Ecce bomba: chi ha paura di Kim Jong Un?

La penisola coreana è di nuovo al centro dell'attenzione internazionale. Ed è bene che sia così. È ora che il mondo si accorga, e trovi una soluzione, per questa ennesima, ingiusta e crudele divisione per conto terzi di una nazione che non ha mai invaso nessuno.
scritto da PIO D'EMILIA

[PYONG YANG]
Il misto di corbellerie, fake news e leggende varie che si continuano a leggere, vedere e sentire quando si parla di Corea del Nord (con l’Italia sempre in prima linea, e questo giustifica la sempre maggiore marginalità dei nostri media) non accenna a diminuire.

Sono anni, ormai, che al minimo starnuto “nucleare”, vero o presunto di Pyong Yang si scatenano esperti, osservatori, opinionisti e inviati vari. Tutti – tranne rarissime occasioni – con alcuni elementi in comune: non aver mai, o raramente e per poche ore, messo piede nella Repubblica Democratica Popolare di Corea e, soprattutto, non aver “studiato”. E non parliamo di inviati come Angelo Acquaro, il nuovo corrispondente di Repubblica, che si limita ad “immaginare” (ma la descrive nei minimi particolari, come se fosse in corso e lui la raccontasse in diretta…) la “fuga delle mamme” di Yanji, cittadina cinese al confine con la Corea, terrorizzate dalle oramai “imminenti radiazioni”, ma anche di opere monumentali e accademicamente acclamate come “Under the Loving Care of the Fatherly Leader” (Sotto lo sguardo paterno del grande leader) di Bradley K. Martin  che a Pyong Yang ci ha messo piede una volta, trent’anni fa, per 48 ore, con una delegazione ufficiale. Abbastanza per produrre un libro di oltre mille pagine, pluriosannato e, ovviamente, pluricitato.

Pensate: almeno due generazioni di “esperti”, politici, economisti, funzionari e manager internazionali si sono formati, di “rimbalzo”, su questo rigoroso, quanto compilatorio, saggio. Meglio Razzi, a questo punto. Che in Corea ogni tanto almeno ci va – sia pur embedded, coccolato, per così dire, dalla famiglia “reale” – e quel poco che vede lo vede, non lo racconta manipolando l’agenzia di turno.

Da qualche anno è stata aperta una ottima pizzeria, sotto la guida di un friulano, Ermanno Furlanis. Ora è sempre piena e questa è la famosa “Pizza del grande leader”. Numero e collocazione delle olive, dice la leggenda, pare sia stato deciso da Kim Jong Il, padre dell’attuale leader Kim Jong Un [PHOTO Alessandro d’Emilia (c)]

Poi, per carità, c’è il regime: che fa di tutto per complicare le cose, rendendo difficile, se non impossibile, anche a chi vorrebbe onestamente “capire” qualcosa, l’acquisizione di dati, l’accesso alle fonti, per non parlare di politici, funzionari, manager. Si pensi ai “numeri” dell’economia: sono anni, dal lontano 2004, che il governo non fornisce dati ufficiali e omogenei. Né quando va male, come negli anni ’90, quando carestie e gravi errori di programmazione economica provocarono centinaia di migliaia di morti, né quando va bene, come in questi ultimi anni, con l’economia in costante crescita nonostante le (evidentemente inefficaci) sanzioni.

Ed è un peccato perchè in questo modo si è costretti ad utilizzare dati elaborati dall’esterno da enti come la Cia, il FMI o da think tank sudcoreani, non necessariamente obiettivi e che cozzano con la realtà che chiunque, pur con le pesanti limitazioni alle quali si è assoggettati, visiti la Repubblica Popolare Democratica può verificare con suoi occhi. Un paese, povero, poverissimo, ma abitato da gente perbene, educata, colta e orgogliosa. E sopratutto, dignitosa.

