Abu Dhabi, un’incredibile pagina. Nel segno di padre Dall’Oglio

La Dichiarazione sottoscritta dall’imam Ahmad Tayyeb e dal papa non è solo una pietra miliare nel percorso del dialogo tra religioni. Come afferma Francesco, “invita tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme”
scritto da RICCARDO CRISTIANO

Il Documento sulla Fratellanza umana, che ho firmato oggi ad Abu Dhabi col mio fratello il Grande Imam di Al-Azhar, invita tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme. [un tweet di Papa Francesco @Pontifex_it]

Ho preferito lasciare che l’incredulità per quanto è accaduto ad Abu Dhabi si posasse e lasciasse emergere la risposta alla domanda più importante: che cosa è realmente accaduto il 4 febbraio pomeriggio nella capitale degli Emirati Arabi Uniti? Questo è il punto. C’è stato l’ennesimo incontro di dialogo? Sì certamente, ma in questo non v’è nulla di eccezionale. Il papa è stato accolto in una penisola, la penisola arabica, governata da regimi a dir poco non molto accoglienti con l’essere umano, soprattutto i non musulmani? Sì, certamente, ma sappiamo da sempre quanto l’accoglienza formale non corrisponda necessariamente a quella sostanziale. E allora cosa è accaduto da rendere increduli?

Ecco, a qualche ora di distanza ho capito: ad Abu Dhabi l’Islam spirituale e illuminato ha deciso di rompere le catene del silenzio e si è detto d’accordo con lo spirito e la lettera della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Lo ha fatto settantun anni dopo? Sì, quei tiranni che dominano il mondo arabo incutono paura, e hanno prodotto per amore o reazione teologie malate, nemiche di Dio, che ne incutono altrettanta. Ma l’Islam spirituale e illuminato alla fine ha deciso di farlo, con la propria voce e tanto coraggio e lo ha fatto quando l’Occidente si allontana dallo spirito di quella Dichiarazione.

Per dimostrare che l’adesione è allo spirito e alla lettera di quella dichiarazione, l’imam Ahmad Tayyeb ha detto chiaramente, oltre a scrivere di fatto nella dichiarazione, che la teologia della dhimmitudine è cancellata, finita: tutti i cittadini dei paesi a maggioranza islamica sono cittadini a pieno titolo e con pari diritti degli altri. Quindi solo una costituzione condivisa può governarli. È l’addio al sistema che prevedeva cittadini di serie a, i musulmani, e cittadini di serie b, quelli appartenenti alle altre religioni.

Ma questa dichiarazione congiunta segna soprattutto l’addio alle ideologie pestilenziali, il panarabismo e il panislamismo, quelle che credevano non nella comunità nazionale, fatta da cittadini diversi ma uguali, ma nella grande comunità araba o nella grande comunità dei credenti. Questo addio è stato dunque anche l’addio alla “protezione delle minoranze”, un tempo protezione “dei popoli del libro”, poi protezione in cambio di acquiescenza; per loro il presente sarebbe stato, se silenti, meno gramo di quello altrui.

Ora i diritti di cittadinanza, come chiarito nella dichiarazione congiunta, riguardano anche i non credenti. In realtà questo punto, rivoluzionario per l’Islam “reale”, non per quello coranico che chiarisce da sempre che “non v’è costrizione nella fede” e quindi si può anche non credere, era già contenuto nella dichiarazione del Cairo del 2017. Lì proprio l’imam al Tayyeb volle far scrivere che erano cittadini con pari e pieni diritti i credenti in tutte le religioni e altri gruppi. E chi potrebbero essere questi altri gruppi se non credono? Solo i non credenti! Ma ora il termine “non credenti” è usato ufficialmente in una dichiarazione congiunta, firmata con il vescovo di Roma.

Ma perché questo Islam spirituale e illuminato, nonostante sia consapevole che molte teologie e tutti i governi dei paesi a maggioranza islamica rifiutano lo spirito della Dichiarazione dei diritti umani, ha voluto esprimersi in termini perentori proprio adesso? Per tanti, tantissimi motivi. Il primo forse è la consapevolezza che il mondo arabo-islamico è in condizioni che non si verificavano dai tempi dell’invasione dei mongoli. Yemen, Siria, Iraq, Libia, Somalia, Sudan: il disastro ha dimensioni incalcolabili e a questa lista di orrori bisogna avere l’onestà di aggiungere anche l’Egitto, dove una tirannide spietata ha incarcerato, torturato, vilipeso, tantissimi protagonisti del 2011.

Questo disastro ha portato a galla un terrorismo globale figlio del precedente, quello di al-Qaida, capace di manifestarsi con un coltello, un pilota di furgoni, un passante. È terrorismo nichilista, è l’islamizzazione del radicalismo nichilista, ma usa e deturpa il nome dell’islam, sgozza preti per erigere muri invalicabili e far criminalizzare l’altro. Ecco che i figli di questo mondo arabo devastato fuggono alla ricerca di salvezza, ma dopo essere perseguitati in patria vengono temuti come la scabbia all’estero, anche in quell’Europa cristiana che per secoli ha temuto la conquista e tentato e praticato la conquista. Ora che che quei tempi sono passati, questa Europa cristiana che ha inviato i suoi missionari in tutto il mondo per annunciare il messaggio evangelico non sa riconoscere in questi nuovi Enea che giungono con Anchise sulle spalle il volto di Cristo sofferente, e quella laica, figlia dei lumi, non sa riconoscervi l’uguale in cerca di libertà e fraternità.

