Da Venezia a Parigi sull’onda di Agnès Varda

Il ricordo di Franco Contini, fotografo e filmmaker veneziano, che negli anni Cinquanta conobbe la celebre regista tra le calli della città lagunare e la seguì in Francia nei suoi primi passi da regista. Un incontro che intreccia arte, cinema e amicizia, nella scia della Nouvelle Vague.
MONICA MORELLATO
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Una giovane coppia in crisi, da Parigi, torna nel vecchio borgo di pescatori sulla costa mediterranea, Pointe Courte. Questa sospensione permette loro di analizzare i propri sentimenti e ritrovarsi come coppia, mentre intorno a loro il borgo continua a vivere la sua quotidianità. È la logline del film La Pointe Courte, protagonista Philippe Noiret, che Agnès Varda girò nel 1955 [immagine di copertina] e che il critico cinematografico Georges Sadoul definì “il primo film della Nouvelle Vague”.

Agnès Varda, prima regista donna insignita dell’Oscar alla carriera, scomparsa quasi novantenne nel 2019, è celebrata in due mostre a Roma (Villa Medici) e a Bologna (Galleria Modernissimo), in stretto dialogo fra loro. Anche ytali. si associa nel ricordo di quell’onda nuova che la portò più volte a Venezia.

Siamo tornati a trovare Franco Contini, fotografo, filmmaker e collezionista, che su quell’onda ha preso il largo.

Era verso la fine degli anni Cinquanta e abitavo a Venezia, vicino alla chiesa dei Miracoli. Avevo poco più di vent’anni. La seconda guerra mondiale aveva frammentato la mia formazione scolastica e mi trovavo iscritto allo Iuav, ma con poche prospettive.

Jean Luc Godard durante il film di Agnes Varda, Cleo de 5 à 7. (foto © Franco Contini)

Quel giorno me lo ricordo bene. Era una soleggiata mattina di maggio e, nel tragitto verso San Marco, mi fermai in campo Santa Maria Nova a salutare un artigiano mio amico, un indorador. Nel suo piccolo laboratorio produceva specchi con la cornice alla veneziana.

Attraverso uno specchio appeso al muro esterno del negozio mi accorsi di una persona che mi stava fotografando. Mi voltai. Era una donna ferma sul ponte, con gli occhi che spaziavano in tutte le direzioni, in cerca di qualcosa.

Mi chiese se sapessi come raggiungere la Locanda Boccassini, dove alloggiava.
«Non si preoccupi, è qui vicino, se vuole l’accompagno».

Le offrii un caffè e poi ci incamminammo verso calle del Fumo. Si chiamava Agnès Varda: era una fotografa, ma con l’ambizione di diventare regista cinematografica. Aveva già realizzato due cortometraggi: O saisons, ô châteaux (1957), di carattere storico-letterario e geografico, e L’Opéra-Mouffe (1958), trasposizione del diario di viaggio di una donna incinta tra la gente del quartiere parigino di Mouffe.

A Venezia era venuta a festeggiare il suo compleanno. «Ci vediamo stasera», furono le sue parole di commiato. Per i quindici giorni seguenti l’accompagnai ovunque.

Al momento di separarci — tornava a Parigi — promise di scrivermi con assiduità, e mantenne la promessa. Le sue lettere, che arrivavano regolarmente per posta aerea, vergate in inchiostro rosso, raccontavano le sue giornate, i suoi progetti di lavoro e terminavano sempre con le sue iniziali: A. V.

Nel 1959 tornò a Venezia per un set fotografico. Ripresi il mio ruolo di cicerone e un giorno l’accompagnai a vedere un quadro di Gentile Bellini, Processione in Piazza San Marco: non tanto per la maestosità del dipinto, ma per mostrarle che i procuratori in processione avevano i capelli acconciati come i suoi, “alla paggio”. Quell’acconciatura era già di moda nel XVI secolo!

La cosa la divertì molto e, lusingata, mi concesse di fotografarla in primo piano con i suoi “capelli da procuratore di San Marco”. In quell’occasione mi disse che aveva in mente di girare un film in città, e che il soggetto era un giovane uomo.
«Io vorrei che tu interpretassi questo ruolo», mi disse.

Seduta stante mi invitò a seguirla a Parigi: «Mentre cerco un produttore che finanzi il film, facciamo una serie di provini». Feci i provini, ma il produttore non si trovò. Scoprii anni dopo che il mio nome, perfettamente sconosciuto, non attirava finanziamenti.

La troupe di Agnès Varda impegnata nelle riprese di La Pointe Courte, nell’omonima località (foto da The Criterion Collection)

Nel frattempo Agnès Varda continuava la sua attività di fotografa al Théâtre National Populaire, allora diretto da Jean Vilar e, con il pretesto di aiutarla nel lavoro, mi insegnò la stampa fotografica. Nell’atelier confinante con la sua abitazione era stata ricavata una camera oscura dove stampavo le sue fotografie. A quel punto ero perfettamente padrone dell’arte e della tecnica fotografica.

Mi iscrissi anche a un corso di storia e tecniche del cinema alla Sorbona e cominciai la gavetta da assistente alla fotografia, trascurando però gli impegni presi con Agnès.

Ritornai a Parigi l’anno seguente: mi ospitò nel suo atelier e collaborai come fotografo al suo primo lungometraggio, Cléo dalle cinque alle sette, una coproduzione franco-italiana, di cui feci tutte le foto di scena. Ma all’onere non corrispose né onore né mercede, e mi scontrai con una dura realtà: avevo bisogno di soldi e di un mio lavoro. Era giunto il momento di emanciparmi.

Addio, Agnès. Non l’ho più rivista, né sentita.

Franco Contini by Agnés Varda

Immagine di copertina: Agnès Varda (foto © Franco Contini)

Da Venezia a Parigi sull’onda di Agnès Varda ultima modifica: 2026-03-30T15:42:17+02:00 da MONICA MORELLATO
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