21. Un peu avant minuit – Diretto da Nicolas Pariser
Un uomo, a dir poco vittimista, torna a Parigi dopo anni. Fa visita agli amici del passato, in particolare fa lunghe passeggiate con le sue ex e sua figlia. Quando il padre che non ha mai conosciuto muore, deve recarsi in Italia per la lettura del testamento. Mentre visita la casa di famiglia con la sorellastra, ha un mancamento. Lei, interpretata da Chiara Mastroianni, lo guarda preoccupata e gli chiede cosa non va. Lui risponde che la settimana nella capitale lo ha sfinito, ha pensato troppo alla sua vita sentimentale. La faccia della Mastroianni a quest’uscita idiota di lui, è il riassunto di uno dei peggiori film del concorso. Un uomo, mi vien da dire forse il regista stesso, intrattiene lunghe conversazioni con donne, che con lui magicamente si aprono. È un film dai tratti pseudo femministi: cosa si può dire e cosa no, il punto di vista delle donne sull’amore e sul sesso, l’importanza del consenso, dove sta andando la sinistra ecc. Il nostro è un completo imbecille, che non ha mai lavorato in vita sua (grazie a dio se lo dice da solo) che passa un’intera settimana a ragionare sulle decine di donne che si è portato a letto. Come sia possibile anche solo ideare un film del genere è un mistero. Non stiamo parlando semplicemente di un film brutto o di un’operazione con uno scopo preciso, ma di un’idea di partenza deficiente, che non sarebbe mai dovuta essere sviluppata.

20. Il fuoco che ti porti dentro – Diretto da Edoardo De Angelis
Una famiglia va a rotoli la vigilia di Natale: è già qui, trama vista e rivista, mille volte. Una madre padrona instaura una dittatura incompromettibile. Lo scontro tra nord e sud, tra tradizione e il nuovo che avanza, incomunicabilità tra i due mondi. Non solo non è nulla di nuovo, ma il tema è trattato con un vittimismo e una retorica imbarazzante. Sembra di stare nel 1926, non nel 2026. I figli che, nonostante tutte le cattiverie della matriarca, fanno il loro dovere e la assistono fino alla morte. Un film sull’Italia mammona, sullo stereotipo del sud bruciante e il nord fangoso. Invece di raccontare la realtà del paese, continuiamo a reiterare realtà che non esistono più da tempo e se esistono sarebbe bene fossero superate. Invece di portare in scena un paese che va a rotoli, in tutti i sensi, anche culturalmente, grazie al ritorno dell’estrema destra, continuiamo pure a nascondere la testa sotto la sabbia e parlare di mamme. Il fuoco che ti porti dentro è il film più imbarazzante di quest’edizione, non solo per la sua fattura, ma perché verrà visto a livello internazionale. Sappiamo come gli americani amino questa visione dell’Italia e noi non facciamo nulla per cancellarla, per dimostrare che c’è altro. Il fatto che il film sia stato realizzato con la collaborazione di Netflix la dice lunga. Speriamo che la giuria riesca a vedere oltre il folclorismo. Sembra (ed è) la perfetta operazione Meloni in questa mostra 83, rappresentante un paese allo sbando.
19. Woman Unknown – Diretto da May el-Toukhy
Uno spaccato della Danimarca post seconda guerra mondiale, dove la condizione femminile è complessa. La protagonista ha la possibilità di cambiare per sempre la sua vita, sposando il ricco padrone di casa per cui lavora come domestica. La situazione politica è tesa, da un lato i nazisti, dall’altro la caccia alle streghe da parte della resistenza nei confronti dei collaborazionisti. Una serva che, nonostante possa smettere di lavorare non riesce a cambiare, non riesce a non prendersi cura della casa, della figlia, della vicina, a indossare il grembiule. È un’inetta, una che si lascia fare qualunque cosa, assumendo un’espressione da cane bastonato che la rende insopportabile. Un segreto terribile la perseguita e potrebbe rovinarle le vita. Non ama il futuro marito, ma lo sfrutta per uscire dalla sua situazione sociale, da cui non riesce a staccarsi. Per salvarsi scarica la colpa su qualcun altro, la cui morte la porterà a compiere ulteriori errori. Il problema è che il film sembra trattare il personaggio come una vittima della società e del sistema maschilista dell’epoca. Così è, ma la donna è una completa idiota, capace solo di commettere errori su errori e non possiede alcuna volontà di ribellione.
