Israele. Dal Re al Generale. E gli arabi entrano in gioco

Le elezioni consegnano il paese al dopo-Netanyahu. Al centro della scena un ex-militare, Benny Gantz, anch’egli dello schieramento di centrodestra, ma con un’ottica più inclusiva e attenta alla minoranza araba, la cui rappresentanza politica esce più forte dalle urne.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Nei passaggi più difficili della sua perigliosa storia, Israele si è sempre affidato ai suoi generali. Non perché sia una comunità militarista ma perché vivere in trincea finisce per costruire la “psicologia di una nazione”. La storia d’Israele è piena di generali passati alla politica: fu così con Moshe Dayan, con Yitzhak Rabin, con Ariel Sharon, con Ehud Barak… E oggi, con l’inizio del tramonto dell’era Netanyahu, Israele affida il suo futuro a un altro generale: il sessantenne ex capo di stato maggiore delle Idf (le Forze di difesa israeliani) Benny Gantz.

Al novanta per cento dei voti scrutinati, Kahol Lavan (Blue and White), il partito centrista di cui Gantz è il leader, è accreditato di 32 seggi, uno in più di quelli che avrebbe conquistato il Likud di “Bibi”. Chiuse le urne, finiti di conteggiare i voti, s’apriranno le trattative per dare un governo stabile a un Paese che nel giro di cinque mesi è andato due volte alle urne. Il Generale vince sul “Re”. Perché una cosa è certa. E a sancirla, inesorabilmente, sono i numeri: Benjamin Netanyahu non ha una maggioranza su cui costruire il suo sesto governo: complessivamente, l’eterogeneo, e rissoso, campo delle destre pro-Bibi raggiunge i 55 seggi, lontani dalla fatidica soglia dei 61 necessari per governare. Netanyahu ha personalizzato il voto, trasformandolo in un referendum sulla sua persona, ancor più che sulla sua politica.

Quel referendum l’ha perso. E sì che per provare ad allungare la sua vita politica, Bibi le aveva provate tutte, spostando il Likud su un versante oltranzista che negava la storia stessa di uno dei partiti, assieme al Labour, che hanno costruito la storia dello Stato ebraico. Per restare il primo partito, “King Bibi” ha cercato di cannibalizzare i partiti e partitini ultra: ultraortodossi, ultranazionalisti, spingendosi sino al punto di promettere l’impromettibile: l’annessione della Valle del Giordano. L’operazione non gli è riuscita. Ora, concordano gli analisti a Tel Aviv, proverà a vendere cara la pelle, anche per evitare che invece che le “dorate” porte dell’ufficio del primo ministro, nel cuore della Gerusalemme ebraica, per lui si aprano le “dolorose” porte di un carcere, visto che a ottobre sarà chiamato a rispondere in tribunale di pesanti accuse di corruzione.

Ayman Odeh, Joint List

Ci proverà, Bibi. Ma i suoi margini di manovra sono ridotti pressoché a zero. A dirlo non sono solo i numeri, ma anche il quadro regionale e, soprattutto, gli interessi di colui che di Bibi è fino a ieri stato il più grande sostenitore: Donald Trump. Fino a ieri. Perché oggi, con gli occhi rivolti alle presidenziali del 2020, The Donald tutto vorrebbe meno che imbarcarsi in una nuova guerra in Medio Oriente. Il che significa non avallare l’idea, cara al suo dimissionato ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, che per stabilizzare la regione occorre destabilizzare il regime teocratico di Teheran. Una convinzione che invece anima Netanyahu. Anche nell’ultima campagna elettorale, ha indicato come primo tra i nemici mortali d’Israele l’Iran degli ayatollah e dei pasdaran.

