Se Bankitalia detta l’agenda digitale

Nella consueta relazione annuale il governatore Ignazio Visco esprime la visione della Banca d’Italia sulla strategia tecnologica del Paese. Un discorso diretto al sistema produttivo. Ma che tralascia alcuni elementi rilevanti.
scritto da MICHELE MEZZA

Una relazione 4.0 quella del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Insieme alla consueta rampogna alla politica sulla fragilità dei conti, che quest’anno si è accompagnata con un brusco richiamo al legame con l’Europa come unica ancora di salvezza per il Paese, il tutore di via Nazionale, ha messo i piedi nel piatto della strategia tecnologica, dettando, non senza entrare in dettagli dirimenti, proprio l’agenda del Paese.

Ai settori che compongono l’economia digitale è oggi riconducibile il cinque per cento del totale del valore aggiunto, contro circa l’otto in Germania e una media del 6,6 nell’Unione europea. Dall’avvio della crisi dei debiti sovrani il peso di questi settori da noi si è ridotto, in controtendenza rispetto alla media europea.

Qualcosa di più dell’ormai immancabile sollecitazione a procedere sulla strada dell’innovazione. Una vera scelta di campo.

Dobbiamo fare come fanno gli altri Paesi, con un’accelerazione dei processi  tecnologici che devono avere una missione precisa, insiste Visco:

Il ritardo nell’automazione della produzione è marcato rispetto ai paesi con una specializzazione settoriale simile alla nostra, come la Germania. Lo sviluppo delle reti di telecomunicazione di nuova generazione resta limitato. Il ruolo di traino svolto dall’amministrazione pubblica nell’introduzione delle nuove tecnologie è contenuto: l’indice di sviluppo dei servizi pubblici digitali elaborato dalla Commissione europea pone l’Italia al diciannovesimo posto nell’Unione.

La generica innovazione diventa strategia di automazione, che progressivamente sostituisce lavoro e, più in generale controllo artigianale del proprio mestiere, con algoritmi, il tutto in un contesto di reti telematiche che integrino la pubblica amministrazione ai circuiti internazionali. Un messaggio quanto mai esplicito e articolato, che sembra tutto teso ad adeguare i processi innovativi nazionali agli standard tecnologici globali, così come sono.

Certo  se consideriamo lo spessore del dibattito politico nazionale e in particolare il contesto del miserabile balletto fra Tria, Di Maio e Salvini attorno alla lettere dell’Unione Europea, il richiamo di via Nazionale ci  sembra il New Deal di Roosevelt. Ma in una logica globale, quale è quella che naturalmente appartiene agli interventi della Banca d’Italia, siamo ad un brusco richiamo del vertice tecnocratico del Paese.

Il mondo oggi è effettivamente un unico convoglio lanciato ad alta velocità sul binario dell’intelligenza artificiale, su questo non c’è dubbio. Ma proprio per l’evidenza solare del fenomeno richiamato da Visco è lecito chiedersi a chi e perché parlasse in quel modo il governatore. Le banalità e la retorica non sono mai state di casa a Via Nazionale.

Più che alla politica il suo discorso è sembrato diretto proprio al sistema produttivo, all’ordito di imprese, sindacati e ricercatori che oggi rappresentano il reparto avanzato dell’apparato industriale italiano. Siamo ancora lenti e problematici.

Nel 2017 meno di un quinto delle imprese con un numero di addetti compreso tra 20 e 49 aveva adottato almeno una tecnologia avanzata (come le applicazioni della robotica e dell’intelligenza artificiale); la quota sale a un terzo tra le imprese medie e supera la metà per quelle con 250 addetti o più. Il divario tra imprese piccole e grandi si amplia al crescere del grado di complessità delle tecnologie considerate.

Sono i cespugli, per adottare il linguaggio tradizionale del Censis, che mostrano resistenza, ed è lì che si gioca la partita su automatizzazione e integrazione. Se loro sono i destinatari qual’è il messaggio? Abbiamo detto che il guardiano del sistema economico del Paese non parla a caso. Se di innovazione tecnologica ha voluto ragionare, Visco aveva un obiettivo e un bersaglio.

Mai come oggi  lo scenario digitale è quanto mai segmentato e frastagliato. Quell’aura di generico e innocente progressismo che circondava la Silicon Valley è dissolta da tempo. La neutralità della rete è diventata campo di guerre geopolitiche, come il caso Huawei dimostra: nessuno è più solo un imprenditore o un inventore. Nel merito del processo tecnologico, l’estensione delle componenti di intelligenza artificiale sta sbriciolando ogni apparenza efficientista ai dispositivi automatici: ogni automatismo è un modo di pensare, un apparato semantico e valoriale. Rampognare il sistema industriale perché si adegui agli standard computazionali non significa sollecitare imprese inerti o pigre, ma chiedere una precisa scelta di campo.

Non siamo da tempo nell’epoca dell’innovazione di processo o di prodotto, ma siamo nel campo dei sistemi neurali, dove l’arbitraggio dell’algoritmo guida il trasferimento di responsabilità decisionali e di modelli relazionali dall’autonomia del sistema sociale al controllo centralizzato dei monopoli del calcolo.

La contemplazione estetica di questo fenomeno, visto come un unico e immodificabile ascensione verso la modernità appartiene alla più bolsa mistificazione dei proprietari di questi sistemi automatizzati.

Se Leibniz nel XVII secolo già ci avvertiva che “la musica è un’attività inconsapevole dell’artimetica, in cui l’anima non sa di calcolare”, oggi possiamo dire che ogni processo tecnologico sia un’attività evidente del calcolo in cui il nostro cervello non di  ubbidire. Una realtà non riducibile alla meccanica produttiva ma che da termpo ha investito direttamente la nostra mente, come ormai nessuno, tanto meno un uomo d’onore e di sapere come il governatore, non può non sapere.

L’invito ad adeguarsi a forme di automatizzazione nei comparti farmaceutici e biotecnologici oggi significa affidare non solo la parte diagnostica ma anche quella terapeutica a sistemi di cui non è possibile conoscere gli assetti cognitivi, le basi etiche, le opzioni valoriali. Lo stesso vale per il mondo dell’informazione, dove più della metà dei contenuti sono elaborati e distribuiti direttamente da bot, o per vari gangli del sistema giuridico. I settori produttivi sono paradossalmente meno investiti dai sistemi che pensano. Prodotti e servizi escono dagli apparati d’impresa ancora con le sembianze artigianali ma sono assediati dalla potenza di calcolo, che risalgono le filiere industriali dal versante dei consumatori.

Amazon ne è l’esempio esplicito. Proprio mentre il governatore Visco lanciava il suo appello alla robotizzazione, a Piacenza, nel principale insediamento logistico del gruppo di Jeff Bezos si stipulava un’intesa sui tempi e le modalità del lavoro che presupponeva la negoziazione del sistema intelligente che governa la saturazione dei ritmi nell’immagazzinamento e nella consegna dei colli ai clienti.

Qui si rintraccia forse l’aspetto che sorprendentemente non ha trovato spazio nella relazione di Visco: la contrattazione critica dei sistemi intelligenti.

Come ha spiegato persino un ormai estenuato Elon Musk in uno storico intervento nel meeting di Portorico del 2017 sull’intelligenza artificiale:

I governi non devono assestarsi su una semplice supervisione dell’innovazione (oversight), ma devono possedere cognizioni e competenze per una comprensione critica dei processi (insight),

concludendo che

una regolamentazione dettagliata a volte può alimentare invece di ostacolare il progresso.

Stiamo parlando di uno dei campioni dell’innovazione tout court.

Forse sarebbe stato più normale che dovendo entrare nel tema innovazione tecnologica il nostro governatore avesse avuto la compiacenza di ricordarci che siamo nel pieno di una vera guerra mondiale sulle singole opzioni. Mondi armati di algoritmi si contrappongono, interi stati ormai coincidono con singole soluzioni di calcolo. Cosa scegliere e come collocarsi? Possiamo considerare la tecnologia un uniforme sistema di invenzioni benefiche che devono essere solo adottate?

O piuttosto non si devono sollecitare aziende e istituzioni a assicurare ai cittadini strumenti di giudizio e procedure di garanzie per non diventare solo sudditi dei questi domini? La politica può solo fare shopping sul mercato delle intelligenze?

In questa logica forse sarebbe stato più saggio per il vertice della Banca d’Italia stupirsi per il silenzio con cui è stato accolto l’annuncio della possibile fusione fra Fca e Renault, con l’indifferenza, ad esempio sulle soluzioni di automatizzazione e di scelta degli standard di software che verranno decisi nel nuovo gruppo unitario; oppure il silenzio che ha circondato la decisione delle Ferrovie dello Stato di impegnare più di 500 milioni per l’upgrading tecnologico delle reti di trasporto, una scelta che rappresenterà uno dei driver della modernizzazione dell’intero sistema Italia. O ancora, l’eclettismo che vede intere città consegnarsi nell’implementazione del 5G, il nuovo standard di comunicazione mobile che trasformerà tutte le nostre relazioni in un palinsesto televisivo, alle strategie e convenienze degli operatori telefonici che disegneranno  le mappe di connessione nelle aree urbane a loro insindacabile giudizio.

Unica eccezione lo strillo che qualche giorno fa si è alzato nell’aula magna dell’università statale di Milano, dove la Camera del Lavoro ha riunito attorno al tavolo, il sindaco della città Sala, insieme alle università, alle fondazioni culturali, alle reti civiche per discutere di come una realtà come Milano possa condividere un piano regolatore delle intelligenze e delle connettività.

Su questo scacchiere, dove si alternano ormai corsari privati, quali ad esempio Facebook e Google che stanno esasperando ogni modello di profilazione dei liberi cittadini, con tentazioni autocratiche degli stati – come Cina e Russia, ma non molto distanziati stanno arrivando anche gli Usa di Trump che riducono ormai la rete a carta geografica dei domini delle proprie aziende – il nodo da sciogliere non è come arruolarsi in questa o quella brigata degli algoritmi ma come crescere come sistema aperto, come attivare la straordinaria potenza della condivisione del calcolo, per dare slancio e protagonismo ad un’intera comunità industriale.

Su questa pista troviamo anche la bussola dell’uguaglianza, che altrimenti rimane pura predicazione senza mordente.

La contrapposizione fra calcolanti e calcolati, fra monopoli ormai protesi a ridurre la creatività degli utenti e stati che mirano a limitare ogni disintermediazione dei saperi, solo l’accelerazione del conflitto sociale nell’innovazione, al posto della subalternità all’innovazione può produrre valore aggiunto alle intelligenze produttive.

Norman Wiener, il padre della cibernetica, dopo la guerra nel suo storico saggio The Human use of Human Beings fissava un principio per dare ai sistemi dell’informazione computazionale il senso di una liberazione  di ogni individuo e non solo un fattore di profitto occasionale:

Vivere efficacemente è vivere con informazioni adeguate. Così la comunicazione e il controllo appartengono all’essenza della vita interiore dell’uomo nel momento stesso in cui appartengono alla sua vita nella società.

Se Bankitalia detta l’agenda digitale ultima modifica: 2019-06-01T10:41:35+02:00 da MICHELE MEZZA

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