I non luoghi dell’Homo turisticus

In “Turismo di massa e usura del mondo” Rodolphe Christin tratta con argomentazioni filosofico-antropologiche un tema che si sta trasformando in emergenza in molte città italiane.
BARBARA MARENGO
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Grande tema, quello trattato da Rodolphe Christin nel suo libro Turismo di massa e usura del mondo (elèuthera) con postfazione di Paolo Cognetti. Tradotto dal francese da Gaia Cangioli (L’usure du monde, critique de la déraison touristique, ed L’échappée) il libro tratta con argomentazioni filosofico-antropologiche un tema che si sta trasformando in emergenza in molte città italiane: il turismo di massa.

Cosa spinge milioni di individui a partire, alla ricerca di una meritata vacanza che però si trasforma in un’illusione di libertà, attraverso itinerari forzati guidati più dal marketing che dalla curiosità? E la differenza tra turista e viaggiatore, tra percorsi affollati in ogni parte del mondo senza lo sguardo attento di chi gode della scoperta?

Individui ipermoderni e iperconnessi s’infilano in una ipermobilità che non ha niente di naturale, e che trascura il territorio circostante a ogni latitudine. Molte sono le implicazioni che spingono milioni di persone a partire, alla ricerca di nuovo, di esotico, di legittimo riposo, ma con un’attitudine del tipo “come non ci fosse un domani “. 

Ponte di Rialto in un giorno di ordinario overtourism © Andrea MEROLA

“Che ci vado a fare da un’altra parte se ancora non conosco tutti i sassi del mio villaggio’”, chiedeva il nonno dell’autore ai nipoti che lo spingevano a viaggiare: e infatti quanti di noi hanno viaggiato in luoghi lontanissimi ma non conoscono i tesori o i paesaggi della propria regione per non dire del proprio Paese? Un discorso che accomuna tutto il mondo, freneticamente spinto da strategie di marketing raffinate verso mete sempre più ardite o sempre più affollate.

La mobilità esasperata dovuta a mille legittime ragioni (dalla ricerca di un lavoro alla meritata vacanza) “può essere geografica ma anche sociale, sentimentale, professionale, orizzontale e verticale”, afferma l’Autore, per il quale l’”homo turisticus” diventa un inconsapevole forzato, un migrante. Dove la mobilità diventa un obbligo, uno status, ma anche uno sradicamento, oltre a causare grave usura del territorio, solcato da strade e ferrovie per favorire il movimento di miliardi di persone e consumato da altrettanti miliardi di passi.

Ragionamento che va a braccetto con la superficialità con la quale il turista si avvicina a culture, società, luoghi molto differenti, degradati, poverissimi, osservati con distacco dalle strutture di un villaggio turistico: un viaggio mai integrato dalla vera conoscenza e anche dalla vera presa di coscienza. In un mondo preda di alienazione di massa, il turismo di massa trova ad esempio nei centri commerciali lo sbocco naturale, ovvero innaturale, per non parlare dello scandaloso capitolo del turismo sessuale praticato da predatori degenerati ma molto numerosi in Paesi del cosiddetto Terzo Mondo.

Il mercato di Rialto, Venezia. Molti più turisti che acquirenti locali © Andrea MEROLA

La fugace felicità della vacanza fa parte del sistema di marketing raffinato che spinge masse di persone verso luoghi scelti con cura dai pianificatori, per sfruttarli fino in fondo: siano essi paesaggi naturali( quanti esempi abbiamo a proposito) o città antiche e fragili in situazioni che ognuno di noi ha a volte vissuto sulla propria pelle come vittima( se abitante del luogo depredato) o come attore suo malgrado (ricordo una sosta prolungata stretta tra la folla sui gradoni dell’Acropoli di Atene con le guide che fermavano apposta i turisti estranei al loro gruppo di croceristi per permettere ai clienti di scattare fotografie, incuranti delle proteste del personale addetto).

“Un turismo pensato per noi ma non da noi”, afferma l’autore, che sottolinea la differenza tra turista e viaggiatore: senza tornare ai (bei) tempi del Grand Tour, i circuiti organizzati dei nostri tempi stanno portando al “grande saccheggio” di città e natura, in un’ansia che pervade il turista già a inizio viaggio: chi di noi non è stato vittima di frotte di persone che entrano in chiese o monumenti senza guardare ma solo fotografando a caso? Ecco ad esempio che il concetto di ospitalità in questa folle corsa al viaggio non esiste più, sostituito da una sorta di catena di montaggio impersonale che fa di ogni luogo “un non luogo”, ricordato solo grazie a fugaci immagini sul cellulare. 

Una gondola con a bordo turisti orientali incrocia un barcone da trasporto in navigazione sul Canal Grande: ogni giorno centinaia di imbarcazioni da trasporto di vario carico navigano lungo le principali direttrici acquee della città, per la fornitura di merci e di generi primari ai sempre più numerosi ristoranti e alberghi e al commercio lagunare, spesso congestionando il traffico acqueo e incrementando il già dannoso moto ondoso. © ANDREA MEROLA

È finito il tempo del viaggiatore filosofo, del viaggiatore antropologo, del viaggiatore scrittore? Esiste ancora “il viaggio” come scoperta, emozione, sensazione, arricchimento? 

Attraverso le considerazioni di scrittori, filosofi, intellettuali, l’Autore scandaglia anche la psicologia del viaggiatore, in un sistema come quello di oggi, dove “il turista non ha tempo, non ha pazienza, non ha tempo da perdere e non ha pazienza di restare”. 

Non resta che provare a fare un “viaggio nel tempo”, come suggerisce nella postfazione Paolo Cognetti, “vagabondando per le stelle” come scrive Jack London, “un posto che il turismo di massa non raggiungerà mai”. Ma non è detto.

I non luoghi dell’Homo turisticus ultima modifica: 2022-12-05T11:15:14+01:00 da BARBARA MARENGO
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