Christa in croce

MARCO CINQUE
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La storia di Christa Pike è simile a quella di tanti altri condannati e condannate alla pena capitale negli Stati Uniti, anche se il suo epilogo sembra essere diverso da ogni altro caso. Infatti, lo scorso 30 settembre, la Pike, che doveva essere la prima donna giustiziata nel Tennessee dopo oltre due secoli, era stata già crocifissa, distesa sul lettino di morte, legata saldamente e sottoposta al ferale protocollo eseguito dagli assassini di Stato. Tuttavia, nonostante ripetuti tentativi e 40 minuti di atroci sofferenze, la condannata è incredibilmente sopravvissuta alle massicce dosi di veleno letale iniettatele.

Ora la donna è piantonata in ospedale, dove è stata ricoverata in gravi condizioni, in attesa degli sviluppi del suo caso. Secondo il Death Penalty Information Center non si erano mai registrati casi di sopravvivenza a un’iniezione letale dopo la somministrazione di farmaci e, comunque, quella della Pike sarebbe già la seconda esecuzione fallita dell’anno nello Stato.

Christa Pike è nel braccio della morte da 31 anni, accusata di un crimine terribile quando aveva da poco compiuto 18 anni, cioè da quando uccise la diciannovenne Colleen Slemmer. Purtroppo, come spesso accade, i due avvocati d’ufficio incaricati non sono stati in grado di garantire alla Pike una difesa minimamente decente e, tra le altre cose, non hanno informato la Corte che la donna aveva avuto un’infanzia segnata da un crescendo di violenze di ogni sorta, di povertà, di abbandono e di stupri subiti dai 7 ai 18 anni.

Nata con danni cerebrali causati dall’abuso di alcol da parte della madre durante la gravidanza, a dodici anni Christa tentò per la prima volta il suicidio. Costretta ad affrontare da sola sia il peso delle cicatrici degli stupri subiti tra le mura domestiche sia i sintomi di una malattia mentale non curata, a diciassette anni restò vittima di un ennesimo brutale stupro subito da uno sconosciuto. Persino Tadaryl Shipp, il fidanzato satanista della giovane, la picchiava e la prendeva a calci, minacciando di sfregiarla con una lametta.

La scure dell’emarginazione, del disagio psichico e della povertà si abbatte con regolare cadenza sulle persone, condizionandone pesantemente sia le loro vite che i loro destini giudiziari. Le sentenze di condanna riguardo a qualsivoglia crimine vengono infatti determinate soprattutto dal colore della pelle e dal conto in banca, più che dalla colpevolezza degli imputati, e già il semplice fatto di essere difesi da avvocati d’ufficio incompetenti e demotivati determina invariabilmente un esito segnato dalla discriminazione e dal pregiudizio.

Il fatto che poi Christa fosse l’unica donna prigioniera nel braccio della morte del Tennessee l’ha condannata a subire un’ulteriore tortura, relegandola in una cella di isolamento per oltre un quarto di secolo. Questo sopruso disumano è finalmente terminato nel 2024, dopo un procedimento giudiziario intrapreso da cinque membri delle Nazioni Unite. Un rapporto della Commissione interamericana sui diritti umani ha inoltre rilevato che durante le fasi processuali non sono stati rispettati i criteri richiesti nei procedimenti penali che prevedono condanne alla pena di morte.

La storia dell’iniezione letale

Dopo impiccagione, fucilazione, camera a gas e sedia elettrica, l’ultima tecnica introdotta negli Stati Uniti per eliminare legalmente vite umane è stata quella della cosiddetta iniezione letale. Venne introdotta per la prima volta in Oklahoma e Texas nel 1977, ma la prima esecuzione fu sperimentata nel dicembre del 1982 e nel giro di una ventina di anni, anche per questioni di convenienza economica, è stata adottata da tutti gli Stati, ad eccezione del Nebraska che mantiene esclusivamente la sedia elettrica.

«Non si uccidono così anche i cavalli?», recitava il titolo di un vecchio film di Sydney Pollack, ma John David Duty, un cinquantenne condannato a morte in Oklahoma, è passato alla storia per essere stato il primo a sperimentare, nel 2024, gli effetti del pentobarbital, cioè la stessa sostanza usata per Christa e precedentemente utilizzata dai veterinari per eliminare cavalli azzoppati e animali malati. Oltre ad Oklahoma e Tennessee, il protocollo sull’utilizzo del pentobarbital è stato adottato anche da altri 13 stati.

Tra i molti tentativi malriusciti tramite iniezione letale si ricorda quello di Stephen McCoy, che ebbe una reazione così violenta alla somministrazione delle sostanze velenose che un testimone svenne addosso a un altro testimone. Nel novembre 1983 venne sospesa l’esecuzione di James Autry, perché era ancora cosciente, si contorceva e si lamentava. Alcuni mesi dopo, al secondo tentativo, Autry impiegò 10 minuti a morire, durante i quali lanciava grida disperate.

Negli ultimi anni, la carenza di farmaci e le azioni delle aziende farmaceutiche hanno reso più difficile reperire i medicinali necessari. Sempre secondo il Death Penalty Information Center, le iniezioni letali sono state responsabili di oltre il 7% delle esecuzioni fallite, la percentuale più alta tra tutti i metodi e più del doppio della media di tutte le esecuzioni. Nel febbraio 2006, il rifiuto degli anestesisti californiani smontava il falso mito di «sistema più umano» attorno cui si era affermata l’iniezione letale. Molti avvocati sostengono che il composto delle sostanze tossiche usate per l’iniezione letale in 36 stati degli Usa viola palesemente l’ottavo emendamento costituzionale che vieta «punizioni crudeli e inusuali».

Melissa Lucio

Le conseguenze e il caso Melissa Lucio

Tornando alla vicenda di Christa Pike, il fallimento della sua esecuzione ha avuto delle conseguenze immediate, tanto che Bill Lee, cioè lo stesso governatore repubblicano del Tennessee, ha chiesto una revisione indipendente riguardo all’accaduto ed ha persino fermato la prossima esecuzione prevista per quest’anno nel suo Stato. Alla decisione del provvedimento del governatore avevano contribuito anche i vescovi cattolici ed anglicani del Tennessee, che con un appello ecumenico avevano chiesto di commutare la condanna a morte alla Pike, ribadendo il concetto che «la giustizia non deve diventare vendetta», una posizione già espressa in un videomessaggio del 24 aprile scorso di Papa Leone XIV: «il diritto alla vita è il fondamento stesso di ogni altro diritto umano».

Rispetto al caso di Melissa Lucio, un’altra donna condannata a morte in Texas, di cui già si scrisse su Ytali, lo scorso 24 settembre la Corte d’Appello del Texas, composta interamente da giudici repubblicani, aveva respinto a grande maggioranza la sentenza che la dichiarava innocente. Anche il caso di Melissa Lucio era stato segnato da anomalie, pregiudizi e irregolarità processuali. Vanessa Potkin, del team di avvocati della Lucio, ha dichiarato che verrà presentato ricorso presso i tribunali federali.

Appello

Per fermare nuovi eventuali tentativi di esecuzione di Christa Pike
è possibile firmare un appello di Amnesty International

Christa in croce ultima modifica: 2026-10-10T17:49:57+02:00 da MARCO CINQUE
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