Il primo maggio come sfida

GIULIA ALBANESE
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In una città come Venezia pensare alla festa dei lavoratori implica un complicato equilibrismo tra passato e futuro. Venezia è infatti stata una delle principali città della modernità industriale italiana, anche se a lungo misconosciuta come tale, e si porta dietro quindi un’eredità pesante in termini di lotte ai lavoratori, consapevolezza e conflitti, che hanno fatto della città un unicum in una regione come il Veneto, sia dal punto di vista politico, che culturale e sociale. 

È quindi una città che quando pensa alla festa dei lavoratori può pensare alla storia novecentesca del movimento operaio, e trovare se stessa in quella storia, in particolare se pensa agli anni cinquanta e sessanta che rappresentano il picco di quella stagione, con diverse decine di migliaia di operai nella sola Porto Marghera. 

Oggi Venezia è una città molto diversa, con un’occupazione operaia molto inferiore: i lavoratori di Porto Marghera sono circa la metà di quelli che erano, e le mansioni più dure e meno tutelate – all’incirca il 30-40% – sono esercitate da lavoratori stranieri. Una parte di loro, come gli operai alle origini del movimento dei lavoratori, non ha diritto di voto in ragione dell’assenza di cittadinanza, e in ogni modo la loro presenza è fonte di diffidenza e preoccupazione, per le diverse condizioni contrattuali, i subappalti e tutto quello che questo produce in termini di impoverimento del lavoro e ricattabilità generale dei lavoratori. 

Nel frattempo, la diminuzione di questa significativa presenza operaia, che non è però una scomparsa, la pressione multiculturale su Venezia hanno molto cambiato il profilo occupazionale della città, anche se continua una sorta di divisione in zone e settori del Comune tra le diverse professioni. Il terziario è centrale nella terraferma e in generale in città, che su questo settore si regge e occupa la gran parte dei suoi cittadini e delle sue cittadine, e in questo il turismo è un elemento occupazionale centrale. L’industria, insieme all’artigianato, occupa molti meno cittadini ed è centrale in alcune aree, come Porto Marghera, Mestre e Campalto.

C’è poi la logistica e infine il settore pubblico e l’istruzione. Questo fa si che i lavoratori siano sostanzialmente cambiati rispetto al passato, più difficilmente aggregabili e più difficilmente tutelabili. Se Porto Marghera era centrale e maggioritario sul profilo occupazionale negli anni cinquanta e sessanta, oggi è la monocultura turistica a dominare, a Venezia, ma in parte anche a Mestre e questo ha cambiato profondamente il profilo dei lavoratori e dei lavori, al tempo stesso essendo un elemento centrale della marginalizzazione del peso della città a livello politico ed economico.

Celebrare il primo maggio significa quindi pensare il cambiamento tra ieri e oggi, ma anche provare a guardare e anche costruire un domani: questa fotografia così diversa che attraversa un cinquantennio ci mostra anche quanto rapidamente le cose cambino e quanto sia importante pianificare e guardare, scommettere nel futuro. Da questo punto di vista il lavoro è una buona chiave di volta. Venezia è stata una città turistica in tutto il Novecento, ma era anche una città che produceva cose, che costruiva processi culturali e progetti culturali, che andavano a sostenere l’attrattività della città, il senso di un abitare, la qualità della vita di chi ci abitava.

Ora Venezia è una città che sostanzialmente vende servizi, e questo determina il suo progressivo indebolimento e la sua progressiva perdita di senso, ma anche l’impoverimento del lavoro in città. In questo primo maggio rimettere il lavoro al centro significa anche pensare il futuro di Venezia come polo di produzione culturale e come città dell’innovazione ambientale, come una città storica che sa proiettarsi nel futuro. 

Immagini del primo maggio a Marghera (Filcams Cgil Venezia)

Il primo maggio come sfida ultima modifica: 2026-05-01T20:42:12+02:00 da GIULIA ALBANESE
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