L’impressione di chi, come chi scrive, ha avuto la possibilità negli anni di visitare il paese regolarmente e in varie circostanze (da turista, da giornalista, da membro di delegazioni ufficiali) è di un paese in stato perenne di mobilitazione, straordinariamente unito da un’efficace, capillare, propaganda fondata sull’orgoglio nazionale e la “resistenza” contro l’arroganza del nemico: qualcosa di molto simile a quello che ha mantenuto in vita il regime di Castro a Cuba. Ma anche di un paese “in marcia” dove con un po’ di umile attenzione è possibile intravedere piccole riforme e timide “aperture”, dal punto di vista sia economico sia dei diritti civili. Una situazione molto simile a quella che si respirava in Cina ai tempi di Deng Xiao Ping. Una situazione che andrebbe favorita, piuttosto che temuta e ostacolata, come di fatto avviene da parte di tutti  i paesi vicini e lontani, sia pure per motivi diversi.

La propaganda è sempre presente. Questo cartellone incita a proseguire per la “retta via”. La grafica è molto migliorata e la produzione viene esportata in tutto il mondo, nonostante le sanzioni [PHOTO Alessandro d’Emilia (c)]

Perché nessuno, tranne i coreani, vogliono la penisola riunita

La Cina, che pur essendo di fatto l’unico alleato vero del regime (ma apparentemente sempre meno ascoltato) non vuole rischiare un conflitto per paura di ritrovarsi una penisola coreana “americanizzata”, con truppe Usa ai suoi confini. Il Giappone, che incapace dal dopoguerra di darsi una politica estera autonoma, e dopo essere stato sorpassato dalla Cina dal punto di vista economico e commerciale teme di esserlo anche da una Corea unificata. E soprattuto degli Stati Uniti, il cui interesse per la Corea del Sud è, da sempre, puramente strategico. In funzione anti-cinese (ed infatti l’istallazione del nuovo, sofisticato sistema di intercettazione THAAD è vista come una grave provocazione da parte di Pechino) ma anche, e questo potrebbe essere meno facile da capire, anti giapponese.

Perché se è vero che dal dopoguerra a oggi il Giappone si è rivelato, più che un alleato, un suddito fedele e obbediente, è anche vero che il virus revanchista non è mai stato rimosso e che, anche se oggi gli Usa appoggiano con convenzione il “riarmo” di Tokyo e l’annunciata riforma costituzionale con la quale il premier Shinzo Abe vuol fare del Giappone un paese finalmente “normale” (nel senso di possedere forze armate autonome e capaci di intervenire in un conflitto, cosa attualmente vietata dalla vigente costituzione), un Giappone “normale” potrebbe “alzare la testa” e realizzare ordigni nucleari nel giro di pochi mesi. Elemento, questo sì, che farebbe saltare il già precario equilibrio nella regione. E visto che non esistono amicizie (alleati) eterni, ma solo perpetui interessi, avere un piede in Corea, e poter contare (teoricamente) su un esercito di ben cinque milioni di soldati bene addestrati e ancor meglio equipaggiati (più del doppio dell’esercito nordcoreano, circa due milioni, metà dei quali sono di fatto impiegati nella costruzione di opere pubbliche) è considerato da Washington un punto fermo. Altro che riunificazione.

Una copia dimensioni naturali del missile Masudan al centro del Museo della Scienza e della Tecnica. Il regime va molto fiero della sua tecnologia [PHOTO Alessandro d’Emilia (c)]

TRUMP CARD: l’improvvisazione al potere?

Nonostante l’ultimo missile “sparato” nei giorni scorsi sul vertice di Pechino dedicato alle prospettive economiche e commerciali della cosiddetta “nuova via della seta”,la reciproca propaganda di guerra sembra oramai aver esaurito ogni cartuccia per fare spazio al sia pure per il momento solo annunciato ritorno della cosiddetta “sunshine policy”,  la politica del dialogo illuminato inaugurata alla fine degli anni ’90 dal presidente Kim Dae Jung (che per la sua coraggiosa, storica visita a Pyong Yang nel 2000 ricevette il Nobel per la Pace) e portata avanti dal suo successore Roh Moo Hyun prima di essere irresponsabilmente abbandonata dai presidenti nazional-populisti che si sono succeduti negli ultimi nove anni. “Oramai tutte  le parti hanno messo le loro carte sul tavolo. Si può cominciare a trattare seriamente” sostiene lo studioso australiano Gavan Mc Cormack, uno dei più attenti osservatori della penisola, autore di apprezzati quanto pressoché sconosciuti saggi come Target North Korea (Obiettivo Corea del Nord). Insomma, nonostante le apparenze, la reciproca retorica di guerra, siamo forse più vicini ad una storica pace, piuttosto che ad una devastante guerra. Ma come mai, proprio in questo momento, in questi ultimi mesi,   è riesplosa, a livello politico internazionale e mediatico, la nuova crisi “coreana”?