18. The Echo chamber – Diretto da Andrea Pallaoro
L’eco come metafora dell’incapacità di stare assieme, di avere una relazione fisica con gli altri, raccontata nell’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, prima di morire. Luca Marinelli è il classico uomo alla Bertolucci: bellissimo, macho, di successo, il centro dell’universo, oggetto del desiderio di tutte le donne che lo circondano e che farebbero di tutto per lui. Alicia Vikander è un’infermiera accondiscendente, che risponde con “Sí signore” a qualunque arroganza dell’uomo. Non vuole dormire con qualcuno, non la vuole attorno, la chiama solo per avere una dose di oppiacei. La regia di Pallaoro è sempre riconoscibile, lenta, estremamente estetica, silenzi prolungati, che rendono i suoi film non certo accessibili. I dolori alla schiena rendono la vita impossibile al personaggio di Marinelli. Non è in grado di convivere con nessuno, la sua intimità è per lui soltanto. Quando però, i due protagonisti, sembrano finalmente riuscire a instaurare un rapporto di vicinanza, la tragedia. Un film che porta all’estremizzazione la figura dell’uomo egocentrico e della donna accondiscendente, in un’atmosfera da slow cinema, tipica da film italiano in concorso a Venezia, ma che non aggiunge nulla di nuovo alla competizione. Semplicemente il racconto di un egocentrico e delle sue follie.
17. A Place to Heal – Diretto da Cédric Kahn
Un film pieno di luoghi comuni, di ovvietà, di storie sentite mille volte. L’unica cosa che aggiunge, è mostrare che non tutti i pazienti provengono da famiglie disagiate, ognuno ha la sua storia e i suoi motivi per essere lì. Un lì idilliaco, dove nonostante tutti stiano male, si trovano tutti bene. Bella cosa, ma allora perché si accenna a dei maltrattamenti? A celle di isolamento dove si viene privati di cibo e compagnia? Anche quando i ragazzi scappano restano assieme, sono una comunità. Alle sedute tutti partecipano, fin troppo in modo accondiscendente. Il film è la visione di uno che questo tema lo conosce molto poco e che romanticizza molto. È interessante come i francesi, ex potenza coloniale che ancora combatte duramente con il razzismo e la realtà da banlieue, continuino a fare film su film che raccontano proprio le realtà più dure del paese. Come se fosse l’unico modo per espiare i peccati di oggi e di ieri.

16. Bunker – Florian Zeller
Un architetto riceve la proposta di un magnate della tecnologia, di costruire un bunker di lusso. Cosa sa che noi non sappiamo? È in arrivo l’apocalisse? La piramide sociale, sempre più divisiva, sta portando la società al collasso, meglio prendere delle contromisure. Un bunker come una piramide egizia, come una tomba dove sopravvivere alla fine del mondo, da soli. Ma anche noi, che così ricchi non siamo, viviamo nella paranoia. Invece di innalzare ponti e credere nella comunità, costruiamo rifugi per dividerci. Scaviamo buchi invece di aprire finestre. La paura dei poveri, o di chi sta peggio, la paura della disperazione altrui. Faremmo di tutto per proteggere chi ci è caro, anche a costo di rinchiuderli in una prigione dorata. Ma la vita va vissuta, nessuno può resistere in gabbia. Zeller è il secondo ex teatrante in concorso e con McDonagh condivide un finale positivo, al limite del partenalismo. Non possiamo giudicare gli altri solo perché ci sembrano pericolosi, perché guadagnano meno di noi e vivono in un garage. Non possiamo privarli della dignità, di vedere la luce del sole. Noi ricchi viviamo nel terrore e nel pregiudizio, mentre la classe lavoratrice è coraggiosa e giusta. Altro dramma sulle classi, ma ben più sempliciotto e borghese di Possibile Love. Nel mondo dell’individualità, ciò che ci salva è la comunità, la fratellanza, il mutuo aiuto, non importa tra chi.
