“Giudecca, il mio centro del mondo”

Veneziano d'origine, giudecchino per scelta, Riccardo Agugiaro guida l'impresa di famiglia, un tempo il più antico mulino d’Italia e oggi il primo gruppo del settore nel Paese.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Pur essendo nato a Venezia quarantadue anni fa, per aver vissuto l’adolescenza e la prima parte della sua vita tra Padova, Roma e gli Stati Uniti, agli occhi dei numerosi amici appare ancora come “il campagnolo”.  

Non sembra curarsene più di tanto, Riccardo, uno stangone dagli occhi azzurri e dal torso atletico che tradisce un lungo matrimonio col canottaggio. Di quella disciplina è stato pure nazionale, regatando un po’ ovunque, anche in America, quando ci ha abitato.  

Sorride con indulgenza mentre mi accompagna nella visita della casa rossa a due piani in campiello Ferrando alla Giudecca, che ha appena comprato e che si apre su un giardinetto con cespugli di lavanda e rosmarino sul rio. 

Già ricordata da Giuseppe Tassini, lo storiografo dell’urbanistica cittadina, la casa fu prima dimora di un patrizio e poi residenza padronale al centro di un piccolo quartiere di attività artigianali. Alla fine dell’Ottocento ci ha vissuto il pittore Vettore Zanetti Zilla. E le ha dedicato un quadro, un’esplosione di colori che riprende la riva d’acqua, il giardino e l’edificio sullo sfondo.

È la stessa riva d’acqua dove a breve sarà ormeggiata “Magia” la sanpierota con vela al terzo, con cui Riccardo solcherà le ancor amiche acque della laguna sud navigando sopra il palugo, facendo rotta a piacere su Poveglia, San Marco in Boccalama, sul faro Spignon, su Portosecco, Pellestrina o Chioggia.

Ma ancora non so portarla, confessa ridendo, ancora non conosco quel tipo di vela.

Si farà di sicuro, avrà buoni maestri.  

Riccardo Agugiaro

Laurea a Ca’ Foscari in economia aziendale e master, lascia Los Angeles, dove viveva, per l’azienda di famiglia, l’Agugiaro&Figna, in cui ora ricopre la carica di amministratore delegato di una realtà che un tempo è stata il più antico mulino d’Italia e che oggi è il primo gruppo nel Paese. 

La storia ha origini nobili e veneziane che risalgono al Quattrocento. Prima proprietà della famiglia di Pietro Bembo, passa in seguito ai Gradenigo, finché Silvio Agugiaro lo prende in affitto nel 1821, e poi se lo compra per una pipa di tabacco. Inizia una dinastia. A Silvio segue Riccardo. A Riccardo Giorgio, e al padre Giorgio, il nostro Riccardo. 

Come nume tutelare dell’impresa, una Madonna di marmo opera dello scultore Andrea Lombardo, ingaggiato pare dallo stesso Pietro Bembo, prima conservata nella villa di famiglia a Curtarolo, ora nella casa del padre Giorgio a Padova.

Secondo tradizione, mi dice Riccardo, è conservata dalla persona che tiene le redini del mulino. Mi auguro che rimanga dove si trova ancora per molti anni. 

Prima di farsi giudecchino, che chi conosce Venezia sa corrispondere a una sorta d’investitura, ha passato molte estati a Castello. Poi gli anni di università, capendo che quella città, dove pur è nato ma dove è sempre passato, sarebbe diventata la sede della sua vita, l’ambiente in cui scegliere di vivere. 

Vive in varie case in diversi sestieri, fino alla scoperta della Giudecca, prima per lui terra incognita, raggiunta di tanto in tanto solo per un ristorante messicano. Alla fine se n’è innamorato, e percorrendo la fondamenta di Santa Eufemia, lungo la quale prima di raggiungere la casa rossa ci fermiamo per uno spritz, non fa che rispondere ai saluti degli amici e della gente che lo chiama per nome. 

“Quando ero all’università, vogavo e anche vincevo”, ricorda con una punta di orgoglio. All’epoca comincia a frequentare il mondo del remo, partecipa ai campionati del mondo di canottaggio e fa anche parte dell’equipaggio che ha vinto un Palio delle Repubbliche Marinare col galeone di San Marco. 

Viene preso sotto l’ala protettiva di Bepi Fongher di cui diventa amico e che cerca di farlo vogare alla veneta.

Non ne ho approfittato, e ho sbagliato. So vogare alla veneta, ma farlo bene è altra cosa. Bepi voleva che andassi ogni giorno, ma allora ero studente e avevo tante altre cose per la testa.

Poi la parentesi di Los Angeles, dove studia e voga, arrivando secondo nel campionato americano di canottaggio, finché il padre lo raggiunge e lo porta con sé in un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti fino al Messico, per far uscire gli umori profondi e lasciar decantare la sua vocazione. Per capire se vendere tutto o prenderlo al molino. E al molino alla fine ci va, cominciando dalla gavetta, che lì significa girare le contrade per trattare col contadino l’acquisto del grano. 

Come ora, che quella prova l’ha ampiamente superata, è sempre in giro per il mondo andando a vendere la sua farina, magari agli australiani da cui ha prima acquistato il grano,

perché come sappiamo fare noi italiani la farina, come sappiamo fare le giuste miscele, non c’è nessuno al mondo!.

