“Contro Boris, il coraggio delle suffragette”. Parla Roger Casale

L’ex deputato laburista, oggi attivista impegnato a promuovere un’Europa più vicina ai cittadini, interviene sulle sfide che attendono il Regno Unito alla vigilia del voto del 12 dicembre
scritto da MATTEO ANGELI

Roger Casale è un inglese dal cuore europeo. Di origini italiane, Casale è stato parlamentare laburista per il distretto di Wimbledon durante due mandati, dal 1997 al 2005, ai tempi d’oro in cui Tony Blair era prima ministro. Nel 2017 ha lasciato il Labour, si è trasferito in Italia – nella sua amata Toscana – e ora lavora a tempo pieno per un’Europa più democratica, come attivista a capo di diverse associazioni che promuovono una mobilizzazione della società civile europea.

Oltre che fondatore e segretario generale di New Europeans, organizzazione per i diritti civili che quest’anno ha conseguito il prestigioso Schwarzkopf Europe Award (premio ricevuto nel 2018 dall’attuale vicepresidente della Commissione europea, Margarethe Vestager), Casale è anche vicepresidente dello European Civic Forum e dello Europe’s People’s Forum, organizzazione quest’ultima con cui ha intenzione di dare un contributo all’imminente Conferenza sul futuro dell’Europa.

Roger Casale (a sinistra) in occasione della consegna dello Schwartzkopf Europe Awards a New Europeans, Berlino 3 giugno 2019

Roger Casale, tu hai fondato nel 2016 – ancor prima del referendum sulla Brexit – l’Associazione New Europeans, per dare voce ai cittadini europei che vivono in Gran Bretagna e ai cittadini britannici che vivono in Europa. Se c’è qualcuno che ha perso in partenza il voto del prossimo 12 dicembre, quelli sono loro…
Ci sono 3,4 milioni di cittadini europei non britannici, tra i quali diverse centinaia di migliaia di italiani, che vivono nel Regno Unito e più di un milione di britannici che vivono in Europa. Sul loro futuro pesa la spada di Damocle della Brexit. Con New Europeans cerco di mobilitare queste voci, anche se è molto difficile, perché i cittadini europei in Gran Bretagna non possono votare e lo stesso vale per gli inglesi che vivono all’estero da più di quindici anni. I laburisti sarebbero d’accordo a permettere di votare a queste persone, ma i conservatori di Boris Johnson non ne vogliono sapere.

Missione impossibile?
Courage calls to courage everywhere”, il coraggio chiama dappertutto altro coraggio, scrisse a inizio Novecento Millicent Fawcett riguardo alla morte della suffragetta Emily Wilding Davison. A lei e alle altre militanti del movimento femminista che si batteva per l’estensione del suffragio elettorale alle donne abbiamo dedicato questa settimana due manifestazioni, una a Londra e una a Bruxelles. Che l’esempio delle suffragette possa ispirare i cittadini europei non britannici che chiedono il diritto di voto nel Regno Unito!

Casale (a destra) in occasione del lancio del #CourageCalls manifesto, Bloomsbury, Londra, 25 novembre 2019

La determinazione delle suffragette contro Boris Johnson… Come mai i diritti dei cittadini sono stati fin qui trascurati nei negoziati per la Brexit?
Paradossalmente in Gran Bretagna c’è un grande consenso a favore della tutela dei diritti delle persone di nazionalità non britannica che già risiedono nel paese. Il problema è che chi ha condotto i negoziati per la Brexit ha mescolato la questione dei diritti dei cittadini con altre cose, come la somma che la Gran Bretagna dovrà pagare per uscire dall’Unione o la questione dell’Irlanda del nord.

Tu sei stato membro del Parlamento britannico dal 1997 al 2005, ai tempi in cui Tony Blair era primo ministro. Quanto è cambiata la scena politica britannica da allora?
È molto peggiorata. Ai miei tempi il Parlamento avrebbe avuto il coraggio di resistere alla Brexit e di bloccarla in qualche modo. Il Parlamento attuale invece ha fallito: l’ha ritardata ma non è riuscito a bloccarla.

La colpa è anche dei tuoi ex compagni di partito, i laburisti…        
Il problema è generale. Si è persa una visione comune per il futuro del paese, è venuto meno il senso nobile di chi, in una situazione di emergenza nazionale come lo è la Brexit, sa mettere gli interessi della nazione davanti ai propri o a quelli del partito.

Cosa pensi dell’atteggiamento dei laburisti rispetto alla Brexit?
Dopo il referendum del 2016, il Labour ha fatto bene a mantenersi neutrale rispetto alla Brexit, per riuscire a rappresentare l’interesse sia di chi voleva uscire dall’Unione europea, sia di chi voleva rimanere. In quel momento era infatti necessario attendere che cambiasse l’idea del paese riguardo alla Brexit ed è proprio quello che sta accadendo.

Questo atteggiamento fino a un certo punto ha funzionato. Nel momento in cui si è capito però che si andava verso il “no deal”, verso un’uscita dall’Ue senza accordo, non mitigata da un’associazione nel mercato unico, i laburisti avrebbero dovuto opporsi. Per non parlare di quando è arrivato Boris Johnson: a quel punto la crisi economica e sociale conseguente alla Brexit, si è trasformata in qualcosa di peggio, che riguarda anche la sfera istituzionale e morale. Johnson è molto pericoloso, perché mente e facendolo manca di rispetto alle istituzioni e alla legge.

Come i laburisti avrebbero potuto sbarrare la strada a Johnson?
Il Labour avrebbe dovuto dialogare con gli altri partiti di opposizione: i Liberal Democratici, i Verdi, lo Scottish National Party (il Partito nazionale scozzese), e tentare di fare un governo di unità nazionale per rimuovere Johnson, com’è successo con Salvini in Italia. Non hanno avuto né la forza né la volontà di farlo.

Perché?
È stata sicuramente un po’ colpa di Jeremy Corbyn che, con la sua volontà di essere primo ministro, ha inibito questo sviluppo positivo. Lui è troppo divisivo, non sarebbe mai stato accettato come leader di un governo di unità nazionale, che avrebbe avuto il compito di indire un nuovo referendum per cercare di bloccare la Brexit.

Conferenza stampa: Casale presenta la proposta per una carta verde europea, Camera dei deputati, Roma

Corbyn è divisivo anche perché ha spostato il partito a sinistra. Cosa pensi di questa tendenza, che interessa un po’ tutti i partiti socialdemocratici in Europa?
Chi oggi accusa Corbyn di aver spostato il Labour troppo a sinistra non si rende conto che la situazione è molto più drammatica rispetto agli anni Novanta, per quanto riguarda gli equilibri sia economici sia sociali. Siamo un mondo fuori controllo, oggi serve un maggior intervento dello stato, anche attraverso misure forti. Il problema di Corbyn è un altro…

Quale?
Io temo che, nel caso improbabile in cui ottengano la maggioranza in Parlamento, Corbyn e la leadership del partito non abbiano la capacità di mettere in partica le loro proposte. Quando vai al potere devi essere in grado di fare compromessi, devi governare con altri. Corbyn e i suoi alleati più stretti purtroppo non sono in grado di farlo.

Corbyn ha anche un altro grande problema: lui e il suo partito sono ripetutamente accusati di antisemitismo. Cosa c’è di vero in questa storia?
Si tratta di un problema molto serio nel Partito laburista. Va premesso, che, dall’altra parte, anche i conservatori hanno un problema simile, con l’islamofobia. Detto ciò, va riconosciuto che c’erano persone nel Partito laburista che sono antisemite. Nonostante queste siano state alla fine espulse, credo che il partito avrebbe dovuto agire più rapidamente e con maggiore determinazione contro di loro: da un soggetto politico che si dice di sinistra mi attendo una condotta ineccepibile quando si tratta del rispetto dei diritti.

Ma è vero che lo stesso Corbyn avrebbe detto “Hamas e Hezbollah sono degli amici”?
Corbyn è una persona che ha cercato per anni una via del dialogo, ma è una distorsione dire che è amico dei terroristi.

Il 12 dicembre si vota per il rinnovo del Parlamento britannico. I conservatori sono molto avanti: c’è ancora la possibilità che non riescano ad avere la maggioranza assoluta e che quindi non possano formare un governo?
Questa è l’unica alternativa possibile a una maggioranza conservatrice, che sarebbe una tragedia democratica con ripercussioni internazionali.

Cosa succede se i conservatori non vincono?
In questo caso la possibilità è fare ciò di cui parlavo prima, ovvero un governo di unità nazionale. È decisamente improbabile che i laburisti ce la facciano da soli.

Il Labour potrebbe spuntarla alleandosi con i Liberal Democratici dopo il voto?
Difficile a dirsi. I Liberal Democratici stanno andando molto male nei sondaggi. Hanno pensato che posizionarsi direttamente contro la Brexit li avrebbe avvantaggiati. È successo proprio il contrario. A livello di previsioni, l’unica possibilità per un governo non a guida conservatrice è una coalizione ampia che unisca non solo laburisti e liberaldemocratici, ma anche il Partito nazionale scozzese (SNP).

Cosa terrebbe insieme questo fronte così composito dal punto di vista programmatico?
Ridare la possibilità al popolo di esprimersi sulla Brexit. Quello tra laburisti, liberaldemocratici e SNP sarebbe ovviamente un governo di scopo, destinato a durare il tempo di indire un altro referendum sulla Brexit, per dare al popolo inglese l’opportunità di votare sull’accordo di uscita.

Un altro referendum?
Certo. Tre anni fa nessuno sapeva cosa ci aspettava. Ora almeno potremmo votare coscienti dello scenario che abbiamo davanti.

New Europeans in una marcia contro la Brexit a Londra

Un governo di unità nazionale potrebbe includere anche alcuni deputati conservatori “europeisti”?
Dopo il voto non ci saranno più conservatori europeisti. La base del partito è in mano a coloro che sono contro l’Unione europea ed è lei che sceglie i canditati, circoscrizione per circoscrizione. Oggi nel Partito conservatore non c’è spazio per gli europeisti. Non è un fenomeno nuovo. È cominciato almeno vent’anni fa.

Un nuovo referendum non rischia di riaprire le interminabili discussioni che hanno tenuto impegnato il parlamento britannico negli ultimi tre anni?
No, se fatto nel modo giusto. Come New Europeans, noi abbiamo formulato la seguente proposta: che l’accordo sulla Brexit venga trasformato in legge, ma che questo contenga anche una sunset clause (letteralmente una “clausola sul tramonto”, ndr), secondo la quale la legge entrerebbe in vigore solo dopo un altro referendum. Sia che il nuovo referendum confermi la volontà di uscire, sia che esso invece dica “no” alla Brexit, non sarebbe necessario tornare in Parlamento.
Alcuni deputati laburisti hanno portato questa proposta in parlamento, sulla quale si è votato tre volte, senza però riuscire a farla passare.

“Contro Boris, il coraggio delle suffragette”. Parla Roger Casale ultima modifica: 2019-12-07T21:00:06+01:00 da MATTEO ANGELI

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