15. Succederà questa notte – Diretto da Nanni Moretti
Cosa succede quando l’interprete storico di una maschera non può più interpretarla? A teatro niente, al cinema è diverso, perchè prominenza della telecamera rende il viso parte integrante del personaggio. È successo con Woody Allen e ora succede con Moretti, non importa quanto Garrel sia somigliante fisicamente all’originale, è comunque qualcosa di diverso. Ed è lì che si rompe qualcosa. Quando la maschera resta interpretata allo stesso attore invecchia con esso. Cambia la sua visione del mondo e le sue priorità, oltre che gli interessi. In questo film ci sono tutti gli archetipi di Moretti, il ballo, la musica, il motorino, la politica, la famiglia, ma nulla di tutto ciò è centrale. Sembra assurdo scriverlo, ma è così, Succederà questa notte è uno dei pochi film del concorso senza un sottotesto politico. Moretti lascia spazio all’amore, un amore mosso dal destino. Non ci si sposa quasi mai con la persona “perfetta” per noi, ma con chi è nella nostra vita in quel momento. Due amanti che si rincorrono negli anni, si riconcilieranno? Il destino l’avrà vinta sulla praticità? Quando tradisci tua moglie con la donna “perfetta” stai commettendo adulterio? Onestamente queste sono domande, che con i temi principali di questo concorso hanno ben poco a che fare.
14. Company – Diretto da Casey Affleck
Shelter from the Storm di Bob Dylan suona in sottofondo mentre una donna coperta da un cappello guida in un quartiere di lusso. Piove, bussa a una villla e il padrone, preoccupato, la fa entrare. Si siede e comincia a raccontare una vecchia storia di famiglia, mentre gli ospiti della festa, che si sta tenendo nella casa, si incuriosiscono. Il suo racconto narra di un’altra donna, in visita a un vecchio uomo morente in una piccola casa di campagna. Anche lei comincia a raccontare un’altra storia del passato. Un giovane uomo gravemente malato viene salvato da due contadini. Una volta rimesso, si rivela un viaggiatore, ma c’è qualcosa nella sua voce e nel suo aspetto che lo rendono diverso. Nel frattempo la provincia sta assistendo a una serie di uccisioni efferate, sia di bestiame che di essere umani. Il ragazzo è arrogante, arrabbiato. Mentre il marito non lo vede di buon occhio, la moglie decide di tenerlo con loro. Un film a strati, storia dentro storia. La compagnia del titolo fa riferimento alla capacità del racconto orale di riunire gli esseri umani davanti a un fuoco. E quale storia migliore di un racconto di vampiri? Vedrai i tuoi cari morire, dovrai ricominciare a vivere ancora e ancora, cambierai di aspetto e il mondo muterà, ma una volta trovato qualcuno come te e averlo portato sulla retta via, magari puoi trovare un compagno o un alleato per i secoli a venire.

13. L’estranea – Diretto da Paolo Strippoli
L’estranea, o meglio The Spiral, titolo inglese ben più ispirato di quello italiano, dovrebbe essere la quota cinema di genere nostrano. Il ritorno di Strippoli si concentra sull’ossessione, di una donna borghese, verso le apparenze. Non conosciamo il suo passato, non sappiamo cosa ha dovuto superare per riuscire a essere dov’è. Per mantenere ciò che possiede è pronta a tutto. Il suo sogno, i suoi desideri sono ciò che conta. La figlia, rimasta gravemente ferita, è il suo orgoglio e la sua speranza di riuscire finalmente a entrare nel mondo del cinema. Il figlio, invece, per quanto perfetto, è sacrificabile. Una vita per un’altra, un patto che se accettato, mette in moto una spirale infinita. In questa società non si può soffrire, non si puó uscire dal selciato del “normale”, del “sano”, del “comune”, dell’accettato. Se lo fai, cosa ne penseranno gli altri? Tema interessante, indubbiamente, il problema è che le cose sconvenienti da cui la protagonista vuole proteggersi, sono trite e ritrite, per quanto sempre estremamente attuali, si pensi a Hollywood e ai suoi standard di perfezione. Peso, disabilità, collusione con la mafia, omosessualità, ego non esattamente temi nuovi ma che, ancora oggi, vengono trattati come tabù, per distogliere lo sguardo dai problemi veri della società e della vita.
