Catturare la realtà
Che ogni generazione abbia un proprio modo per esprimersi tramite la scelta o lo sviluppo di un determinato medium, che in qualche modo raggiunge una popolarità inaudita o trova il modo di reinventarsi, è assodato. Per secoli le arti plastiche sono state l’unico modo per raccontare, tramandare e insegnare storie anche a fasce della società meno abbienti, analfabete. Il cattolicesimo ha costruito una propaganda di discreto successo usando le pareti delle chiese per raccontare le vicende di Cristo e degli apostoli. Senza considerare l’utilizzo dell’architettura stessa, portando alla costruzione di immense cattedrali gotiche nel nord Europa che, meglio di ogni altra cosa, rappresentano visivamente la potenza del Signore, inondando la sensibilità del fedele, magari afflitto da qualche dubbio di fede.

Il linguaggio scritto è forse quello più elitario, proprio perchè richiede studio non solo per essere appreso ma anche compreso. Ascoltare un cantastorie recitare le vicende di Ulisse è immediato e innato, non necessita di particolari capacità acquisite. Leggere l’Odissea è un altro paio di maniche. Servono anni e anni di scuola (e soldi, quantomeno in antichità) per imparare a riconoscere le lettere, unirle tra loro per formare parole, e poi frasi che vanno collegate ad un significato.
Si tratta dunque di un metodo di fruizione più lento, meno diretto e “naturale” rispetto all’osservazione di un quadro o di una scultura, o all’ascolto di un cantante o di un attore, o alla contemplazione di un’architettura. Chiede al destinatario lo sviluppo di un metodo di decifrazione, senza il quale il linguaggio scritto non può essere affrontato, figuriamoci compreso.
Ecco, quindi, spiegata, in parte almeno, la fortuna di media audio-visivi, il loro trasmettere in modo più veloce una data informazione o messaggio anche tra persone che non parlano la stessa lingua o che provengono da contesti differenti. Nel corso dei secoli il concetto di quadro/scultura si è evoluto, andando verso una direzione, un desiderio, preciso, quello riuscire a catturare il movimento, il momento che l’uomo percepisce con tutti i sensi.
Bernini congela nel marmo la forza di Plutone e il contortesi di Proserpina; Boccioni, nel bronzo, l’inerzia di un corpo; Balla, sulla tela, tenta di catturare il nuovo “mostro” automobile; Monet, con i colori, fissa il sole e il mutare della luce riflessa sulla Cattedrale di Rouen. Nessuno però è ancora in grado di restituire il movimento e il sonoro, di intrappolarli in un’opera che non sia più effimera come il teatro, ma che possa essere conservata e ascoltata/vista in qualsiasi momento. Secondo Benjamin la “riproducibilità tecnica” porta alla morte dell‘hic et nunc, alla morte dell’aura, ma in realtà è solo grazie alla fotografia, e poi, il cinema sonoro che la realtà diventa immortale.
Universalità della fruizione e attinenza rappresentativa con il reale che vediamo sono i due punti che definiscono le arti visive riproducibili. In un mondo ossessionato dall’immediatezza e dalla velocità come il nostro, questi sono due grandi pregi. Un mondo che è stato esso stesso formato, reso quello che è, da fotografia e televisione, dalla possibilità di vedere le morti della seconda guerra mondiale impresse su pellicola, e poi quelle del Vietnam, e quelle del World trade center, e quelle dovute alla metanfetamina, all’Ossicodone, all’anoressia.
Bazin afferma che la morte e il sesso non possono essere mostrati dal cinema poiché ogni dipartita e ogni orgasmo sono unici, e quindi la loro ripresa va oltre l’oscenità. Tuttavia sono proprio le morti e i nudi i soggetti più ricorrenti nella storia dell’arte e la loro rappresentazione, sempre più realistica, ha trasformato la società, rendendola meno sensibile alla violenza sullo schermo, forse più violenta nella vita vera, forse solo più o meno consapevole di dove finisca la finzione e inizi la realtà. Resta il fatto che la riproducibilità e la “cattura” delle immagini e il suono vero del mondo ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere.