Le tre facce architettoniche di Pyong Yang. Il Museo della Guerra, l’hotel Ryugyong Hotel e sullo sfondo uno dei recenti grattacieli adibito a case popolari [PHOTO Alessandro d’Emilia (c)]

Certo, è arrivato Trump. E sappiamo tutti come il nuovo presidente ami intrattenere, divertire e “sparigliare”: annunciando, promettendo, smentendo, minacciando via twitter. E se a questo aggiungiamo che, se c’è un settore in cui Trump – e la sua raffazzonata schiera di precarissimi “consiglieri” – non ha alcuna esperienza, se non di tipo commerciale, è prorprio la politica estera, possiamo immaginare che tutto questo sia “improvvisato”, frutto di arrogante quanto pericolosa cialtroneria, piuttosto che di una stategia studiata a tavolino.

Ma se così non fosse? Apparentemente, se di strategia si tratta, il risultato è stato, per ora, disastroso: ciò che è emerso, infatti, non è certo il “ritorno” dell’America sullo scacchiere asiatico (a lungo tentato, ma di fatto fallito, da Obama) bensì il ruolo sempre più determinante e decisivo della Cina. Tant’è che l’autorevole Washington Post, in un editoriale apparso durante il recente vertice di Mar-a-Lago tra Trump e Xi Jin Pin, non ha esitato a definirlo “storico”: “oggi gli Stati Uniti consegnano di fatto la leadership mondiale alla Cina”.

Pyong Yang dal terrazzo dell’Hotel Koryo. La città sta vivendo un vero e proprio boom immobiliare. Le case, che sono di proprietà dello Stato vengono di fatto scambiate e permutate grazie ad un’economia sommersa che sta creando pian piano una classe di “mediamente ricchi”. Esattamente come successe in Cina ai tempi di Deng Xiaoping . [PHOTO Alessandro d’Emilia (c)]

In realtà sono possibili altre ipotesi. È difficile immaginare che Trump – che non è certo un imbecille, anche se ama apparire come tale – e i suoi giovani, inesperti ma rampanti “consiglieri” abbiano davvero percepito un’emergenza “nucleare” e la conseguente urgenza di intervenire sul fronte coreano. Ammesso (e a questo punto non concesso) che il regime di Pyong Yang stesse davvero programmando un test nucleare, sarebbe stato il sesto, non il primo. Il che non sembrerebbe necessitare di un “intervento” urgente e diretto, per fronteggiare una minaccia “reale e immediata”. Stesso vale per i test balistici: ce ne sono stati 24 negli ultimi anni, tutti, tranne l’ultimo del 14 maggio, più o meno falliti (e molti, soprattutto in Cina, pensano che in questi fallimenti, sopratutto dal 2004 in poi, ci sia lo zampino americano, apparantemente in grado di sabotare a distanza le treaiettorie). Una minaccia reale e immediata per i pesci, insomma, più che per il Giappone o la West Coast.
Infine, Kim Jong Un – e suo padre Kim Jong Il, sotto il “regno” del quale furono effettuati i primi test nucleari – hanno sempre (a differenza di altre potenze nucleari) escluso di ricorrere al famoso “primo colpo”. C’è da fidarsi? Perché no. Nella storia del pensiero filosofico orientale prevale l’attaccamento al potere, il suo rafforzamento. Non l’istinto suicida.

La  fissazione nordcoreana con l’acquisizione di un sia pur minimo arsenale nucleare è sempre stata – e non c’è motivo di dubitarne, vista l’oggettiva efficacia avuta sinora tra le superpotenze – a scopo di dissuasione/deterrenza. Il che sarà anche moralmente inaccettabile, ma dal punto di vista politico-militare è ineccepibile.