12. Primetime – Diretto da Lance Oppenheim
Siamo nell’era in cui il giornalismo non può più fornire informazioni, o quantomeno non primariamente. Le testate tradizionali sono in crisi, quelle online devono fare i conti con una soglia dell’attenzione sempre più bassa, la tv deve reggere la concorrenza dei social, dove ogni istante conta, ogni like e visualizzazione sono vitali per i creator digitali. Ma la Mostra non racconta la situazione attuale, racconta come ci siamo arrivati, la rinascita del The Sun prima, il dietro le quinte dello show To catch a predator poi. Un programma televisivo che attirava pedofili in una casa/studio televisivo, attraverso internet, per poi smascherarli direttamente su NBC. I precedenti lavori di Oppenheim giocavano con il sottile confine tra documentario e finzione, risultando talvolta fin troppo audaci. Lo stile è riconoscibile e estremamente teatrale: colori forti, luci sovraesposte, composizioni rigide. Sulla carta il regista perfetto per raccontare un programma che ha costruito il suo successo sul rendere spettacolo televisivo, la prostituzione minorile. Chris Hansen è il matador, il mago, colui che rivela la trappola ai porci che ci sono caduti dentro. Ma è anche una personalità complessa e misteriosa. Combatte per il bene della comunità o è solo in cerca di aumentare lo share? È una personalità misteriosa, ma per gli americani il programma è uno dei tanti prodotti televisivi in onda, Chris è una superstar da adorare, i criminali dei cattivi da serie tv da ammazzare barbaramente. Niente di ciò che vediamo in televisione è reale per il pubblico, ma lo è per Hansen e per chi lavora con lui.
11. Mr Nelson, Did You Kill People? – Diretto da Shinya Tsukamoto
Ci sono i film americani fatti dagli americani e poi ci sono i film all’americana fatti dagli stranieri, e sono due cose molto diverse. Ci sono alcuni elementi che un regista americano non avrebbe mai trattato, se avesse diretto lo stesso film. Cominciamo dalla fine, quando il protagonista decide di girare America e Giappone, con conferenze che raccontano la sua esperienza in Vietnam. Per quanto esistano numerosi film antimilitaristi statunitensi, non si è mai visto un personaggio andare nelle scuole per dissuadere a non arruolarsi. Sarebbe vilipendio alla bandiera o una bestemmia contro la patria. Lo stesso, la finezza di comprendere che, quando Nelson si reca finalmente in Vietnam per parlare, i vietnamiti lo accolgono con benvenuto. Anche nel migliore dei film statunitense che tenta di raccontare anche il punto di vista delle vittime native, queste non sono mai così centrali. L’apice si raggiunge quando un vietcong dà la sua giustificazione alla guerra. Sta combattendo per la propria libertà, e non capisce perché una minoranza oppressa, come quella degli afroamericani negli USA, non se ne stia in America a combattere per la loro di libertà. Questo è un film che manda in corto circuito Hollywood anche per un altro aspetto. Sappiamo come l’industria abbia deciso che le storie di minoranze possono essere raccontate solo da coloro che ne fanno parte. Come può esistere un regista giapponese interessato a portare sullo schermo una storia dal punto di vista di un personaggio di colore? La maggior parte dei soldati faceva parte di una minoranza etnica e proveniva da una famiglia povera, Nelson è il protagonista perché colui che ha condiviso con il mondo la sua esperienza, non perchè è nero. La persona, non la razza. Una cosa che gli americani non riescono, o non vogliono per ragioni di target e marketing, concepire.

10. A Bit of Light – Diretto da Ali Asgari
Non c’è più libertà nel tuo paese. Alla mattina ti svegli ma non sai se alla sera sarai vivo. Un medico salva dei manifestanti ma è contro la legge e finisce per essere radiato. A quel punto ogni prospettiva per il futuro sembra scomparire e l’unica cosa che resta è morire. Uccidersi per uscire dal circolo vizioso della burocrazia iraniana. Ma siamo sicuri di potercelo permettere? Non siamo soli al mondo. In molti dipendono da noi. Non solo i parenti, ma anche i pazienti. Ali Asgari torna a fare un film sulle contraddizioni dell’Iran, ambientato, in parte, tra le strade di Terhan. Un viaggio in macchina, ricolma di piante, per mettere al corrente ogni familiare delle proprie intenzioni. A ogni fermata una pianta in meno e un passeggere in più, fino alla destinazione finale, la madre/matriarca. Riuscirà, tramite la sua cucina e la sua forza d’animo a far cambiare idea al figlio? Una critica che non mostra direttamente le violenze perpetrate dal regime, ma le conseguenze. Forse un po’ troppo remake di Kiarostami, ma può essere letto anche come un riadattamento, un’attualizzazione dello stesso tema. Dove poco o niente è cambiato, eccetto la minaccia di un attacco missilistico americano che potrebbe arrivare da un momento all’altro. Un film sulla perdita di speranza, sulla rassegnazione di un uomo che ha passato tutta la vita ad aiutare gli altri, cosa diventata illegale.