L’evoluzione dei media va di pari passo con il cambiamento sociale, del modo di pensare, di porsi, di vedere il mondo, ma anche di raccontarlo, di fruirlo, di necessitarlo. Con il progressivo aumento della velocità dell’evoluzione dell’industria anche le invenzioni di nuove forme d’arte si sono susseguite ad un ritmo mai visto prima. A dividere l’invenzione del pennello e della fotocamera c’è un tempo infinitamente superiore tra quello che divide la fotocamera e il cinema, il cinema muto e quello sonoro, lo schermo cinematografico e la televisione, il palinsesto e l’internet tascabile, tra la rete navigabile e i social network.
La tendenza a una progressiva velocizzazione dei media sembra non essere pronta a invertirsi presto. Se in antichità erano necessari giorni o mesi (e denaro) per reperire un’informazione viaggiando tra biblioteche cittadine ora bastano pochi secondi e un device personale collegato al wifi, e tutta la conoscenza di millenni di storia umana è a nostra disposizione. Questa maggiore semplicità di trovare risposta alle nostre domande, e la costruzione di un modo di produzione capitalista, ha portato alla nascita di un mondo sempre più impaziente, con sempre meno tempo, ma anche sempre più desideroso di ritagliarsi dei momenti di futile svago.
Ecco quindi che il medium social è la perfetta sintesi di immediatezza, universalità, reperibilità, curiosità, stimolo, autoappagamento e dipendenza. Non viviamo più nell’epoca dei carretti trainati dai cavalli, era ovvio che anche il mondo dell’arte, dell’intrattenimento e i metodi di fruizione di questi e della realtà sarebbero cambiati.
Nuovi media sempre più veloci
La cosa interessante è vedere come oggi i media audio-visivi mutano, dove tendono e quali sensi tentano di coinvolgere, raggiungere, vincere. Il flusso televisivo è una realtà parallela, uguale per tutti, che non si ferma mai. Possiamo chiudere o aprire la tv quando vogliamo, ma non possiamo decidere la programmazione dei vari canali, questo vuol dire che il grado di personalizzazione del mezzo è basso, forse troppo basso.
L’evoluzione arriva, in primis con l’aumento dei canali, poi la specializzazione di questi (cinema, attualità, musica, serie tv, arte ecc…), e infine l’on demand, quindi la biblioteca di titoli, che oggi è alla base del concetto “piattaforma”. Una sorta di rete televisiva sprovvista di un canale dotato di palinsesto, ma solo di una libreria da cui lo spettatore decide cosa prelevare e vedere. Con l’arrivo del personal computer e dello smartphone la cosa ha subito un ulteriore cambiamento, portando quelle piattaforme ad approdare su dei device compatti e trasportabili. Ma una società sempre in movimento, isterica, vuol dire anche meno tempo libero.
Quindi non solo i testi filmici hanno sono più brevi, trasformandosi in comode serie tv, ma il neonato format ridotto si è applicato anche all’attualità, poiché, ormai, sedersi davanti al tg di mezzodì di Rai 1 è diventato un lusso per pochi lavoratori. Nei brevi tragitti che separano “casa e bottega” sui mezzi pubblici, o ancora di più su quelli privati, non è possibile leggere un intero giornale, ma la nostra sete di notizie, di sentirci parte di un mondo, o anche solo di curiosità (o di dovere) verso quello che ci succede intorno, non è venuta meno. Ecco la nascita di tg radio o di pagine politiche su YouTube o Facebook (oggi quasi tutte le grandi testate possiedono degli account social per cui si producono contenuti ad hoc o si “linkano“ gli articoli del giornale principale, comunque pubblicato anche nella sua forma online).

Nel corso degli anni Dieci il medium padrone, soprattutto tra i giovani, è YouTube. Per comprendere la diffusione dell’utilizzo della piattaforma in quegli anni, basta pensare a come tutti i più grandi successi musicali del periodo sono anche i video più visti, da Gangnam style a Despacito, passando per le canzoni per bambini come Baby shark o Il pulcino Pio. You tube è talmente onnipresente nella vita dei più giovani che nascono le figure degli youtubber, influencer e content creator . C’è di tutto, da chi fa commedia a chi recensisce libri, da chi cucina a chi intrattiene i più piccoli, fino ad arrivare a politica e divulgazione scientifica. Il fenomeno prende sempre più piede e la febbre di video sale ai massimi storici, portando gli autori a realizzare sempre più contenuti che aumentano sempre più la loro durata. Fin troppo.
È con l’arrivo di Instagram e Tik Tok, e la nuova moda dei reels, che l’attenzione si sposta dalla piattaforma di San Bruno a quella di Menlo Park e, la sua nemesi, cinese. Allo spostarsi del pubblico, segue quella di chi crea i contenuti che vediamo. La differenza sta sempre lì, i nuovi social network sono più veloci e più personalizzati. I nuovi algoritmi permettono agli utenti, non solo di scegliere cosa vedere e quando, ma è la stessa piattaforma a consigliarti i contenuti in base a ciò che hai già visto.
Se il sistema mi mostra un video di gattini, che guardi per solo un paio di secondi, e subito dopo uno di cucina, che invece finisci, stai pur certo che di gattini non ne appariranno più per un po’ nelle tue lunghe sedute di scrolling in piena notte o sull’autobus. Questo, da un lato, aiuta l’utente a consolidare le sue passioni e diventare sempre più esperto degli argomenti che gli interessano, ma dall’altro diventa sempre più difficile incontrare cose nuove. Se l’algoritmo mi mostra solo quello che già amo, per farmi restare più tempo sulla piattaforma, come posso conoscere ciò che potenzialmente potrei amare, ma che il sistema non mi fa incontrare? Questo è un problema se consideriamo che oggi i social sono il mezzo principale attraverso cui i giovanissimi conoscono il mondo, attraverso cui formano il loro senso critico.

