Giovedì 13 agosto si terranno le elezioni suppletive di Clacton-on-Sea, in Essex (Inghilterra sud-orientale). Tali elezioni sono state innescate dalle dimissioni di Nigel Farage, sul quale era stata avviata un’inchiesta parlamentare relativa alla mancata dichiarazione di una donazione da cinque milioni di sterline; il benefattore è Christopher Harborne, un milionario britannico residente in Thailandia, specializzato in cryptovalute. La regola prevede che i parlamentari neo-eletti (come lo era Farage nel 2024) debbano dichiarare tutte le donazioni, relative alla “attività politica”, ricevute nei dodici mesi precedenti l’elezione; non sono invece obbligati a dichiarare quelle “a titolo personale”. Ed è qui che si gioca la questione, perché Farage sostiene che l’ingente somma gli sia stata data solo come un dono alla sua persona. Oltre a ciò è emerso che egli ha ricevuto fondi anche da George Cottrell, un personaggio che nel 2017 ha trascorso otto mesi nelle carceri statunitensi per frode (si era offerto di riciclare denaro per conto di agenti sotto copertura). Farage si sarebbe servito di questi ultimi fondi per la propria sicurezza e avrebbe anche usato appartamenti nella disponibilità di Cottrell il quale, pur non ricoprendo ruoli ufficiali nel partito, funge anche da consigliere del leader di Reform UK ed è stato visto accanto a lui in numerosi eventi.
Le dimissioni di Farage, tuttavia, non sono affatto venute come ammissione di colpa. Anzi, sono state ispirate da due obiettivi precisi all’interno di una strategia di contrattacco. Da un lato, infatti, esse hanno portato alla sospensione dell’inchiesta, dato che egli non ricopre più un incarico parlamentare. Dall’altro lato Farage, che si ripresenterà alle elezioni, è alla ricerca di un consenso che gli permetterebbe di affermare che il popolo è dalla sua parte, contro quella che a suo dire è una campagna mediatica diffamatoria. Ha infatti dichiarato: “I’d much rather be judged in the court of public opinion” (preferisco essere giudicato nel tribunale dell’opinione pubblica).

La vicenda non si è però sviluppata come il leader di Reform UK sperava. Infatti i partiti tradizionali (laburisti, conservatori, liberal democratici, verdi) hanno deciso di non prendere parte a quella che hanno definito come una farsa. Quindi la maggior parte dei 33 nomi che, in aggiunta a quello di Farage, compariranno sulla scheda elettorale è costituita da improbabili macchiette, che si presentano a molte elezioni raccogliendo percentuali da zero virgola. D’altronde, per candidarsi non è necessario risiedere nel collegio per cui si vota, ma bastano dieci firme raccolte nel collegio stesso e un versamento di cinquecenti sterline (che viene restituito solo a coloro che superano il cinque per cento dei voti).
Un candidato seriale, ad esempio, è Howling Laud Hope (al secolo Alan Hope), leader dell’Official Monster Raving Loony Party (che si potrebbe tradurre come Partito dei Pazzi Ruggenti): egli è alla trentottesima candidatura e si era già presentato, ad esempio, contro Cameron nel 2010 e contro May nel 2017. Allo stesso “partito” appartengono anche Nick the Incredible Flying Brick (Nick Delves), alla quattordicesima candidatura (fra cui una contro Starmer nel 2024), e Baron Von Thunderclap (Peter Barry), alla settima candidatura. Oltre a questi – e ad altri – personaggi improbabili, ve ne sono anche di più seri, come ad esempio John Stevens (ex parlamentare europeo conservatore e ora membro del partito Rejoin EU), William Clouston (leader del partito social-democratico), o qualche altro indipendente.