9. Un bon petit soldat – Diretto da Stéphane Brizé
Cos’è il mondo del lavoro oggi? Una cosa che assomiglia molto più all’inferno che al paradiso di un video promozionale. Una direttrice delle risorse umane di una grande azienda intuisce le contraddizioni e gli aspetti quasi grotteschi del suo mestiere. Quando il capo è presente, nessuno si permette di contraddirlo; l’azienda vuole vendersi come aperta e accogliente verso tutti i tipi di lavoratori, ma nessuno vorrebbe un collega disabile; quando un’impiegata viene maltrattata, lei cerca di farla trasferire in un altro ufficio, ma la signora non vuole; se cerca di aiutare qualcuno, poi fa la figura della sentimentale. La pressione costante e devastante del mondo degli adulti, che va insegnata anche ai bambini, perchè si abituino, perchè capiscano che il futuro sarà sempre più difficile. Una donna che tenta di restare moralmente lodevole, senza riuscirci. Perchè siamo tutti sul filo del rasoio, se perdessimo il lavoro sarebbe la fine. Allora non importa cosa i capi ci ordinino di fare, bisogna abbassare la testa e lavorare come dei piccoli buoni soldati di un sistema destinato a esplodere. In un certo senso, questo è il secondo film sull’alienazione, dopo Dau, anche se qui è presente l’elemento comico o, appunto, grottesco. Alba Rohrwacher si candida per la Coppa Volpi anche grazie al livello molto basso dei film italiani, oggettivamente non premiabili. Un film sulla contemporaneità, e sul nuovo inferno in terra in cui viviamo. Il continuo bisogno di performance per sopravvivere, anche se sei solo un bambino.
8. Ritorno a Buenos Aires – Diretto da Marco Bechis
Solo i veri cinefili politici avrebbero scommesso su Marco Bechis come unico italiano in grado di produrre un film degno del concorso, capace di non sfigurare davanti ai tanti altri titoli d’attualità. A ventisette anni da Garage Olimpo, Bechis torna in quel luogo, in una specie di sequel ideale del suo primo grande film. Il regista è Giannini, i ricordi di un passato terribile, di quello che si è fatto o che si è dovuto fare per sopravvivere. Un film forte, sulla pagina più nera della storia argentina davanti alla quale Javier Milei volta la testa (infatti è una co-produzione brasiliana). Quando sopravvivi, non vuoi tornare, non vuoi rivivere, non vuoi rivedere, vuoi andare avanti, anche se non è possibile. Quando hai la possibilità di fare giustizia, cerchi in ogni modo di superare le tue paure e testimoniare. Una volta arrivato in città, i ricordi affiorano e il tuo corpo torna a muoversi come allora. Quando cammini per Garage Olimpo, nonostante le celle non esitano più, la postura cambia, i tuoi piedi seguono le linee tracciate, come fossero muri. Quando ritrovi il tuo aguzzino, la memoria muscolare ti intrappola, ti tradisce, sei ancora il cane ubbidiente che lottava per la sua vita. Quando ti siedi sul banco degli imputati, finalmente hai la tua possibilità, il tuo momento e allora ti lasci andare. Un film claustrofobico su un uomo e una mente che ha vissuto in campo di concentramento per più di due anni e ha tradito tutti i suoi cari. Una ferita che non puó scomparire, ma che forse può diventare cicatrice.

