Una intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. [Donald Trump]
I raid congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno provocato, secondo il Ministero iraniano della Cultura, danni a 114 siti storici e culturali, tra cui musei, aree urbane antiche e luoghi iscritti nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Tra le città più colpite compaiono Teheran, Isfahan, Kermanshah e Qom, ma le conseguenze del conflitto si estendono a gran parte del Paese. La distruzione, denuncia Teheran, costituisce una palese violazione della Convenzione dell’Aia del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di guerra.
Il ministero della Cultura iraniana ha inviato lettere di protesta a diverse organizzazioni internazionali, da UNESCO all’ICOM, chiedendo un’azione concreta e “non solo simbolica” contro quella che definisce una minaccia alla memoria dell’umanità.
“Questi attacchi superano la definizione convenzionale di danno collaterale”, afferma l’artista iraniana Neda Zoghi, esperta di arte islamica. Secondo lei, colpire decine di musei e siti storici significa “smantellare sistematicamente la memoria fisica di una civiltà”. Ogni mosaico, ogni pannello calligrafico, ogni archivio danneggiato non rappresenta soltanto un oggetto perduto, ma un nodo interrotto nel tessuto della conoscenza umana.
Zoghi ricorda che i siti storici iraniani, dalle rovine di Persepolis alle pitture rupestri del Lorestan, non appartengono solo all’Iran, ma raccontano l’origine stessa della civiltà. “Quando un simile luogo viene distrutto,” afferma, “non perde solo l’Iran. Perde ogni studente, storico e cittadino del mondo.”

Le guerre moderne hanno moltiplicato la vulnerabilità del patrimonio: droni, missili e onde d’urto non distinguono tra obiettivi militari e culturali. Nonostante le convenzioni di protezione approvate dopo la Seconda guerra mondiale, i musei e i monumenti restano esposti, spesso impotenti, alla logica della potenza. È per questo che la distruzione del patrimonio non è più soltanto un danno collaterale, ma una forma di guerra culturale.
Distruggere la memoria, ammonisce Zoghi, significa cancellare il futuro. E nel silenzio delle istituzioni internazionali, la lezione che resta è amara: anche la bellezza può essere vittima della geopolitica
Gli osservatori indipendenti avvertono che, anche se eventuali restauri risarcissero parte dei danni materiali, l’autenticità dei luoghi colpiti è ormai segnata da una perdita irreversibile.
Secondo il Wall Street Journal i bombardamenti hanno avuto conseguenze “più ampie del previsto” sul patrimonio iraniano. Il quotidiano riferisce che funzionari statunitensi sono “consapevoli del danno collaterale ai siti culturali” causato da attacchi mirati contro installazioni militari iraniane, ma sostengono che tali obiettivi “fossero in prossimità di infrastrutture civili e storiche difficili da isolare in un contesto urbano complesso”. Secondo analisti interni citati dal giornale, le regole di ingaggio non avrebbero previsto deroghe specifiche per i siti culturali, segno che la logica della guerra tecnologica ha ormai travolto i limiti imposti dal diritto internazionale.
Sul piano umanitario e simbolico, organizzazioni di tutela come UNESCO e ICOM parlano di un allarme esteso a tutto il Medio Oriente: anche Libano e Siria registrano danni a musei e moschee storiche. Il dibattito internazionale torna così a interrogarsi sulla reale efficacia della Convenzione dell’Aia del 1954, che da oltre settant’anni dovrebbe proteggere il patrimonio mondiale dai conflitti armati.

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