Basta pensare alla fine che hanno fatto Saddam e Gheddafi, che al nucleare, dopo averci a lungo flirtato,  avevano rinunciato. Uno dei cartoni più efficaci trasmessi dalla tv del regime di Pyong Yang parte dai bombardamenti su Libia e Iraq, la distruzione dei due paesi con i marines che seminano il panico tra la popolazione e termina con i missili Usa intercettati brillantemente dalla contraerea coreana e la conseguente rappresaglia nucleare contro gli Stati Uniti. Con la bandiera nordocoreana che, alla fine, sventola radiosa sulla Casa Bianca.

Ma è propaganda. Assillante e onnipresente: ma rivolta al proprio popolo: non può essere certo considerata una minaccia “immediata e reale” agli Stati Uniti e/o al resto del mondo, come in questi ultimi tempi abbiamo spesso ascoltato, finendo per crederci.

E visto che ci siamo, un altro punto che spesso sfugge, più o meno dolosamente, ai nostri media, quando si avventurano nella timeline, nella ricostruzione storica degli avvenimenti.  A violare il primo accordo sul nucleare, il famoso “Agreed Framework” tanto faticosamente raggiunto nel 1994 dall’amministrazione Clinton non furono i coreani, bensì gli Usa del primo mandato Bush. Una violazione accompagnata dall’inserimento di Pyong Yang nella lista nera dei cossiddeti “stati canaglia” e dai ricorrenti, pubblici insulti personali a Kim Jong Il. Una escalation in negativo che portò, nel 2004, due anni prima dunque del primo test nucleare, la Corea del Nord ad uscire definitivamente dal Trattato di Non Proliferazione (TNP). Il che, ci piaccia o meno, e pur mantenendo una  responsabilità morale, esclude una  “violazione” giuridica da parte di Pyong Yang. Non si può essere accusati, infatti, di violare un accordo di cui non si è firmatari: sarebbe come fischiare un fuori gioco a Totti mentre è in panchina.

Pyong Yang vista dal fiume, con l’hotel Ryugyong sullo sfondo[PHOTO Alessandro d’Emilia (c)]

Ma torniamo al “cui prodest”, per vedere se aldilà delle apparenze, ci sia qualcosa di più serio dietro le “provocazioni” di Trump. Stabilito che nulla di nuovo c’è sotto il sole del nord, molto è successo, sta succedendo e soprattutto succederà al sud. Dove da qualche giorno – ma la sua vittoria era ampiamente prevista e dunque è più che possibile che certe strategie siano state poste in essere in anticipo, in vista di questo evento già dato per scontato – è diventato presidente il “progressista” Moon Jae In. Che anche se si chiama “luna”, dalla luna certo non viene, essendo un affermato avvocato paladino di diritti civili, più volte arrestato in gioventù per la sua militanza nell’ala più radicale del movimento studentesco e, che non ci siano dubbi su questo ultimo particolare, politico di lungo corso. Uno insomma che non twitta a casaccio.

Stretto collaboratore di Kim Dae Jung e poi di Roh Moon Hyun (era il suo capo gabinetto) Moon è un convinto sostenitore della sunshine policy e non vi è dubbio che, pur tra le obbiettive difficoltà che incontrerà nell’amministrazione pubblica e nel parlamento, dove i conservatori hanno ancora la maggioranza, cercherà di portare avanti le promesse della campagna elettorale: riapertura delle zone franche alla frontiera, rilancio del dialogo, ripresa del turismo, degli scambi culturali, sportivi e umanitari. E, sopratutto, un possibile vertice con il “maresciallo” Kim Jong Un.

Qualcosa si muove. Al sud

Tutto questo va evidentemente nella direzione opposta da quella imposta da Trump fin dai primi giorni della sua investitura e immediatamente appoggiata, persistendo nel suo oramai pluridecennale suicidio politico, dal governo giapponese. E cioè quella di aumentare la pressione sul regime nordcoreano, inasprendo le sanzioni (che non sembrano essere state efficaci) e ripetendo urbi et orbi il mantra “ogni opzione è sul tavolo”, leggi possibilità di un attacco militare senza preavviso. Ma it won’t happen, “non succederà”, come dice Trump. Né da una parte, né dall’altra.

