare questa risposta a mia madre e ai suoi fratelli quando volevano capire le posizioni estreme tra liberali e conservatori e iniziare a formarsi le loro proprie convinzioni politiche durante la loro adolescenza.

Sono già cinquant’anni che in Colombia il silenzio timoroso restava nell’aria in una generazione che non capiva bene il proprio ruolo e che ha vissuto in un limbo per decenni, quindi per vergogna, rancore, sottomissione e disperazione si lasciava condurre dal rigore imposto in un paese che non conoscevano senza sangue, come se avessero dato per assodato che la gioventù fosse condannata a ripetere la propria storia, e quindi non avesse necessità di conoscerla.

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Cinquant’anni dopo dalla fuga di mio nonno dal tetto del mulino dove lavorava per non essere assassinato, i suoi discendenti vedono come stavano andando ad essere protagonisti della pace in Colombia. Che ingenui siamo stati. Sono già passati due giorni dai risultati che ci hanno lasciati perplessi, giovani, vecchi, bambini, adulti, le maggioranza della comunità colombiana e la comunità internazionale.

Che può star pensando un paese che non vuole la pace? Ripetono i titoli dei giornali internazionali. Realmente, non è un paese che non vuole la pace. È un paese che non sa quel che vuole, che è totalmente diviso, incredulo e timoroso di un cambio di rotta, e quindi preferisce vivere tra il sangue e i morti, piuttosto che darsi una opportunità ed essere disposto a fare i sacrifici che questo comporta.

Con profondo dolore abbiamo dovuto accettare che la nostra società non è ancora pronta a vivere in pace, o quel che è peggio, non la merita. Il trionfo del NO, la risposta che ha espresso un processo arduo e complesso di quattro anni, condotto dal governo nazionale, è il simbolo della violenza interna di ogni colombiano. Non è la guerra della selva, non è il crimine organizzato né quello della molestia; è il rancore che c’è tra una e l’altra persona, è la passione sfrenata che ci tramuta in esseri vendicativi anche con le nostre famiglie, nel nostro ufficio e con noi stessi, la stessa che ci fa sentire forti e superiori, ma anche il riflesso di una posizione più terrorifica: l’incredulità.

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Le percentuali di questa decisione dimostrano che Colombia non la sprofonda la polarizzazione, ma l’indolenza. Il 62 per cento delle persone che hanno subito il flagello della violenza, non hanno votato ne plebiscito nel quale si decideva categoricamente, con due domande, se il popolo colombiano era d’accordo con il trattato di pace firmato tra il governo e il gruppo terrorista FARC. La decisione più importante di tre generazioni di tutto un paese non ha risvegliato il minimo interesse democratico, e con stupore abbiamo dovuto accettare che in Colombia già non crediamo ai nostri governanti, alle idee, né alle istituzioni.

Nemmeno a noi stessi. I risultati elettorali che consegnano un margine minimo, quasi ridicolo, tra il Sì e il No (0,65 per cento) hanno lasciato nell’incertezza un intero paese che si è guardato per la prima volta allo specchio, e non si è potuto riconoscere. Preferiamo la violenza? No, precisamente. Preferiamo l’addormentamento, il silenzio e non dover essere responsabili di nessuna decisione. Abbiamo paura.

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Cosa segue?
L’accordo finale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura consta di 297 pagine. Votando Sì, si legittimava ciascuna delle decisioni prese nell’accordo. Votando No, non si giungeva a nessun trattato opzionale, diverso o contrario, in modo tale che ora abbiamo tutto da costruire di nuovo.

297 pagine contro una sola parola. Il prossimo 31 ottobre finisce il cessate il fuoco bilaterale e Colombia si trova di fronte a un gruppo sovversivo che continua armato nelle selve e nelle montagne, provocato da una società civile che, a quanto sembra, è disposta al fatto che la guerra continui.

L’incertezza ci ha uniti e regna un silenzio sepolcrale lungo il nostro paese. Mai si è pensato a un piano B, siamo una bomba a orologeria che gli opportunisti stanno usando per scatenarsi con nuovi discorsi che camuffano solo la via a un nuovo assoggettamento. Le vittime sono state ignorate, c’è una indignazione collettiva, le nuove generazioni semplicemente hanno voluto spegnere la televisione, facebook …. e la vita.

Dopo questo sarà molto difficile tornare a credere in un’iniziativa che ci faccia vivere in pace, i clamori del perdono e del dialogo si odono e leggono in una forma esasperata, ma è già tardi. Già ci denudiamo e stiamo scoperti uno di fronte all’altro. Come per mio nonno, il dolore fa che non possiamo rispondere a ciò che ci domandano. Questo siamo, però non dobbiamo esserlo per sempre.

traduzione di Claudio Madricardo

Colombia, la guerra che ci portiamo dentro ultima modifica: 2016-10-06T16:30:36+00:00 da CLAUDIA DEL VALLE MUñOZ

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