E adesso, pover’uomo? E adesso, povera città?

Se il problema non sta nel comune unico, come ci hanno detto veneziani e mestrini insieme, dove sta? Due sono i poli del problema, l’articolazione interna del Comune di Venezia e l’investimento sulla Città metropolitana. Di altri problemi permanenti non parliamo.
scritto da ADRIANA VIGNERI

Visto l’esito del referendum sulla separazione tra Mestre e Venezia (affluenza 21,73 per cento, a Mestre appena il 16 per cento, in centro storico il 32 per cento, e soltanto lì prevalgono i sì), viene da chiedersi: dov’è finita la sensibilità, la conoscenza della propria base, elettorale o referendaria che sia, da parte di partiti politici e promotori di appelli al popolo? Nel precedente referendum era ugualmente mancato il numero legale, ma almeno aveva votato circa il 40 per cento. È una domanda che ci siamo posti anche in occasione di un altro referendum, ben più importante di questo. Conoscere la propria popolazione non è il primo requisito di chi vuole fare politica o comunque fare appello al popolo? Anche la stampa – che ha sempre gonfiato partecipazione e consenso – si è rivelata alla fine non in sintonia con il “popolo”, e anche stamattina fatica a dare la notizia nuda e cruda.

Il flop è clamoroso. Non soltanto hanno votato in pochissimi, meno di 45.000, ma circa 15.000 hanno votato NO. Fortunatamente anche il centro storico è rimasto lontano dal quorum, non si può dire che la Venezia insulare sia ostaggio dei mestrini.

Ah, ma il quorum del cinquanta per cento più uno è illegittimo! Qualche coda di questo tipo è preannunciata. Non m’interessa. Il numero di chi ha votato è talmente esiguo che questa strada è politicamente prima che legalmente fallita.

Interessa piuttosto un’altra considerazione: questo esito che significato ha? Che questa vicenda è finita una volta per tutte, che sono tutti felici e contenti? No, significa soltanto che la stragrande maggioranza non considera vantaggioso avere due comuni al posto di uno. Non ritiene, come dice efficacemente Paolo Costa, che i problemi – difesa di Venezia dal mare, tutela dalla pressione turistica, sviluppo di un solido aggregato metropolitano intorno a Venezia e Mestre – siano ancora tutti lì perché un unico comune amministra sia Cannaregio che Carpenedo.

Se il problema non sta nel comune unico, come ci hanno detto veneziani e mestrini insieme (che poi in gran parte sono ex veneziani, come i miresi, i miranesi, i moglianesi), dove sta?

A mio modo di vedere, due sono i poli del problema, l’articolazione interna del Comune di Venezia e l’investimento sulla Città metropolitana. Di altri problemi permanenti non parliamo.

L’articolazione interna del Comune è oggi una novità soltanto perché la prima articolazione in municipalità organizzata negli anni 2000 è stata poi distrutta dalle amministrazioni successive. Si tratta di riprendere quel percorso per dare risposta alle esigenze diverse di aree diverse dell’unico Comune, alla giusta esigenza di decidere da sé su questioni che hanno a che fare più con la vita quotidiana che con le grandi strategie. Forse sei Municipalità, a distanza di quasi vent’anni da quel primo esperimento, sono troppe. Meno sono, più consistenti possono essere le loro competenze. L’ideale sarebbero quattro Municipalità: Venezia insulare e costiera, Mestre Centro, Marghera, Favaro Veneto. Con un’amministrazione in rete che supporti tutte e quattro.

Non si tratta peraltro, e soltanto, di applicare un principio di decentramento in un contesto in cui ogni zona ha caratteristiche peculiari, si tratta di fare i primi passi, sperimentali, verso una città metropolitana democraticamente funzionante, autorevole, condivisa. Tutto è in mano al consiglio comunale di Venezia, che porta una grande responsabilità, e segna anche il limite della soluzione istituzionale inventata dal legislatore. Ma tant’è, quella è la strada da percorrere, da un lato per rispondere ad esigenze di decentramento che restano, nonostante l’esito referendario, sia per poter disporre di un aggregato metropolitano capace di competere in Europa.

Siamo così passati al secondo polo, la Città metropolitana, destinata ad aggregare un domani anche le possibili articolazioni di Venezia, se ci saranno. Senza un città metropolitana funzionante, dotata dei necessari finanziamenti e delle competenze che l’attuale statuto non le riconosce (e va quindi modificato), Venezia non avrà né la possibilità di svolgere un indispensabile ruolo aggregante, più efficace di quello svolto finora (come da riconoscimenti internazionali), né di salvare la Venezia storica dal suo destino di Disneyland.

I due obiettivi vanno di pari passo e si rafforzano a vicenda. Per questi vale la pena di creare comitati, far crescere una nuova classe dirigente, consultare la popolazione, e quanto altro sapranno inventare il gusto per l’iniziativa politica e l’amore per il proprio territorio.

E adesso, pover’uomo? E adesso, povera città? ultima modifica: 2019-12-02T14:12:57+01:00 da ADRIANA VIGNERI

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