È il 31 dicembre 1961 quando il quotidiano socialista Avanti! pubblica per la prima volta una lettera in versi che farà discutere. A firmarla è Pier Paolo Pasolini, e il destinatario è Pietro Nenni, leader del PSI, l’uomo che sta guidando i socialisti verso il governo con la Democrazia Cristiana: l’esperienza del centrosinistra.
La poesia è rievocata oggi da Fabio Martini su Facebook in occasione dell’anniversario della scomparsa di Pietro Nenni, il primo gennaio 1980. È la poesia di “un tempo – dice il giornalista – nel quale i poeti dedicavano i loro versi ai politici che emanavano carisma”.
“Oggi non sarebbe possibile”, è la premessa del post di Martini. Per assenza di leader carismatici? Di poeti impegnati? Di un clima che renda possibile un simile scambio? Riparlarne, nel tempo nostro, di quella “lettera poetica”, è ricordare un pezzo importante della nostra storia politica, ma anche riflettere sull’aridità che contrassegna l’attuale conversazione politico-culturale in Italia.
Il testo pasoliniano si apre con l’evocazione dell’estate del 1960, anno bisestile, anno delle Olimpiadi a Roma, ma soprattutto anno della caduta del governo Tambroni, sostenuto dal Movimento Sociale Italiano. Un’estate di scontri violenti a Genova, Reggio Emilia, Roma, che misero fine al tentativo autoritario e riaccesero la speranza democratica.

Ma il cuore della poesia è per Nenni, del quale Pasolini tratteggia un ritratto “toccante” (Martini), lontano anni luce dalla retorica politica, per arrivare al vero nodo politico ed esistenziale del testo: la “disperata speranza” di Pasolini per la nascente stagione della collaborazione, il centrosinistra. Un’esperienza che per l’intellettuale, da sempre all’opposizione (“Dal quarantotto siamo all’opposizione: dodici anni di una vita”), rappresenta una svolta epocale, un problema politico concreto che Nenni sta ponendo sul tavolo.
Il poeta di Casarsa s’interroga sulla condizione dell’oppositore permanente, dell’esiliato in patria, di chi vive ai margini della vita nazionale per coerenza morale:
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Il poeta civile non vorrebbe rassegnarsi al “male minore”. L’opposizione netta, scevra da compromessi, sarebbe la linea più coerente con un pensiero libero. Eppure, intravede la necessità reale di un passo pragmatico: se non si può realizzare tutto, non è forse giusto accontentarsi di realizzare poco?

La “letterina” di accompagnamento ai versi, citata nel testo originale, spiegava che rinunciare alle posizioni estreme in favore di un riformismo debole poteva significare non rendere arida una vittoria: quella di aver scongiurato un governo di destra. Lo scoraggiamento personale doveva cedere il passo a quella “disperata speranza”, confidando nel carisma del leader del Psi. Una posizione che, prevedibilmente, costò a Pasolini non poche critiche dalla stampa comunista, non tenera verso quell’elogio sperticato a Nenni.
Nel 1968, a esperienza di centrosinistra ormai consumata, il poeta torna su quei versi nella rubrica “Il Caos” sul Tempo, per difenderne la validità storica.
Rievoca la conclusione: “il non essere mai vittoriosi, il non essere mai dalla parte dei vincitori, finisce con l’inaridire”. E pur con il distacco critico del tempo, ne rivendica l’esito positivo:
Gli anni del Centro-sinistra sono stati anni decisivi per la storia italiana e in senso profondamente positivo. […] Il Centro-sinistra ha fatto rotolare un granellino di democrazia per la china di un Paese che non aveva mai conosciuto la democrazia.
Pasolini arriva a sostenere che la stessa forza del Movimento Studentesco del ’68, spesso in aperto contrasto con Nenni, nacque in realtà da quel “soffio di democrazia” che il centrosinistra, seppur stentatamente, aveva fatto passare sull’Italia.
La lettera in versi a Nenni rimane così un documento straordinario di un’Italia che cambiava, un dialogo tra due figure monumentali — l’intellettuale profetico e il politico pragmatico — che, pur da sponde diverse, condivisero la stessa, difficile, “disperata speranza”.

Lettera a Nenni (1960)
Era il pieno dell’estate, quell’estate
dell’anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c’era, se non quell’aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio — una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un’allegrezza
eccezionale, il senso di una festa.
E io come « il naufrago che guata » (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane…)
felice d’aver salvato la pelle — bisestile
doppiamente per me, è stato l’anno —
ho avuto, per un mattino, dentro, il senso
d’un « poema a Fanfani »: e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un « appoggio morale », com’è
uso dire. Fu l’idea di un mattino
bruciato dal sole di quell’estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell’Italia ricca, — che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti
— l’imitazione d’una civiltà sepolta.
E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un’altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c’era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all’opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta — da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).
Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d’intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d’Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta… Timidamente La seguivo
d’una generazione: e L’ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta,
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.
Dodici anni, è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti,
essere furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d’odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?
E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell’omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.
(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

Immagine di copertina: Pasolini e Nenni in occasione della prima proiezione al Cinema Quattro Fontane a Roma del film “Una vita violenta” del 1962)

Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

