La scena del martirio

Un’unica data per l’one man show di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Goldoni di Venezia: “Tre capitoli del martirio, ovvero Dioniso, Gesù e Hosseyn”.
REDAZIONE
Condividi
PDF

La recensione che segue contiene ed elabora informazioni e riflessioni
di Antonella Baretton, che ringraziamo.

Un’unica data per l’one man show di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Goldoni di Venezia: “Tre capitoli del martirio, ovvero Dioniso, Gesù e Hosseyn”. Lo spettacolo, già slittato da aprile per impegni dell’autore, non prevede repliche annunciate. L’aspettativa è alta: non solo per la notorietà dello scrittore-giornalista, oggi presidente della Biennale, ma per l’ambizione dichiarata di intrecciare tre matrici simboliche — classica, cristiana e islamica — dentro una medesima domanda: che cos’è il martirio quando si spoglia della propaganda e torna esperienza umana, carne ferita, rito, catarsi?

Dioniso da un affresco del soffitto della sala del triclinio dalla Domus nelle terme di Caracalla. Nell’immagine di copertina maschera di Dioniso, Museo del Louvre

Il cuore emotivo: quando parla il silenzio. Il momento più intenso non è detto, ma fatto ascoltare. Le luci si spengono, Buttafuoco si ritrae, e irrompe la registrazione della Sura Maryam (la 19ª del Corano) che scorre insieme alla voce cristiana di Tania Kassis. È un gesto scenico preciso: azzerare la didassi per cedere il palco a un ponte sonoro tra due delle tre religioni del Libro. L’effetto è tangibile: la sala, fin lì chiamata a inseguire citazioni e rimandi, è finalmente messa nella condizione di sentire. L’inserto ritorna nel finale e porta con sé un contesto: un live imperfetto, con applausi che paiono giungere dal Libano, nell’alveo della cerimonia del 25 marzo, festa nazionale dedicata all’Annunciazione di Maria/Maryam. La scelta, oltre il pur evidente valore ecumenico, ha una ricaduta politica implicita: nominare il Libano — tema scomodo per un governo che appare muto — rivendica un’autonomia di sguardo. Qui lo spettacolo si fa spazio condiviso, non solo tesi.

Kerbala: il martirio come grammatica del dolore L’altro apice coincide con la rievocazione del martirio di Hosseyn a Kerbala (10 ottobre 680 d.C., Iraq centrale), fondativo per l’identità sciita. La narrazione insiste sulla sete presso l’Eufrate, sulla ferocia rituale — corpi passati a fil di spada, teste esibite come trofei — fino alla scena più crudele: il neonato di Hosseyn, dissetato e poi ucciso sotto gli occhi del padre. È qui che il testo inchioda una definizione: martire è chi subisce l’ingiustizia e testimonia con il proprio corpo, e la salvezza — se c’è — passa per una sofferenza indicibile. L’accostamento al Cristo non è forzatura ma struttura: la sofferenza che si fa catarsi, non per nobilitare il dolore, ma per restituirgli il peso universale di un destino che tocca tutti. È una lezione che avrebbe cittadinanza anche fuori dai teatri: nelle scuole, dove la storia continua a essere narrata quasi esclusivamente da un punto di vista occidentale.

Musulmani in processione durante la festa commemorativa del martirio di Hossein, si colpiscono la testa con una spada, ciascuno coperto da un lenzuolo bianco per raccogliere il sangue che scorre dalle loro ferite.

Le soglie difficili: erudizione che frena la scena Non tutto però arriva con la stessa forza. L’incipit, costruito sull’aneddoto di Adamo e del figlio che gli pone in bocca, da morto, i semi del legno da cui — secondo la leggenda della “Vera Croce”, cara anche a Piero della Francesca — nascerà l’albero della crocifissione, apre a una casistica di croci: quella rossa delle ambulanze, la X degli analfabeti in calce ai documenti, la croce “druida” delle mani aperte a indicare la direzione opposta al sole da cui muovono le strade. Sono lampi intelligenti, ma restano per lunghi tratti schegge: stimoli che preparano, senza far precipitare il racconto. Manca una vera drammaturgia di connessione; al posto del conflitto e della trasformazione, dominano l’elenco e l’esegesi. L’effetto, complice il tono assertivo e talora solenne, è quello di un’aula universitaria: platea di discenti più che di spettatori.

Dioniso tra mito e “manducazione”: il concetto senza l’arco La sezione dedicata a Dioniso — lo smembramento per opera dei Titani, la “manducazione”, la riduzione in poltiglia — indica con chiarezza il nodo antropologico (morte, distruzione, rinascita), ma fatica a incarnarlo in una traiettoria scenica. Anche gli epiteti — Dioniso chiamato “Iacco” — rimangono etichette per iniziati se non sono piantati in terra da un conflitto riconoscibile, da una figura che perda e poi trovi forma. È la distanza tra l’idea forte (il dio ucciso che risorge) e il teatro che la rende visibile. Qui l’erudizione sopravanza l’azione.

Caravaggio, Deposizione, 1602-1604 Musei Vaticani, Roma.

Lingua, gesto, misura Buttafuoco ha presenza e voce, e quando si mette al servizio del racconto — soprattutto nelle due “sponde” musicali e in Kerbala — l’affabulazione prende corpo. Si avverte però un’oscillazione di registro: l’enfasi e un certo autocompiacimento tradiscono l’inesperienza dell’autore-performer, soprattutto nei passaggi di cucitura. L’impressione è di un testo potente nel nucleo tematico, ma ancora in cerca di una partitura: tagli, ritorni, figure-ponte che traghettino lo spettatore tra le tre costellazioni simboliche senza smarrire il filo.

Che cosa resta Resta l’immagine di un progetto necessario: mettere in dialogo simboli e ferite, mostrare la parentela profonda tra riti che ci siamo abituati a considerare inconciliabili. Resta l’eco di un canto che supera la tesi. E resta un cantiere aperto: uno spettacolo riuscito a metà, che quando abbandona il prontuario e si affida al cuore trova la sua ragione; quando si chiude nell’atlante dei segni, perde trazione scenica.

Chiusura: le presenze della Biennale Solo in coda, uno sguardo alla platea. In sala la Biennale, con Alberto Barbera (direttore artistico del settore Cinema), amici e collaboratori: una sorta di battesimo pubblico per chi — scrittore, giornalista e ora Presidente dell’Ente — è finito alle cronache per la difesa dell’apertura del padiglione russo, in tensione con il governo di cui condivide la fede politica e con il ministro Giuli, cui deve l’insediamento. Il finale è di cordialità: abbracci con Barbera dopo il sipario.

La scena del martirio ultima modifica: 2026-05-30T17:26:06+02:00 da REDAZIONE
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento