Una piazza contro Bannon

Il significato, forse meno visibile a prima vista ma più vero e profondo, della grande manifestazione sindacale di sabato è che è stato un duro colpo al più attivo tra i teorici dell’internazionale populista
scritto da MICHELE MEZZA

Singolare davvero la sottovalutazione della stampa per la manifestazione sindacale di sabato 9 febbario a Roma. Non tanto per l’inevitabile polemica con il governo, quanto perché in quella piazza era annidata una notizia: per la prima volta dal 4 marzo, la maggioranza si vedeva sottratti consensi e appoggi. Infatti, fra le centinaia di migliaia di coloro che hanno risposto all’appello delle tre confederazioni sindacali, c’erano molti che non avevano votato, indebolendo oggettivamente le liste della sinistra, e molti che avevano votato M5S al Sud e direttamente Lega al Nord, e che sabato per la prima volta ritiravano la delega alla maggioranza populista.

Si tratta di un vero colpo al paradigma di Bannon che ancora dà ragione al governo. Steve Bannon è uno dei più attivi teorici dell’internazionale populista, già ispiratore della candidatura di Trump, che ha spiegato come il caso italiano sia un riferimento per l’intero movimento anti elitario che sta riclassificando il potere non solo in Occidente. Infatti l’Italia è l’unico paese, spiegava Bannon, dove si era riusciti a far convergere populismo di destra e populismo di sinistra. Negli Usa, confessava il teorico di Trump, non ci sono riuscito per le resistenze di Sanders, che spostando drasticamente a sinistra la barra ha costretto Trump a diventare solo di destra.

Proprio questo “compromesso storico” fra i due populismi rappresenta l’archetipo del caso gialloverde. Un archetipo che si basa sullo squagliamento di una sinistra tutta identificabile in una volgarizzazione liberal della sua cultura di governo, di una neutralizzazione di ogni forma di conflitto sociale, e di un appiattimento dietro la discriminante alto/basso della dialettica di potere.

Questo prodigio politico, che in pochi mesi ha spazzato via ogni ambizione egemone delle leadership di centro sinistra, sia nella versione autenticamente renziana, sia nei surrogati successivi, è figlio di una solida materialità della struttura economica, dove la digitalizzazione delle relazioni sociali e dei modelli di produzione della ricchezza ha imposto una sorta di determinismo tecnologico che vede nell’algoritmo una soluzione neutra di ogni problema, che di volta in volta viene usato dagli utenti.

È questa la matrice che ha separato la protesta dalla proprietà, rendendo proprio i ricchi il nucleo mobilitante di una maggioranza populista che ha intrecciato la difesa di vecchi privilegi territoriali – il benessere del ceto medio occidentale – con la disperazione di un Lumpenproletariat che si è visto sbeffeggiato da una razza padrona a cui il futuro era regalato, in virtù di relazioni, formazione, esperienze di vita, che li predestinava al successo.

In questa fusione a freddo hanno poi concorso mille altri fattori, soggettivi – dal renzismo come patologia dell’antipatia sociale – e oggettivi – l’identificazione con la crisi europea. Ma il motore è stato quel fenomeno virale che Moisés Naím, il prestigioso ex direttore di Foreign Affairs, ha sintetizzato qualche giorno fa su la Repubblica nella formula “più eguaglianza fra gli stati del mondo, più disuguaglianza all’interno dei singoli stati”. In quel vortice che si creava fra il disagio di una competizione internazionale che logorava ogni rendita di posizione europea e la rabbia per essere escluso da ogni vantaggio globale, si realizzava la profezia di Allan Bloom, che rispondendo nel fatidico 1989 alla nota visione di Francis Fukuyama della fine della storia per il trionfo del sistema occidentale, prevedeva che in un mondo dove solo il mercato dava forma alla società “il fascismo sarebbe stato il futuro”.

L’accorciamento delle distanze fra base e vertice, istituzioni e cittadini, governanti e governati è il vero spettro che oggi sta riclassificando ogni società politica, in tutto il mondo. La rete, con il corollario dei social, è il linguaggio e il luogo in cui si realizza questa nuova dimensione dello spazio pubblico, dove ogni individuo ha strumenti, interessi e modalità per interferire con le decisioni del potere. Sia dal basso verso l’alto che viceversa, come Cambridge Analytica ci ha mostrato.