Ecco allora l’inquilino della Casa Bianca farsi sponsor, sotterraneo ma attivo, di un governo di unione nazionale in Israele, guidato da un generale, inattaccabile sul terreno caro a Netanyahu, quello della sicurezza, ma che non ha alimentato, in una campagna elettorale dai toni inclusivi e rassicuranti, la psicosi della Shoah nucleare. E se per ottenere un governo pacificato c’è da voltare le spalle all’amico Bibi, pazienza, Trump questo sacrificio l’ha già messo in conto. E così al centro della frantumata scena politica israeliana non c’è più un “Re” ma un Generale. Che ha promesso di unire Israele e di ricucire una tela sociale che “King Bibi” e le destre radicali hanno lacerato. Gantz gioca la partita della vita, muovendosi a tutto campo: non lasciando cadere, anzi, la prospettiva, cara a Washington ma anche al capo dello stato israeliano, Reuven Rivlin, di dar vita a un esecutivo con il Likud, ma un Likud senza più l’ingombro-Netanyahu.

Benny Gantz, Bibi Netanyahu, Avigdor Lieberman

Al tempo stesso, Gantz lascia aperta un’altra porta con un atto che in sé già segna una svolta, in qualche medo epocale, nella vita politica israeliana: l’apertura alla Joint List, la lista che raggruppa i partiti arabi israeliani. Con tredici seggi (a oltre il novanta per cento dei voti conteggiati), la Joint List torna a essere la terza forza della nuova Knesset. Una forza che Gantz intende “scongelare”. Non è un dettaglio, un espediente tattico per forzare la mano a coloro che nel Likud stanno organizzando la fronda “governista” senza e contro Netanyahu. Per tutta la campagna elettorale, l’ex capo di stato maggiore si è presentato come l’uomo che unisce, che include, che non mette in discussione l’identità ebraica come uno dei pilastri nazionali, ma che, a differenza delle destre oltranziste, non vive questa identità come fondamento di una etnocrazia. Annunciare la sua intenzione di aprire un tavolo di discussione, per dare un governo stabile a Israele, anche ai leader della Joint List è anzitutto un messaggio al paese: nessuno deve sentirsi escluso a priori dalla determinazione degli assetti politici e istituzionali d’Israele.

È un messaggio importante, che segna uno spartiacque tra il prima e il dopo, anche se quel tavolo non dovesse portare a risultati concreti. Un messaggio che era stato anticipato dall’appello di quasi cento accademici israeliani pubblicato su Haaretz due giorni prima delle elezioni, nel quale si motivavano le ragioni di un voto alla Joint List. E la ragione fondamentale è che quella lista rappresentava

la casa di tutti coloro che credono nella piena uguaglianza civile e nazionale per arabi ed ebrei, ponendo fine all’occupazione, rafforzando la democrazia, puntando sulla pace e sulla giustizia sociale.

I firmatari dell’annuncio includevano venti accademici dell’Università di Tel Aviv, undici dell’Università Ben-Gurion, nove dell’Università di Haifa, oltre docenti della Hebrew University, Tel-Hai College, Bar-Ilan University, Sapir College, Shenkar College, Weizmann Institute of Science e Beit Berl College. Un segnale importante, fondato su un principio di cittadinanza dove a far premio è l’essere Israeliano e non essere ebreo. Una visione inclusiva che rientra nell’orizzonte di Gantz, e che ha già avuto una prima, importante ricaduta: un incontro, breve ma “intenso” tra Gantz e Odeh. Il disgelo è iniziato.

Ma qui entra in scena colui che i commentatori politici israeliani hanno giustamente definito il king maker del futuro governo: Avigdor Lieberman. Anche conteggiando i voti della Joint List, e sommandoli a quelli di “Blue and White” e delle due formazioni di sinistra (Labor-Gesher sei seggi, e l’Unione democratica dell’ex premier Ehud Barak, cinque) il centro-sinistra raggiungerebbe 56 seggi, insufficienti a conquistare la maggioranza. Ecco allora essere decisivi i nove seggi del partito russofono dell’ex ministro della difesa. Cosa voglia, Lieberman lo ha già detto: dar vita a un governo Kahol Lavan-Likud-Yisrael Beiteinu, senza Netanyahu, con il quale “Avigdor il russo” ha consumato una rottura personale prim’ancora che politica. Una possibilità molto concreta. Ora la parola spetta al presidente: sarà lui a indicare il premier incaricato. Con ogni probabilità sarà Benny Gantz. Il dopo-Netanyahu è già iniziato.

Israele. Dal Re al Generale. E gli arabi entrano in gioco ultima modifica: 2019-09-18T17:02:27+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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