Libia, la fine del cerchiobottismo di Conte

Il nostro governo ha scelto di non decidere da che parte stare e rischia di restare ai margini del futuro libico. Una colpevole assenza di strategia, con una nuova crisi umanitaria alle porte.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Libia, i giochi (diplomatici) sono finiti. Ormai è tempo di declinare la guerra in atto: guerra civile, guerra per procura, “piccola guerra mondiale” (Venturini, Corriere della Sera). I giochi sono finiti, anche quello del “cerchiobottismo” made in Conte. A sancire la fine dei giochi è anche il mini tour diplomatico condotto nei giorni scorsi dal primo ministro del Governo di accordo nazionale (Gna) Fayez al-Sarraj.

A Roma, l’assediato premier di Tripoli si è contenuto nell’esternare la sua insoddisfazione, per usare un eufemismo, nei confronti del “cerchiobottismo”, se è parola diplomaticamente poco corretta, per lo smarcamento avviato dall’Italia, con il “né con Sarraj né con Haftar” reiterato dal presidente del Consiglio e dal sempre più etereo ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi.

È a Parigi, che Sarraj ha esplicitato la sua posizione:

In Libia il processo di pace sarà completamente diverso. La situazione è cambiata, quelli con cui ci siederemo al tavolo del negoziato dovranno essere diversi. Bisogna trovare una élite seria, che rappresenti davvero l’est della Libia. Il generale Haftar non può più farlo.

L’incontro tra Fayez al-Sarraj e Theresa May (9 maggio 2019)

Parlare di élite in un paese dove a dettar legge sono tribù e milizie in armi, è un ardimentoso esercizio semantico. Forse non sarà (ancora) una piccola guerra mondiale, ma come documentato più volte da ytali, è senz’altro una guerra per procura. Una guerra intersunnita, anzitutto, Egitto (pro Haftar) versus Turchia (pro Sarraj). L’ultima conferma viene dalla notizia, rilanciata da media internazionali, oltre che libici, che Ankara sta per fornire di nuovi armamenti (aerei e mezzi blindati) l’alleato di Tripoli.

Quelle armi che Sarraj ha chiesto all’Italia, e che Conte ha rifiutato. L’Italia sta bene attenta a evitare di essere accusata, dal fronte pro-Haftar, di fornire aiuti militari, viste peraltro le polemiche roventi, e gli avvertimenti minacciosi, per l’ospedale militare di Misurata. Le forze in Cirenaica che stanno con l’uomo forte di Bengasi hanno chiesto all’Italia di essere ascoltate, accusandola persino di sostenere il terrorismo assieme a Turchia e Qatar. L’hanno fatto, non più di una decina di giorni fa, con un appello dai toni forti di denuncia contro le “mosse pro Tripoli” italiane e, come scrivono, contro la “presenza di soldati italiani con compiti poco chiari e sicuramente non di carattere umanitari”. Il documento è firmato da quarantacinque tra leader della società civile, dirigenti di associazioni umanitarie e personalità tra Tobruk e Bengasi.

L’obiettivo di Sarraj è far capire ai partner europei che la propaganda di Haftar nell’ultimo mese ha stravolto la realtà dei fatti per cui non ci si trova di fronte a un regime dell’est che sostiene una svolta laica del paese e il governo di Tripoli che, sebbene riconosciuto dalla comunità internazionale, sostiene le milizie islamiche paraterroriste. Nel suo tour europeo, Sarraj ha cercato di ricordare a tutti la gravità dell’assedio a Tripoli nei giorni in cui si stava preparando la conferenza Onu di Gadames, una vera “pugnalata alle spalle” al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Sarraj ha voluto anche lanciare messaggi rassicuranti e spiegare che sta mettendo sotto controllo tutte le milizie. Ma le sue rassicurazioni si scontrano con un’Europa divisa, concentrata sulle elezioni del 26 maggio e certamente meno determinata all’azione di quanto lo siano i sostenitori, palesi e occulti, del maresciallo-generale.

Combattimenti a Tripoli

Sullo scenario libico, confidano fonti diplomatiche, l’Italia ha sottovalutato l’importanza di stabilire un rapporto forte con i paesi del Golfo, relegati in un ruolo di secondo piano nella fallimentare Conferenza di Palermo del novembre scorso. Non scegliere in politica è un errore esiziale. In politica estera ancor di più. Il verbo “includere”, abusato da Conte e da Milanesi, non regge quando si è chiamati, costretti, a scegliere. In Libia non si può essere con al-Sisi e con Erdogan, e quando era chiaro a tutti, meno che a Roma forse, che al-Sarraj non aveva lo spessore politico, e soprattutto i fondamentali legami con le tribù che più contano nella stessa Tripolitania, Roma, confidano a ytali fonti diplomatiche addentro al dossier libico, avrebbe dovuto lavorare per cercare un’alternativa più credibile tra le forze (Misurata) che ancora sostengono il Gna.

Oggi, col “cerchiobottismo” elevato ad azione diplomatica, l’Italia rischia di restare ai margini degli eventi che segneranno il futuro della Libia. Insistere, come fanno Conte e Milanesi, nella difesa del piano di pace – finito su un binario morto – dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamé, è una declinazione del non decidere. Il risultato è l’isolamento, la marginalizzazione, in un’area cruciale, sul piano geopolitico e su quello degli interessi economici-energetici, per l’Italia come è il Mediterraneo.

Sarraj invoca un’azione diplomatica realmente incisiva, ma oggi in Libia i giochi diplomatici sono finiti. Haftar è deciso a sferrare l’attacco decisivo a Tripoli e, nonostante il ramadan e un appello dell’Onu per una tregua umanitaria di almeno una settimana, ha spronato i suoi soldati a proseguire la battaglia.