7. Look Back – Diretto da Hirokazu Koreeda
Chi poteva portare la quota poetica se non Hirokazu Koreeda. Il maestro giapponese torna in concorso con la storia di un’amicizia. Due ragazze unite dalla passione per il disegno manga crescono assieme e vedono il loro sogno, di diventare disegnatrici professioniste, realizzarsi. Ma quando una decide di continuare gli studi, si separano. Una continua il suo percorso di mangaka, l’altra studia all’accademia di belle arti. La carriera della prima decolla, è il nuovo astro nascente del fumetto giapponese. Una tragedia travolge la vita della seconda, costringendo l’amica a guardare indietro. Cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente, se non avessero cominciato a disegnare assieme fin da bambine? Forse non molto. Forse tutto. Almeno sarebbero ancora unite. Koreeda è famoso per la sua estrema eleganza, per la capacità di trasformare la vita quotidiana in qualcosa non di spettacolare, ma di interessante da ascoltare. È un poeta prima che un regista. Quando si assiste a un suo film non ci si può aspettare un cinema politico e questo potrebbe facilitare un Leone d’oro non divisivo. Si tratta pur sempre di un grande maestro, quindi perché no. Forse, però, non è il momento giusto per la poesia dei sentimenti. L’introspezione che volutamente schiva argomenti sociali, su tutti la disoccupazione e la competizione sul lavoro, lasciamola ad altre epoche.
6. Bucking Fastard – Diretto da Werner Herzog
La mostra prende atto del mondo in cui viviamo, e si chiede come sia possibile sopravviverci. Il maestro tedesco, per rispondere, assume il punto di vista di due sorelle simbiotiche, che parlano e si muovono all’unisono. Incapaci di fare una vita normale perché incapaci di separarsi, ma inconsce del male del mondo, finché i loro cuori vanno in pezzi. L’uomo che amano le lascia per un’altra donna, scoprono il dolore, scoprono la violenza, scoprono che il mondo non è un luogo di felicità e che la gente è intrisa di cattiveria. Questo sia in città che in campagna, dove l’impatto degli umani ha dirette conseguenze sull’ambiente. Più le sorelle conoscono ciò che le circonda, più cominciano a differenziarsi, prima solo nel modo di legare lo scialle o di chiudere un cardigan, poi anche nel parlare. Non riescono a concepire un’esistenza così “corrotta”, sporca, dolorosa e così fiorisce il seme dell’odio, anche tra loro. Ma resistono e cominciano un viaggio, o meglio uno scavare, per raggiungere una qualche sorta di Eden perfetto.
5. Ink – Diretto da Danny Boyle
Danny Boyle è umoroso, è punk, i suoi film sono come svegliarsi la mattina di un giorno che aspettavi da tempo e spararti nelle orecchie a tutto volume una canzone dei Sex Pistols. Il suo stile è isterico, al limite del sopportabile, a volte fin troppo sopra le righe, tanto da risultare a tratti noioso o meccanico. Ink mantiene lo stile Boyle ma lo giustifica, questo è il mondo dell’editoria all’apice del suo successo. Dovrebbe essere una critica al giornalismo senzazionalistico, ma il regista stesso ha fatto del senzazionalistico il suo marchio di fabbrica. Ció significa che il film non funziona? Beh non necessariamente. Certo non c’è niente di nuovo, ma, come ci viene ricordato alla fine, quella redazione, quelle intuizioni, quella spettacolarizzazione, quel successo hanno senso di essere raccontati ora, perchè la “somministrazione” della notizia è oggi piú che mai spettacolo, o meglio ricerca dello spettacolo.

