Di sicuro c’è solo che hanno voglia di cambiare. Perché non ne possono più del “paròn” che ordina, delle sue intemperanze e sfuriate, dei premi elargiti ai fedelissimi, del clima di sospetto che aleggia per i corridoi. Sono i dipendenti del Comune di Venezia, circa duemilasettecento secondo gli ultimi dati pubblicati, molti dei quali attendono le prossime elezioni con la speranza di tornare a lavorare in serenità.
Perché, tra le tante incombenze che si troverà in agenda il nuovo sindaco della città lagunare, una delle più complesse sarà proprio quella di ridare dignità ai lavoratori comunali slanguiti professionalmente da undici anni di amministrazione Brugnaro. E se alle elezioni del 2015, quelle che hanno visto la vittoria dell’attuale sindaco sull’ex magistrato Felice Casson, molti dipendenti confessavano che avevano votato il tycoon nostrano perché prometteva sfolgoranti novità rispetto a una sinistra funestata dallo scandalo del Mose e da un velato “cupio dissolvi”, ora l’aria è totalmente cambiata.
È questa la sensazione che abbiamo avuto sentendo, in questi giorni pre-elettorali, alcuni dipendenti comunali per capire le sensazioni e i desiderata di chi, in prima persona, si trova a lavorare nell’ente più prossimo alla comunità locale. “Venturini? No, per carità. Sarebbe come rivotare Brugnaro” affermano in parecchi, ricordando che il giovane candidato del centrodestra, in politica fin da quando portava i calzoni corti, sarebbe la perfetta continuazione degli undici anni in cui la città è stata malamente governata dal sindaco imprenditore. Perché Venturini, abile a salti partitici notevoli, (è stato dapprima nelle file dell’UDC, per poi passare all’NCD di Angelino Alfano, quindi approdato nel 2015 alla lista Fucsia di Brugnaro e ora in odore di simpatia con Fratelli d’Italia anche se candidato civico), è da tutti considerato il delfino di Brugnaro, l’uomo cioè che governerebbe la città in nome e per conto del patron di Umana.
Venturini a parte, chiunque sarà il nuovo sindaco di Venezia, dovrà dunque porre mano alla situazione drammatica del personale del Comune. Questione non da poco, se si pensa che è proprio l’elemento umano a determinare il buon funzionamento della macchina comunale. E qui di lavoro ce ne sarà davvero tanto da fare, poiché in questi undici sciagurati anni, il personale comunale ha subito cambiamenti sostanziali in peius, a iniziare da una drammatica riduzione del numero di dipendenti, passati da circa 3300 nel 2016 a circa 2700 attualmente. Risparmio, potrebbe dire qualcuno. Certo, ma anche chiusura di servizi, assegnazioni esternalizzate, mancanza di sostituzione per chi è andato via.
Molti, infatti, hanno scelto di andarsene volontariamente: chi in pensione anticipata, chi chiedendo il trasferimento ad altri enti; i più hanno preferito restare, accettando e sopportando un clima di sospetto e sfiducia. O sei con il sindaco e con il suo staff, peraltro composto come si sa da molti (ex) dipendenti di Umana, o sei contro. Quindi sostituzioni di molte delle posizioni organizzative (i quadri dell’ente, ora chiamati incarichi di elevata qualificazione), affidati a persone di fiducia; molti cosiddetti “articoli 110”, ovvero contratti previsti dal decreto legislativo 267/2000 che consentono di assumere dirigenti o alte professionalità dall’esterno con contratto a tempo determinato in deroga alle normali procedure concorsuali; premietti vari e “premi di dirigenza” di circa ventimila euro elargiti ogni anno a cinque vertici dell’ente che si sono distinti per non si sa quali virtù, apparenti o meno, posto che, sia i nomi dei cinque premiati, sia le motivazioni rimangono segrete a tutti e note, lo vogliamo sperare, solo ai fortunati vincitori.
Come non ricordare, a questo punto, le parole pronunciate da Brugnaro nella scorsa campagna elettorale, denunciate dalla Funzione Pubblica CGIL Venezia in un manifestino “Io conto tutto sulle donne, sulle mogli di quelli che prendono i soldi dei premi, perché quello che non lo prende la moglie gli dice “scusa ma te si sèmo? Gioco su questa logica psicologica fulminante, ti ghe metti là i soldini, secondo me col becchime funziona”. Vorremmo far notare come questo giochino sia costato oltre un milione di euro ai veneziani, posto che sembra sia attuato da dieci anni. Può considerarsi un danno erariale? Senza considerare che il becchime solitamente lo si dà alle galline.

Un clima, insomma, che ha portato l’eccellenza Venezia, riconosciuta da tutti come esempio (per l’elevato welfare, per l’assenza di assenteismo del personale, per l’affiatamento e il coordinamento tra i vari uffici e servizi, per la formazione eccellente), alla disaffezione lavorativa. “Ti gheo disi ti al sindaco” (lo dici tu al sindaco) è la risposta – ci raccontano gli intervistati – che spesso ci si dà tra dipendenti quando si deve comunicare qualcosa al primo cittadino, rimpallandosi cioè la volontà di interloquire con i vertici dell’amministrazione e dimostrando l’assenza di slancio professionale e lavorativo. Intendiamoci: ante 2015, in epoca pre-brugnariana, non erano tutte rose e fiori, come sempre accade in una comunità variegata di tremila e passa persone. Però il senso civico e professionale, secondo quanti abbiamo sentito, era diverso, più profondo, si lavorava meglio e in un clima di fiducia e ognuno faceva la sua parte con responsabilità, credendo nel proprio lavoro e avendo fiducia dei colleghi.
Ora invece, ci raccontano, c’è una dicotomia e incomunicabilità tra lo staff del sindaco, persone tutte di fiducia dell’imprenditore e spesso (ex) dipendenti di Umana o voluti in Comune dallo stesso Brugnaro e molti dirigenti da un lato, e il comparto dall’altro, i componenti del quale sono spesso considerati dai vertici non come professionisti a cui dare credito, ma come meri esecutori di ordini.
E alcuni dei dipendenti che abbiamo ascoltato sono convinti che la scelta tra buoni e cattivi, tra quelli a cui dare fiducia e quelli meno affidabili, sia iniziata in tempi non sospetti, quando, alcuni mesi dopo l’elezione al suo primo mandato, in occasione del Natale, Brugnaro diede una grande festa al Tronchetto dedicata ai dipendenti comunali, i quali non erano certamente avvezzi a queste usanze. In molti aderirono all’invito; in molti preferirono non partecipare, straniti da cotanta generosità. Il sospetto è che la prima lista provvisoria tra, appunto, buoni e cattivi, sia stata stilata proprio in quell’occasione, tra chi ha partecipato e chi no, e perfezionata poi nel tempo, in ragione della dedizione o meno ai voleri del re e dei suoi accoliti. D’altro canto, se ci pensiamo bene, anche un’altra “lista nera” è uscita fuori dai cassetti degli uffici comunali, dove anche Ytali si è sorprendentemente ritrovata…
Undici anni di governo padronale, insomma, sono tanti. Abbastanza per trasformare un ente pubblico efficiente in una macchina inceppata dalla sfiducia. Rimettere in moto questa macchina — ridare fiducia e slancio a chi lo ha perso, ricostruire un senso civico e una morale collettiva — richiederà tempo, volontà e, soprattutto, un sindaco che consideri i dipendenti comunali professionisti e non sudditi. Se il 25 maggio porterà davvero un cambiamento, sarà da lì che dovrà cominciare.


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