Colui che però, fin da subito, ha attratto più consensi è Count Binface, un personaggio vestito con un bidone della spazzatura in testa, creato dal comico Jon Harvey. Anche Binface ha già partecipato a varie elezioni in precedenza, ma – come dovrebbe essere ovvio e come succede anche in altri paesi – non è mai andato oltre a percentuali risibili. Questa volta, invece, su di lui sembrano destinati a fluire molti voti di coloro che odiano Farage. Quando quest’ultimo ha presentato le sue dimissioni nelle mani del ministro dell’economia (come da tradizione secolare), la titolare del dicastero, Rachel Reeves, le ha subito accettate commentando ironicamente: “If he wants to spend the summer arguing with a bin, I won’t stop him” (se vuole passare l’estate a litigare con un cestino della spazzatura, non sarò io a fermarlo).
Se il voto di Clacton fosse su base nazionale, secondo i sondaggi Farage sarebbe sconfitto da Binface. Tuttavia, sondaggi fatti tra gli elettori del collegio (quelli che davvero contano) danno il leader di Reform UK saldamente in testa, con il 73 per cento; ma Binface è accreditato di un venti per cento che non ha precedenti. In un contesto del genere, la decisione di votare o meno può anche essere lasciata allo schiribizzo di un momento, e quindi vi potrà essere anche qualche oscillazione rispetto alle previsioni; ma Farage non avrà comunque problemi a conservare il seggio, in un’area tradizionalmente conservatrice e che nel 2024 lo aveva già premiato anche contro concorrenti più seri. Tuttavia, saranno i prossimi mesi a dirci quali saranno le conseguenze di questa vicenda per il leader di Reform UK, tenendo conto ovviamente che il suo consenso dipenderà anche dal gradimento che riuscirà a ottenere il nuovo primo ministro, il laburista Andy Burnham.
Volendo però concludere con qualche schematico commento, si può dire che:
– a volte leader populisti che riescono ad avere un forte seguito sembrano inclini a un delirio di onnipotenza (in stile Papeete) che per loro si può rivelare controproducente;
– d’altro canto Farage ha dimostrato di essere capace di reinventarsi. Dopo il trionfo del referendum del 2016, si è allontanato dalla scena politica avendo capito che riempire la scatola vuota del “Brexit means Brexit” era un’impresa di enorme difficoltà. Tuttavia, anni dopo è rientrato in prima linea fondando un nuovo partito politico, la cui ascesa nei consensi è derivata anche dalla crisi economica causata, almeno in parte, dalla stessa uscita dall’Unione europea che egli aveva promosso;
– non è una buona notizia per la democrazia che a mettere in difficoltà i populisti non sia un politico serio, ma un comico. Detto questo, come accennato, resta da vedere come si muoverà nei prossimi mesi Andy Burnham, che in questo momento sta avendo una mini “luna di miele” con gli elettori;
– non è detto che il declino di un leader populista porti a una situazione migliore sulla scena politica. Gli spazi della protesta lasciati vuoti da lui/lei possono essere riempiti da qualcuno ancora più estremo. In Gran Bretagna, per esempio, scalpita un ex alleato di Farage, Rupert Lowe, che con il suo Restore Britain è dato al tre/quattro per cento dei consensi grazie a politiche come l’abolizione del cibo halal e del burqa, e un referendum per ristabilire la pena di morte; dopo scontri molto aspri con Farage, Lowe ha tentato un riavvicinamento, che al momento è stato respinto con stizza. Ancora più a destra, inoltre, c’è Tommy Robinson, il leader neo-fascista del movimento Unite the Kingdom, il quale nel maggio di quest’anno ha organizzato una manifestazione con decine di migliaia di partecipanti;
– in realtà forse la notizia peggiore per Farage è che la storia dei suoi finanziamenti non dichiarati sia venuta fuori grazie a inchieste del Sunday Times, di proprietà di Rupert Murdoch. Dopo una cena del 2013, il tycoon australiano ha a lungo supportato Farage, aiutandolo certamente nella vittoriosa campagna per la Brexit. E successivamente, dopo il suo momentaneo ritiro dalla vita politica, lo ha assunto come commentatore per i propri media. Ora, il fatto che proprio su un giornale di proprietà di Murdoch sia stato lasciato spazio a un’inchiesta così delicata, è certamente un indizio di un supporto che sta venendo meno. E un personaggio come Murdoch, almeno nel passato, è stato sempre molto abile a capire dove il vento tirava…

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