Anzi. C’è qualcuno che addirittura avanza l’ipotesi che l’improvviso e apparentemente ingiustificato inasprimento della retorica americana (come abbiamo cercato di spiegare sopra, nulla di veramente nuovo stava succedendo a Pyong Yang) sia stato strategico: aumentare la tensione nella penisola per impedire a Moon, una volta eletto (e come abbiamo visto la sua vittoria era scontata e ampiamente prevista) di mantenere le sue promesse. Anche se è difficile ipotizzare, visto la bizzarra compagine di “esperti” di cui si è per ora circondato (ma sono arrivati già dei rinforzi, come spieghiamo più avanti), cotanta sofisticata astuzia politica, qualcosa di vero, potrebbe esserci. L’improvvisa accelerazione dell’inutile (per gli scopi dichiarati di intercettare i missili nordcoreani: altro è il discorso della sua utilizzazione in funzione anti-russa e anti-cinese) del sistema antiaereo THAAD, ad esempio, la cui istallazione era prevista per il prossimo autunno e che invece è stata anticipata ad un paio di settimane fa. Un vero e proprio dispetto a Seoul, più che una minaccia contro Pyong Yang, che infatti ha provocato immediate ritorsioni (e altre sono destinate a venire, se il nuovo governo di Seoul non cambierà idea) da parte della Cina, primo partner commerciale della Corea del Sud.

I golmikyong, sorta di mercati privati ufficialmente ancora illegali ma tollerati sono oramai un elemento trainante dell’economia: sia per i produttori che per i consumatori [PHOTO Alessandro d’Emilia (c)]

Non basta: non solo gli Usa hanno imposto l’installazione anticipata (cosa diversa dall’operatività, che è ancora molto lontana, se mai ci sarà) ma hanno anche chiesto, contrariamente a quanto precedentemente pattuito, di essere pagati per questo “regalo”: oltre un miliardo di dollari. Il che, assieme alla richiesta di rivedere il faticosamente raggiunto patto di libero scambio commerciale, sembrerebbe confermare l’assoluta incoerenza della “diplomazia” trumpiana. Che rischia in questo modo di ritrovarsi a fianco solo il politicamente ininfluente Giappone, avvicinando invece la Corea del Sud alla posizione cinese e russa.

Difficile per ora capire dove questa ipotetica – e schizofrenica – diplomazia trumpiana potrà portare. Accanto e contemporaneamente alle minacce contro il nord e ai dispetti contro il sud, Trump si è anche detto “onorato” di poter incontrare – in non meglio definite “giuste circostanze” – il leader nordcoreano Kim Jong Un. E a Oslo, dove per la prima volta dopo molti anni si sono incontrati in questi giorni in modo informale funzionari americani e nordcoreani, è rispuntato Kurt Campbell, apprezzato sottosegretario dell’era Clinton-Allbright e poi consigliere speciale del primo governo Obama. Insomma, qualcosa si muove, nella penisola, e non è detto che sia necessariamente in direzione dell’Apocalisse.

Ecco perchè le mamme di Yanji, tutto sommato, possono stare tranquille. “Il calore del sole è molto più efficace del forte vento”, mi disse durante un’intervista l’ex presidente Kim Dae Jung, citando una delle più famose favole di Esopo. E chissà che invece di bombe e radiazioni varie siano finalmente i raggi del sole a splendere finalmente su un popolo, quello coreano, e una antica nazione, che non ha mai – in oltre cinquemila anni di storia – invaso nessuno. Ma che dopo aver subito una delle più crudeli e sanguinose occupazioni della storia, quella giapponese, anziché ritrovare unità e riconciliazione, continua a subire una odiosa divisione per conto terzi.

Il servizio fotografico è del fotoreporter Alessandro d’Emilia, che ringraziamo

Ecce bomba: chi ha paura di Kim Jong Un? ultima modifica: 2017-05-15T16:47:30+00:00 da PIO D'EMILIA

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