Prima non avevo mai passato neanche un giorno in azienda e non sapevo nemmeno di che cosa ci occupassimo.  Questa è stata una scelta di mio padre, che non mi ha coinvolto fino a quando ho finito gli studi. Quando ho deciso di lavorare, la mia scelta dove vivere è caduta su Venezia, perché amo l’acqua e non poteva essere altrimenti.

Nella foto e in quella in apertura d’articolo campiello Ferrando alla Giudecca

Riccardo, quella casa rossa l’aveva vista da anni, e le aveva fatto la corte. Gli ultimi proprietari erano i membri della famiglia Scarpa Badiello che l’hanno tenuta per tre generazioni. 

L’ho comprata a maggio dell’anno scorso, e il primo pensiero che ho avuto è stato quello di aprirla il più possibile alla gente della Giudecca. Così, in questi mesi prima del restauro, ho pensato di ospitare le mostre di due artisti che s’inaugureranno durante il Festival delle Arti dal 7 al 9 settembre, ma che rimarranno aperte alle visite per i quindici giorni successivi.

Una dell’artista greco cipriota Stavros Georgiou, esule in Grecia, che espone delle opere pensate per Venezia, e che rappresenta una denuncia delle dittature nel mondo e del debito che questi dittatori hanno nei confronti dei loro cittadini. 

La seconda invece è la mostra fotografica “A lo cubano” di Yuma Martellanz, giornalista free lance e fotografa, che vive in una barca a vela da due anni e mezzo con il suo compagno, che vogava con Riccardo.   

La casa rossa, precisa Riccardo, non diventerà una galleria d’arte quando, finiti i lavori, ci andremo ad abitare. È uno spazio che si presta a tante cose, e avevamo pensato di aprirla ai bambini dopo l’asilo che potrebbero giocare in giardino, ma potremmo organizzare anche delle serate.

 

Vela al terzo nella laguna di Venezia

Riccardo vive in un’isola in cui l’attività di mugnaio ha avuto in passato un significato fondamentale per la vita dei giudecchini, con un epilogo drammatico. L’allora Molino Stucky, che ora è sede di un albergo di una grande catena americana, era un concorrente di suo nonno. 

Mio padre mi racconta sempre di alcune riunioni tra mulini in cui il proprietario dello Stucky diceva che, grazie alla sua capacità industriale, avrebbe fatto chiudere tutti i concorrenti. Poi i tempi cambiano, e il sorgere su un porto, che inizialmente era un vantaggio, si è trasformato nel suo contrario. Un mulino che si è tramutato in un albergo fa parecchio riflettere. Sta di fatto che in azienda abbiamo ancora dei pezzi che sono stati comprati dal fallimento dello Stucky.

Girando nelle stanze ancora vuote della casa rossa ci s’imbatte al piano terra in un pianoforte verticale in legno chiaro, lasciato a Riccardo dalla proprietaria precedente perché fabbricato proprio alla Giudecca da Sanzin, una ditta che ha aveva il suo laboratorio al 433 della fondamenta di Sant’Eufemia, e un negozio in Campo Manin. 

Un’opera uscita dal laboratorio in epoca fascista, che porta inciso in bellavista sul frontespizio un fascio, e che durante l’alluvione del ’66 ha sofferto gravi danni. Quando era giovane, in laboratorio ci aveva fatto pratica anche Gastone Brusegan, da poco mancato, quello stesso che poi avrebbe aperto la fabbrica di pianoforti di Camponogara, ancora in attività.

Uno dei progetti è di restaurarlo, cosa non facile visti i danni subiti e parecchio costosa. Quando lo avremo recuperato, assieme a una pianista dell’isola abbiamo deciso di invitare i bambini una volta alla settimana a imparare a suonare.

Non si nasconde i conflitti che in questi tempi agitano la Venezia al di là del canale.

È una città usata, dice, e quel che mi spaventa di più è la quantità di sfruttamento, legale e non legale, ormai oltre ai limiti sostenibili. Lo vedo ogni mattina, perché dalla Giudecca vado al Tronchetto per andare a Padova al lavoro. 

Lo colgo ogni giorno guardando le barche passare in canale della Giudecca, che ancora è un po’ fuori da questi giri. Anche se dal 2005, che ci abito, ho visto qualche cambiamento. A volte mi coglie il pensiero di crescere mia figlia che ha tre anni in una città che sta morendo. Altre volte penso di vivere in un luogo dove molti ci stanno mettendo tutta la loro passione per far continuare a vivere questo luogo. 

E se ti venisse qualche idea imprenditoriale, la realizzeresti a Venezia?

Senza il minimo dubbio. In primo luogo per far rivivere la città non è necessario il nocciolo duro dei veneziani. Sydney è diventata una delle città più attrattive al mondo non grazie a chi vi è nato. Ma alla sua capacità di attirare una certa tipologia di persone. E così è accaduto per molte altre città nel mondo, da Copenaghen, Berlino e altre. 

Secondo me il colpo di grazia a Venezia glielo ha dato Airb&b mandando via definitivamente delle persone che forse avrebbero potuto realizzare qualcosa d’interessante. Ciononostante Venezia è ancora una delle città più amate al mondo e che si può prestare a far nascere situazioni. Sarebbe un po’ il mio sogno trovare quel qualcosa e realizzarlo qui a Venezia.

Dice il saggio che ogni lungo viaggio comincia con un primo passo. Intanto c’è la casa rossa che si apre, il giardino e il pianoforte. Poi, chissà! 

“Giudecca, il mio centro del mondo” ultima modifica: 2018-09-05T17:24:45+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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