4. NAZA – Diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor
C’è modo e modo di fare un documentario, come c’è modo e modo di fare un film. Tuttavia quando ci troviamo davanti a temi profondi o di estrema attualità, facciamo fatica ad accettare che un documentario possa essere giudicato anche dal punto di vista tecnico. Questo non solo in senso fine a sé stesso, ma anche per l’impatto che ha sulla storia stessa. Già No other land era un film estremamente grezzo. Immagini riprese con telefoni o telecamere di fortuna, per raccontare la vita in Cisgiordania. Il film poi diventerà un caso mondiale, vincendo l’Oscar. NAZA è frutto di un palese aumento di mezzi, da parte dei registi, ma comunque resta un prodotto di ragazzi visibilmente ancora sulla strada di imparare il mestiere. L’altro documentario trattante la questione palestinese, in questa Mostra 83, Citizen Osama, è nettamente superiore. Lì ogni scena, ogni inquadratura, era costruita e montata con l’obiettivo di provocare una potente reazione emotiva. Qui siamo su in tetto di Tel Aviv, mentre il regista Yuval Abraham, intervista alcuni membri di una squadra di élite dell’IDF. I soldati, a metà tra pentiti e mostri senz’anima, rispondono in maniera secca, diretta, senza fronzoli o tanti mugugni. Per quanto un’opera del genere abbia l’obiettivo di essere un semplice documento di fatti reali, e quindi non abbia, in teoria, bisogno di tanti fronzoli, il risultato poteva essere nettamente migliore. Come abbiamo già detto di Musk, anche nel documentario d’inchiesta la forma è importante, forse ancora più importante che nella fiction. I temi sono talmente forti e importanti che non ci si può permettere di renderli noiosi o poco impattanti, solo perchè non si è stati in grado conquistare emotivamente lo spettatore. In questo caso, complice anche la stanchezza da fine festival, il film risulta troppo piatto, a tratti persino noioso, nonostante le cose terribili che escono dalla bocca dei soggetti. Probabilmente l’aspetto più interessante è quando si parla dell’uso della tecnologia nella guerra attuale. Se in Musk Gibney descriveva certi impieghi tecnologici come un probabile futuro terribile, NAZA dimostra che è già realtà e che noi siamo ancora qui a respirare liberi, solo perché il multimiliardario di turno ha deciso che siamo innocenti. Peccato perché, come sempre, poteva essere un’opera molto superiore a quello che è e questo non lascia ben sperare per il futuro dei registi, anche se forse con l’esperienza potranno migliorare. Resta da chiederci se la presenza di film così moralmente importanti debba essere ancora permessa, in un concorso. Perché, da un lato permette al festival di prendere una posizione politica, dall’altro può mettere in difficoltà la giuria, data la presenza di opere ben superiori, la cui vittoria sarà comunque sempre mal vista, in confronto a film come NAZA, perché ovviamente meno necessari.
3. Dau – Diretto da Ilya Khrzhanovsky
Nei libri di storia del cinema, sotto la voce “progetti folli”, dovrebbero affrettarsi a aggiungere Dau di Ilya Khrzhanovsky. Nel 2009 il regista russo fa ricostruire, in Ucraina, l’intero centro di ricerca sperimentale di Mosca. Una struttura sovietica immensa che, dagli anni trenta in poi, ha ospitato le più grandi menti del paese, e non solo, e le ha messe a lavorare su esperimenti di vario genere. All’inizio l’impiego è prettamente nazionale, armamenti per la guerra fredda, poi si aprono a scienziati stranieri per trasformare l’uomo stesso nella nuova arma. In mezzo c’è Lev Landau, un brillante fisico greco, poi trapiantato in Russia. Da questo fulcro parte un lavoro dalle proporzioni faraoniche. Khrzhanovsky gira tutto nel corso di tre anni e poi si mette al tavolo di montaggio. Il risultato sono tra le dieci e quindici opere, sia cinematografiche che performative. Nella maggior parte Dau non figura neppure. Ogni tassello si aggiunge a un puzzle sempre più complesso, pur seguendo una struttura fissa. Quello che da questo capitolo definitivo si fatica a comprendere è che l’istituto non è solo lo sfondo delle storie, ma il vero protagonista. È una prigione, un luogo dove le persone che ci vivono sono costantemente controllate e tenute sulle spine. Interrogatori regolari e torture fisiche sono impiegate per ricordarti che il partito è sempre lì che ti controlla, che la libertà non è un tuo diritto. È naturale che quindi tutti i personaggi prima o poi, nel loro arco narrativo personale, impazziscano. Dau diventa sempre più egocentrico e drogato d’attenzione, Nora finisce per instaurare una relazione edipica con il figlio, la maggior parte delle ragazze (siano mogli o cameriere) hanno continue crisi di nervi, gli scienziati si rifugiano nell’alcol. In questo caso Khrzhanovsky, riprende tutto il materiale girato che compone i film precedenti e lo rimonta, da zero, per costruire il ritratto definitivo del suo “protagonista”. L’unica critica che si può muovere al progetto è che il regista sembra troppo ossessionato dal lato personale, sentimentale, dei suoi personaggi (non solo Dau e Nora) lasciando da parte gli elementi più interessanti, ossia il lavoro. Per chi non ha visto almeno alcuni dei film precedenti, è difficile capire il ruolo giocato dall’istituto, dall’oppressione che rappresenta e il motivo dei maltrattamenti e delle crisi. Se questo ultimo film doveva essere quello definitivo sarebbe stato meglio lasciare da parte le varie avventure amorose del protagonista e raccontare più il contesto. Detto questo, la prima ora e mezza è un vero e proprio capolavoro, il finale un po’ stringato (la versione lunga si trova in Dau: new men), la parte centrale è decisamente la più ostica. Dopo la creazione della bomba atomica, che distrugge il mondo, compreso Lenin, e porta alla fine della guerra fredda, tutto ciò che è stato deve scomparire. Un’uccisone di massa e la totale rimozione di quel luogo come se nulla fosse mai esistito. E con esso scompare anche il suo scienziato più brillante, per quanto spregevole. Un’immensa critica alla Russia sovietica che è costata la cittadinanza al regista.