Altra cosa da non sottovalutare è che i social sono i primi media democratici della storia. Non è richiesta nessuna capacità particolare non solo per fruire i contenuti (come per tutti i prodotti audio-visivi), ma neanche per realizzarli. Tutti possono creare e pubblicare. Sempre Benjamin si preoccupava di quanto già allora la maggior parte degli europei, nel corso della propria vita, aveva la possibilità di pubblicare un proprio scritto o elaborato: “la distinzione tra autore e pubblico è in procinto di perdere il proprio carattere sostanziale. Il lettore è sempre pronto a diventare scrittore poiché competente di qualcosa, poiché a causa del processo lavorativo si è dovuto specializzare in qualcosa guadagnandosi l’accesso alla schiera degli autori”.
Chissà cosa direbbe oggi, in un tempo in cui non solo tutti possono rendere pubbliche le loro opere, ma anche le proprie vite, e sono incoraggiati a farlo. A realizzare caroselli di foto delle vacanze, di condividere la malattia o la relazione sentimentale con una persona cara (e qui si torna a Bazin, chissà anche lui cosa direbbe), a mostrare dettagli inutili e frivoli della propria esistenza, cercando il più possibili di dipingere un ritratto felice e autocommiserato di se stessi, quando in realtà si è solo in cerca di approvazione.
Tuttavia ritenere questi nuovi mezzi l’unico male del mondo è errato. Pensare che i social abbiano ucciso la possibilità di fare cultura è un punto di vista cieco e démodé. Basta avere la volontà di usare o studiare Instagram in un determinato modo per capire che non è diverso dalla tv o dal cinema d’inizio Novecento. Contenuti frivoli e intrattenimento convivono con informazione e attualità, in modo ancora più libero di quando non lo faceva nei vecchi media.
A livello teorico un social non è politicizzato, come invece lo sono i giornali e le tv, quindi tutti i punti di vista possono essere condivisi e ascoltati senza paura di censure. Le proteste in Iran o il racconto della guerra in Palestina, vengono resi pubblici e trovano consensi molto più attraverso Tik Tok che i telegiornali schierati. Ma anche la diffusione di contenuti scientifici o artistici trova grande spazio, basta solo essere in grado di padroneggiare le tecniche e le regole del sistema.

I social sono solo il nuovo mezzo che al momento va di moda, come lo è stato la televisione, come lo è stato il cinema (nel senso di fiction, cinegiornale e documentario), la scrittura e l’arte tutta.
La forma podcast è la nuova frontiera?
Mentre i social tendono a contenuti brevi, le durate dei video pubblicati su You tube o altre piattaforme sembra sempre più aumentare (come anche quelle dei film fiction a dirla tutta) assumendo la forma di lunghi servizi giornalistici in cui, legittimi o meno, esperti di un dato settore decidono di “insegnare” o raccontare le loro conoscenze a un pubblico pronto ad ascoltare.
La forma video e quella reel sono continuano a coesistere dividendosi il tempo libero degli utenti. Se abbiamo solo qualche minuto di libertà sceglieremo di farci un giro su Tik Tok, ma se siamo davvero interessanti ad un argomento sceglieremo di vedere un contenuto più completo. Questo vale anche per la cultura pop, molte testate giornalistiche creano delle rubriche ad hoc, che assumono la forma di interviste fatte in modo originale, le quali diventano il simbolo della rivista.
In the bag di Vogue, Actors on actors di Variety, Hot ones di First we feast, Snack wars di LADbible, o I famosi Ted talk di Ted, sono solo degli esempi di formati di interviste inventati dai vari giornali o blog di attualità o pop culture che riscuotono sempre più successo tra i giovani, nonostante le durate dei contenuti arrivi a durare fino a 45/50 minuti. Non proprio un qualcosa di immediato da guardare nei ritagli di tempo.

