#ParadisePapers. L’inferno di cui non si parla

"Quando 120 politici di primo piano e giganti come Apple, Uber e Nike sono sospettati di eludere le tasse, a farne le spese sono i cittadini comuni, e soprattutto i più poveri", dice un rapporto di Oxfam a proposito delle nuove rivelazioni sui paradisi fiscali
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Paradisi e Inferni. Della massa di documenti sui “Paradise Papers”, quello che più sembra interessare sono i nomi dei “furbetti del quartierone” (mondiale): grandi company, politici, regine e chi piu ne ha (di soldi) più ne metta (nei paradisi fiscali). Ma c’è l’altra faccia di questa vicenda che genera meno interesse mediatica ma che rappresenta l’aspetto più grave di questa storia. Una faccia svelata da Oxfam.

I Paradise Papers mettono in luce quanto inefficaci siano stati finora i tentativi dei nostri leader di mettere fine agli abusi fiscali. Alle severe parole di condanna hanno fatto seguito a oggi solo riforme timide, indebolite dall’enorme pressione esercitata da multinazionali e paperoni sulla politica. –  rimarca Susana Ruiz Rodríguez, policy advisor di Oxfam sui dossier di fiscalità internazionale – Gli abusi fiscali alimentano povertà e disuguaglianza. Come anticipato da Icij, quando 120 politici di primo piano e giganti come Apple, Uber e Nike sono sospettati di eludere le tasse, a farne le spese sono i cittadini comuni, e soprattutto i più poveri. L’evasione ed elusione delle sole corporation, per esempio, costa ai paesi in via di sviluppo cento miliardi di dollari l’anno. Un ammontare di denaro sufficiente per mandare a scuola 124 milioni di ragazzi e coprire le spese sanitarie indispensabili per salvare la vita a sei milioni di bambini ogni anno.

Susana Ruiz Rodríguez

In questo contesto, chiediamo ai governi di collaborare per porre fine ai paradisi fiscali, creando una blacklist a livello globale, corredata da forti misure difensive e sanzionatorie,

aggiunge Ruiz.

A oggi nella “lista nera” dell’Ocse figura un solo Paese, Trinidad e Tobago. Mentre il processo di blacklisting in corso nell’Ue – a forte connotazione politica e senza screening delle giurisdizioni europee più aggressive sotto il profilo fiscale – si svolge in totale segretezza, con l’amara prospettiva di un “esercizio a porte chiuse” che produrrà entro il 2017 una “lista nera” europea modesta o addirittura vuota.

Le informazioni sugli assetti e l’operatività paese-per-paese dei grandi colossi multinazionali dovrebbero essere rese pubbliche, per poter valutare se le corporation versano a tutti gli effetti la loro giusta quota di imposte in ciascuna giurisdizione in cui conducono le loro attività. – continua Ruiz – Allo stesso modo, le informazioni sulla titolarità effettiva di società, fondazioni e trust, dovrebbero essere rese pubbliche per prevenire la possibilità che individui facoltosi possano trasferire e gestire in forma anonima proventi di attività fraudolente.

In merito alla trasparenza societaria, però, una proposta ambiziosa avallata dal parlamento europeo (country-by-country reporting pubblico) non trova ancora, purtroppo, il consenso degli Stati membri dell’Ue. E anche il processo di revisione della IV direttiva europea antiriciclaggio, vede prevalere da parte dei Paesi membri dell’Unione posizioni conservative, poco propense alla piena trasparenza pubblica dei beneficiari effettivi di diverse forme di entità giuridiche.

Oxfam ritiene inoltre fondamentale avviare un nuovo ciclo di riforme sulla fiscalità internazionale d’impresa che ridisegni il sistema nell’interesse della collettività e non solo di pochi. 
La richiesta di istituzione di un organismo inter-governativo sotto l’egida dell’Onu, che possa guidare un simile processo è tuttavia osteggiata dai governi dei Paesi economicamente avanzati.

Rispetto a quanto emerso dai Paradise Papers –  conclude Ruiz – chiediamo infine ai governi di avviare indagini pubbliche, con l’obiettivo di identificare misure di rafforzamento delle normative nazionali che possano prevenire pratiche diffuse di abuso fiscale.

Ma vale la pena entrare nel dettaglio. Il costo degli abusi fiscali societari per i Paesi in via di sviluppo è stimato in cento miliardi di dollari l’anno: una somma sufficiente, rimarca Oxfam, a garantire l’istruzione a 124 milioni di ragazzi che non vanno a scuola e cure vitali a ulteriori sei milioni di bambini. E ancora. La ricchezza finanziaria nascosta nei paradisi fiscali è valutata in 7.600 miliardi di dollari, secondo la stima di Gabriel Zucman (University of California, Berkeley): la cifra, pari al Pil complessivo di Germania e Regno Unito, rappresenta l’otto per cento della ricchezza finanziaria globale.

Gabriel Zucman

Secondo il Fmi le imposte le imposte sui redditi societari cntribuiscono sensibilmente di più agli erari dei Paesi in via di sviluppo (18 per cento del Pil), rispetto ai Paesi industrializzati (nove per cento del Pil). Quanto al costo degli abusi fiscali societari, esso arriva fino a 76 miliardi di dollari l’anno per l’Ue e fino a 135 miliardi di dollari all’anno per gli Usa. Si tratta della stima dell’ammanco erariale riconducibile a pratiche di abuso fiscale (evasione ed elusione fiscale) da parte delle imprese multinazionali. E una delle più attive in questa pratica è la Apple.

Conoscere per credere: si stima che Apple detenga 216 miliardi di dollari in liquidità offshore. Si stima che tra il 2009 e il 2016, Apple abbia speso circa 3,7 milioni di dollari in attività di lobbying del Congresso degli Usa su dossier fiscali. A dicembre 2015 Apple ha versato 318 milioni di euro all’erario italiano per chiudere un contenzioso relativo all’omessa dichiarazione dell’Ires per 880 milioni di euro nel periodo 2008-2013. Ad agosto 2016 il trattamento fiscale (sancito da una tax-ruling) riservato ad Apple dall’Irlanda (che ha permesso alla compagnia di versare e.g. un’aliquota effettiva di appena lo 0,005 per cento nel 2014) è stato considerato dall’Antitrust europeo come “aiuto di stato illegale”.

La compagnia dovrà restituire tredici miliardi di euro più interessi per il vantaggio di cui ha goduto fra il 2003 e il 2014. Studiosi emeriti e politici avveduti non smettono di ricordare che il grande tema dei nostri tempi è quello della crescita delle disuguaglianze, all’interno dei Paesi industrializzati e nel rapporto con i Sud del mondo. Abusi fiscali aumentano povertà e disuguaglianza, ricorda Oxfam.

Per contrastare questa deriva non basta sbattere Elisabetta II in prima pagina. Stati Uniti ed Unione Europea hanno creato una blacklist di organizzazioni terroristiche. Bene. Ma perché non creare una blacklist a livello globale di Grandi Evasori, con le conseguenti pene sanzionatorie? Gli strumenti per agire ci sono. E la volontà politica?

#ParadisePapers. L’inferno di cui non si parla ultima modifica: 2017-11-07T12:34:14+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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