Si è consumata la rottura dei tradizionali primati sia della leadership politica – il capo e il suo staff che è insediato da un plebiscito e governa per un periodo indisturbato – sia di quello strato grigio di potere sostanziale che erano le burocrazia weberiane, diventate poi tecnocrazie internazionali – dai grand commis dello stato, ai burocrati europei, dai banchieri, ai certificatori globali.

In questo groviglio la sinistra si è persa, priva della sua bussola industralista ed esposta alle lusinghe omologanti dei decisori internazionali. Mentre la destra ha ritrovato un canale per darsi un popolo, arruolando protesta, indignazione, eversione e sovversione in un indistinto linguaggio di rivolta, “rivoluzione passiva” permanente, avrebbe detto Gramsci.

In questo quadro, ripristinare una cartografia delle posizioni sociali non in base allo status dirigente di un ceto politico, ma alle identità patrimoniali e proprietarie di una classe sociale, scompiglia il gioco di Bannon e dintorni.

L’irruzione sulla scena di soggetti quali il mondo sindacale, che assume la rappresentanza di chi vuole non rivendicare più distribuzione, e dunque quote di reddito diffuso, ma la titolarietà di risorse e di ricchezza quale la proprietà di patrimoni e di rendite costantemente salvaguardate, potrebbe mutare la dinamica del 4 marzo.

Tanto più se in questo gioco politico viene a mancare completamente quel giocatore su cui tutti avevano tarato le proprie offerte politiche: il ceto medio prudenziale e moderato.

È proprio quest’area sociale che si vede colpita dalla polarizzazione fra neo-rendite tecnologiche e spinta internazionale dei paesi emergenti che riducono i margini tradizionali di remunerazione del risparmio. Le pecore si fanno lupo, e la maggioranza silenziosa indossa i gilet gialli.

In questa dinamica a rimanere spaesate sono due figure sociali cardine: il lavoro gerarchizzato, e le professioni dell’intermediazione automatizzabile. I primi sono ormai una varietà infinita di mestieri e attività che comunque ritrova una sua identità nel rapporto gerarchico con un imprenditore, i secondi sono un segmento vitale del processo di innovazione scientifica e tecnologica che determina autonomia e sovranità dello stato nelle sue applicazioni strategiche.

Esattamente le due figure strategiche di una base sociale di sinistra, dove eguaglianza, libertà e condivisione sono fattori di sviluppo e di benessere, prima che valori etici. Si delinea qui una forma di neo socialismo, che ritroviamo proprio dove i populismi di destra e sinistra si dividono, come negli USA o in Inghilterra, che mutua dalle condizioni dello sviluppo tecnologico e dalle forme di elaborazione del pensiero computazionale i nuovi modello cooperativi e di coesione sociale indispensabili all’innovazione.

Per questo la piazza di Roma parlava alla scena politica, non solo in chiave nazionale.
Ora il problema è di dare forma a un modello di partito neo laburista, che possa dare organizzazione, rappresentanza e potenza a questa radicalità. Chi risponde? Serve una diversa articolazione politica. L’idea di una lista europeista e neo-borghese, con Calenda, Renzi e la Bonino – ammesso che trovino interlocutori e interessi mobilitabili – è un possibile alleato ma non un contenitore diretto.

Se il Pd come partito ritrovasse un’anima solidarista e socialdemocratica moderna potrebbe diventare una delle gambe del tavolo, risucchiando voti e consensi da quella tentazione populista che ha funzionato il 4 marzo.

E sarebbe anche importante che possa proporsi anche un soggetto più radicale e intransigente, dichiaratamente socialista, che metta in campo nuove logiche, come una visione universale del reddito di cittadinanza da finanziare con una robusta patrimoniale, che intacchi i rilevanti capitali costituiti dalle rendite tecnologiche e finanziarie. Un modo per spingere Salvini fuori dal campo dell’assistenza e farlo arroccare nella sua origine proprietaria e bottegaia, e costringere i 5S a rompere le ambiguità sociali che li vede al Sud distribuire opacamente assistenza e al Nord invocare il comando dell’impresa.

Ovviamente nulla di questo è inevitabile e automatico. Ma per la prima volta diventa possibile e competitivo. E i giornali non l’hanno visto. O non l’hanno voluto vedere.

Una piazza contro Bannon ultima modifica: 2019-02-10T16:27:38+01:00 da MICHELE MEZZA

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