2. Possible Love – Diretto da Lee Chang-dong
Non è una storia d’amore, lo può sembrare per la prima ora e un quarto, ma “l’amore possibile” del titolo è più una domanda che un’affermazione. Possono due classi sociali distinte e opposte amarsi? Non a livello amoroso, ma nel senso di convivenza, di amicizia anche. Una donna ricca per matrimonio, ma dalle origini meno nobili, decide di occupare le sue giornate di ozio girando un documentario sulle vittime di licenziamento da parte di una grande azienda. Una Corea del Sud che abbandona il cinema sensazionalistico per fare critica del proprio paese. Non c’è sangue né vendetta, anzi a un certo punto sembra di assistere a un documentario. Due coppie, una ricca e di successo, una della classe lavoratrice e segnata dal licenziamento del marito e le successive percosse da lui subite, nel corso di uno sciopero. La seconda diventa soggetto del documentario della prima. Se le due donne trovano subito un’intesa, gli uomini stanno più sulla difensiva. Soprattutto Ho-seok, il lavoratore malmenato, non riesce a concepire di poter andare a cena, in vacanza, o anche solo di condividere la sua esperienza con qualcuno che non lo può comprendere ed è causa di ciò che ha passato. I poveri sono, per i ricchi, soggetti di un passatempo, la loro vita è costantemente ripresa come se non avessero dignità, come se non fossero umani. Ma è difficile resistere al fascino del successo, della ricchezza, così, i lavoratori guardano i ricchi come un oggetto del desiderio e sono fieri della loro amicizia. Quando, alla fine Ho-seok, decide di fare l’intervista, lo fa perchè la rabbia lo attanaglia. Una rabbia rivolta non più verso la sua controparte di successo, ma contro quelli come lui. È convinto che i sindacati non agiscano per i lavoratori, abbandonati a loro stessi, nel loro dolore e nei loro problemi. La risposta definitiva è no, non ci può essere “amore” tra vittima e carnefice. È vero, la classe lavoratrice non ha trovato un modo per difendersi e unire le forze, ma non può essere trattata come un giocattolo.
1. Wild Horse Nine – Diretto da Martin McDonagh
Gli yankee non sanno niente del mondo, a loro non interessa, spodestano leader in Africa senza conoscerne la storia, senza sapere perché il continente o i vari stati, sono nella situazione in cui sono. Mentre chi sta nella stanza dei bottoni controlla le sorti di tutti. L’unico modo per combattere in questo mondo, è scendere a patti con l’idea che le atrocità uomo contro uomo esistono e esistono per motivi semplici: dollari e potere. Il personaggio dell’eccelso John Malkovich è il male fatto persona, o quantomeno lo è stato. È credente, ma ha (forse) ucciso il Cristo americano contemporaneo per eccellenza, Kennedy. Ma non solo, ha ucciso molti altri Cristi, di molti altri paesi, tra cui lo stesso Cile (Allende), di cui si parla poco o niente, perchè fa notizia (Ink) solo l’omicidio dei presidenti bianchi, non degli altri, di tutti gli altri. La macchina CIA va avanti, il Sud America è il nuovo bersaglio, nazione dopo nazione, tutti cadranno (e stanno cadendo tutt’ora, vedi la Colombia e il Venezuela) alle ginocchia di governi fantoccio pro USA. Ma il nostro protagonista è in punto di morte. E qui il nodo meno convincete del film, è possibile umanizzare un essere umano che ha fatto così tanto del male nel corso della sua vita, semplicemente con la scusa che un cancro terminale gli faccia riscoprire la sua coscienza?

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