È qui che entra in gioco il nuovo medium in trend negli ultimi anni, specialmente dal Covid in poi, il podcast. Apparentemente sembra essere un ritorno alla radio, ma in realtà è la perfetta unione dei tra quest’ultima, con la forma video e il social network. Il problema maggiore di You tube è che la piattaforma non permette (gratuitamente, a pagamento sì) di fruire i contenuti solo in forma audio. Nel senso che non posso far partire un video, mettere in blocco il telefono e riporlo in tasca, come un Walkman o iPod, ma devo tenere lo schermo acceso portando alla fastidiosa possibilità di schiacciare per errore qualche tasto a caso mentre faccio altro.
Questo è un grande difetto, forse il più grosso della piattaforma, che gli ha impedito di fare un sol boccone dell’industria musicale, che invece ha dato vita ai vari Spotify, Apple Music, Amazon Music, SoundCloud ecc… Proprio queste piattaforme sono le moderne evoluzioni delle musicassette o delle radio musicali, poiché l’utente non è più soggetto a un palinsesto deciso da altri o alla scomodità di doversi portare sempre dietro i CD, ma ha accesso a una biblioteca quasi infinita, al prezzo mensile che equivale a quello dell’acquisto di un solo disco fisico. Perchè allora non ampliare la libreria anche ai contenuti personali? Ecco quindi che Spotify permette di pubblicare musica autoprodotta, ma anche contenuti audio di ogni genere.
Il podcast ha successo perché, mentre imparo e ascolto, nel frattempo posso fare altro. La famosa fruizione distratta che secondo Benjamin era un elemento intrinseco del cinema, ma anche una meno distratta, semplicemente multitasking. Come alla guida ascolto Rai radio 3 e le sue rubriche, posso fare lo stesso con l’ultima puntata di Muschio selvaggio o, per restare in un ambito più colto, dei vari contenuti prodotti da Repubblica o Sole 24 ore. Insomma come nel cinema, nella letteratura, nella pittura, nella televisione e nei social, anche nel podcast c’è spazio per tutti.

Permette di usufruire di un contenuto che ci interessa mentre faccio altro, come lo ha sempre fatto la musica. La differenza con la radio è la possibilità di rendere la fruizione qualcosa di molto personalizzato, portando questo nuovo medium a essere la definitiva cesura dalla forma palinsesto, oggi siamo noi a crearci il nostro flusso.
La domanda è, anche il podcast sarà una moda passeggera come lo è stato Facebook, YouTube, Snapchat e altri? La verità è che ogni medium è una moda passeggera, ogni stile, ogni modo di vare contenuti e opere. Il concetto arte resta ma ciò che la compone cambia di anno in anno. Come l’altamoda decide ogni stagione il pantone che definirà tutte le collezioni dell’annata, anche l’arte lo fa con lo stile degli artisti e con i mezzi da essi adottati, solo forse in modo meno consapevole. Basti pensare alle avanguardie storiche, la prima metà del Novecento ha visto succedersi uno stile pittorico diverso ogni dieci anni. Anche se non sembra è la stessa cosa che succede oggi con i social, prima va di moda uno, poi un altro; prima un tipo di contenuto poi il suo opposto.

Arte ha sempre influenzato la società e la società ha influenzato l’arte; non c’è guerra senza futurismo, non c’è futurismo senza guerra. Oggi questa cosa sembra essere più manifesta solo perchè, come la società, anche l’evoluzione dell’arte e del linguaggio cambia in modo molto più veloce. Mentre in passato un medium aveva il tempo di consolidarsi, prima della nascita di quello che l’avrebbe soppiantato, rendendo difficile la sua totale e assoluta dipartita, oggi non è più così.
Questi sono i primi modi in cui l’uomo ha espresso se stesso, hanno abbracciato ogni tipo di stile e invenzione, adattandosi a esse, senza però mai cambiare la loro natura di base. La parola scritta, la parola detta e la parola ascoltata non moriranno mai, perchè sono la base della comunicazione umana.

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