In un comunicato letto domenica sera in tv da un portavoce dell’Esercito nazionale libico (Lna), Haftar ha chiesto a militari e soldati “di proseguire la battaglia della lotta contro il terrorismo”. Haftar ha esortato a proseguire “le operazioni Dignità cominciate il 16 maggio 2014” e ha spronato i suoi soldati anche a “impartire al nemico una grande lezione”, “fin quando non li sradicheremo dalla nostra amata terra”.

Ma il rischio di una crisi umanitaria è ormai una realtà che la comunità internazionale non può più far finta di ignorare. È salito a 443 il numero dei morti e a 2.110 quello dei feriti “per le violenze a Tripoli”. Lo scrive su twitter l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in Libia, aggiungendo che “mentre la crisi continua e il numero di sfollati si avvicina a 60.000, ogni giorno di violenza vuol dire più persone uccise, ferite o sfollate”.

Situazione di estrema gravità anche ad est, a Bengasi, dove la crisi finanziaria sta producendo profonde ferite sociali. Il debito è ormai arrivato a 32 miliardi di dinari, ossia circa nove miliardi di dollari che neppure i dieci miliardi di dinari stampati in Russia riescono ad arginare. Haftar aveva a un certo punto immaginato di utilizzare i proventi dei ricavi del petrolio per finanziare il debito ma la linea rossa degli Stati Uniti (confermata anche di recente) è che tutti i proventi petroliferi confluiscano direttamente nella National Oil Corporation che ha sede a Tripoli.

Nei primi mesi del 2019, su quattro persone che sono partite dalla Libia, soltanto tre sono riuscite a raggiungere l’Europa: la restante è morta durante la traversata del Mediterraneo. A riportare la notizia è stato Charlie Yaxley, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, responsabile per l’Africa e il Mediterraneo, su Twitter. Nel suo tweet, Yaxley ha anche definito la Libia un porto non sicuro smentendo quanto precedentemente dichiarato dal ministro dell’interno Matteo Salvini, e ha lanciato un appello: bisogna essere chiari, non è possibile continuare così”.

La tragedia dei migranti morti durante la traversata nel 2019 trova conferma anche nelle statistiche dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim). Nei primi cinque mesi di quest’anno, secondo un report dell’Oim, sono morte 257 persone su 1120 arrivate in Italia o a Malta, quindi il 22 per cento (il dato è aggiornato al primo maggio). Nello stesso periodo, nel 2018, ne erano morte 379, ma i migranti approdati nei due paesi erano stati 9467: una percentuale pari al quattro per cento.

Le vittime degli scontri in Libia sono salite a 522. Purtroppo ci sono zone, soprattutto quelle più a sud di Tripoli, molto difficili da raggiungere, dove sono state scoperte intere famiglie sterminate.

Un contractor portoghese arrestato dall’esercito del Governo nazionale libico

Così racconta ai microfoni di Radio Vaticana Italia, il dottor Foad Aodi, presidente di Amsi (l’Associazione medici di origine straniera in Italia).

Gli ospedali sono al collasso, vicino Tripoli è stata colpita una centrale elettrica e adesso, nelle cliniche, scarseggia l’elettricità. C’è carenza di personale medico, soprattutto per quanto riguarda chirurgia generale, chirurgia vascolare e neurochirurgia. Inoltre, più di 50 donne sono morte dopo stupri di gruppo.

E prosegue:

“Al momento, ammassati nei centri, ci sono circa cinquemila rifugiati. Non ci sono posti sufficienti per tutti e la situazione è particolarmente precaria. Vi porto l’esempio dell’ospedale di Tripoli, cha al momento ha un’autosufficienza stimata per altri tre mesi al massimo. Poi le scorte di cibo finiranno. Se la capitale soffre così, gli altri centri non possono che soffrire ancora di più. Inoltre, un altro punto dolente di questo conflitto riguarda il fatto che ci sono più di 1500 minorenni reclutati negli scontri. Molti di loro provengono da famiglie povere e sono stati costretti ad arruolarsi sotto ricatto.

Conclude poi:

Come medici non possiamo non lanciare un grido d’allarme. Chiediamo al governo italiano e alle leadership europee di mobilitarsi per la situazione in Libia e di creare corridoi umanitari per permettere a queste persone di raggiungere luoghi sicuri, proprio come ha chiesto papa Francesco.

Ma di corridoi non se ne parla. Né di stop alla guerra. Un sito d’informazione vicino a Tobruk, al-Marsad, scrive che un aereo delle milizie fedeli a Tripoli è stato abbattuto dagli uomini del comandante della Cirenaica. Dalle dichiarazioni che il portale attribuisce al generale Mabrouk al-Ghazoui, assistente del capo della sicurezza di Tripoli, i militari hanno catturato il pilota, “un portoghese”: è un “mercenario” ingaggiato dall’“accademia aerea di Misurata”, scrivono. Il pilota, continuano, ha “confessato di essere portoghese” e di operare “da settimane a Misurata” compiendo “decine di raid che sono costati la vita a dei civili a Tarhuna, Qaser bin Ghashir, Sog al-Khmies e Garian”. Al-Marsad pubblica anche un video in cui si vede il giovane a cui viene pulito il volto sporco di sangue. Il testo precisa che gli sono state prestate “necessarie cure mediche”. L’aereo abbattuto è un mirage, il secondo ed ultimo disponibile, appartenente all’Aviazione Misuratina fedele a Sarraj.

Ed ora la guerra per procura è diventata anche la “guerra dei mercenari”.

Libia, la fine del cerchiobottismo di Conte ultima modifica: 2019-05-09T21:10:26+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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