Il papa ad Abu Dhabi (foto da un tweet del vaticanista del Corriere delle Sera Gian Guido Vecchi)

Solo un uomo ha saputo sfidare per loro l’impopolarità, imponendo e supplicando assistenza: Jorge Mario Bergoglio. L’ha supplicata da tutti, l’ha imposta alla sua Chiesa, in parte consenziente, in parte contraria, in parte impaurita, magari dalla possibile perdita di privilegi. E Jorge Mario Bergoglio frequenta, conosce l’imam di al Azhar, lo sceicco al-Tayyeb. È il vescovo di Roma ma non della Chiesa “romana”, cioè di una Chiesa centralista, verticista, convinta di dover esportare ovunque la sua verità. È il vescovo di una Chiesa molto diversa, una Chiesa sinodale, che cammina insieme con l’uomo, nella storia, e crede di dover ricevere da tutte le periferie le loro verità, per unirle in quella poliedrica, globale.

È un vescovo che viene dal sud del mondo e conosce le ferite, i dolori degli abbandonati, degli sconfitti, degli emarginati, dei dimenticati, degli umiliati. Con lui l’imam di al-Azhar si sente riconosciuto, accettato, capito, non si sente più guardato dall’alto in basso, umiliato, ferito. Può aprirsi senza bisogno di ricadere nel complesso di superiorità che affligge gli arabi considerati “pezzenti” mentre hanno trascorsi di grande civiltà millenaria. Ecco perché ha voluto parlare.

In questi anni incredibili al-Tayyeb non può non aver sentito che quell’uomo che lo ospitava a Casa Santa Marta capiva quei giovani che fuggono dal suo mondo arabo, arabi e musulmani come lui, e quindi che quell’uomo, Bergoglio, deve capire anche lui, che quando era bambino pativa le bombe degli europei sul tetto di casa e viveva terrorizzato intere notti senza luce, nell’insopportabile calura, avvolta nel buio. Con Bergoglio, che viene dal sud del mondo, sentendosi capito ha potuto capire che a questi giovani lui ha il compito di offrire un futuro diverso da quello che la sua generazione ha generato, causato, subito.

E pensando ai suoi connazionali cristiani si sarà chiesto cosa c’entri la sua storia, la sua religione, la sua grande famiglia umana e spirituale con le persecuzioni. Forse c’entra come c’entra l’Europa con le nuove esclusioni, espulsioni. Infatti lui non può non avere la piena consapevolezza che la reciproca benevolenza e la lunga convivenza islamo-cristiana in terra d’Islam fu messa in crisi nel Quattordicesimo secolo soltanto da fattori umani, come l’invasione dei mongoli e i mutamenti climatici, che generando terrore e miseria portarono un mondo spaventato a cercare capri espiatori. Accadde allora in terra d’Islam, in situazioni economicamente simili accade oggi da noi, che alla ricerca di capri espiatori cacciamo chi arriva affamato sulle nostre coste temendolo un invasore.

È forse così, in lunghe riunioni a Casa Santa Marta, senza i fantasmi del passato e dei complessi, di superiorità e di inferiorità, che può essere nato un testo epocale, che spiega benissimo come Dio ama tutti i suoi figli, anche quelli che non credono lui; figurarsi se la fratellanza può escludere l’altro, gli altri. Bisognava dirlo, e l’hanno detto. Soprattutto al-Tayyeb doveva chiarire che quel tratto di penna avrebbe cancellato la dhimmitudine, per cui i cristiani e gli ebrei erano diventati cittadini di serie b, benché Maometto avesse salvato i suoi dalle persecuzioni dei politeisti invitandoli a fuggire in Etiopia: “lì troverete un re cristiano, non vi torcerà nemmeno un capello”.

E allora ha scongiurato i cristiani d’Oriente di togliersi dalla testa l’idea di essere minoranze che devono essere protette, ovviamente da un despota. Così un domani cristiani e musulmani, finalmente, potranno lottare per la dignità araba, contro tutti i tiranni, i peggiori che la storia conosca. I cristiani non dovranno più rallegrarsi di inqualificabili massacratori come Saddam o Assad, che torturano, certo, ma gli altri. E i musulmani non dovranno più rallegrarsi di aver sbattuto la porta in faccia a qualcun altro, restando sempre più soli, chiusi dentro una casa buia, come quella dove è cresciuto al-Tayyeb. Potranno davvero tornare ad essere se stessi, a liberarsi dalle loro prigioni? Non lo so. So che gli è stato detto, “se lo farete saremo con voi”. Io sto con chi sta con loro, con il loro riscatto.

Ci riusciranno i cristiani se sapranno essere come Paolo Dall’Oglio e Pierre Clavery. Se il primo ha scritto “innamorato dell’Islam, credente in Gesù”, il secondo, recentemente beatificato nella sua Algeria, ha scritto in un libro “non eravamo razzisti, eravamo indifferenti agli altri.” Ci riusciranno i musulmani se sapranno essere come un illustre predecessore di al-Tayyeb, che tornando da un viaggio in Francia ebbe il coraggio di scrivere “a Parigi non ho incontrato un musulmano, ma ho visto l’Islam.”

Forse però la parabola che meglio tiene tutti loro insieme è la parabola della vita di padre Paolo Dall’Oglio, l’europeo che negli anni Ottanta andò a vivere in Siria sicuro che solo quel ponte ci avrebbe salvato. Lui è stato espulso da Assad e sequestrato dall’Isis, come milioni di siriani sono stati espulsi da Assad e non accolti qui da noi perché la violenza dell’Isis ci ha sequestrato i cuori e le menti. Io il 4 febbraio ho sentito che padre Dall’Oglio ha potuto dire: “grazie a Dio”.

Abu Dhabi, un’incredibile pagina. Nel segno di padre Dall’Oglio ultima modifica: 2019-02-06T23:01:59+00:00 da RICCARDO CRISTIANO

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