Pensioni. A oltranza contro “la retraite” versione Macron

Sindacati e opposizione contro la riforma dal presidente francese. Che si gioca molto della sua immagine “riformista” e rischia di pagarne le conseguenze alle elezioni amministrative del prossimo anno.
scritto da MARCO MICHIELI

[PARIGI]

Quarto giorno dello sciopero ad oltranza proclamato dai sindacati francesi per protestare contro la riforma delle pensioni, “la réforme des retraites”. Uno sciopero annunciato e organizzato da tempo che non ha colto impreparati i francesi. Nei giorni precedenti nessun caos, nessun imbottigliamento, qualche disagio certamente, ma molto meno di quanto si potesse prevedere. A Parigi qualche complicazione l’hanno creata sicuramente gli incidenti durante la manifestazione del 5 dicembre e i militanti ambientalisti di Extinction Rebellion che hanno sabotato i servizi di mobilità alternativa come i monopattini e le biciclette elettriche.

La vera prova per i cittadini comincia domani. Lo sciopero, infatti, continua e i molti che avevano trovato soluzioni alternative – il lavoro da casa o qualche giorno di ferie – si troveranno ad affrontare gli stessi disagi, soprattutto nel trasporto pubblico, senza soluzioni alternative.

Politicamente si tratta di un test importante per Emmanuel Macron. La riforma delle pensioni è una delle promesse fatte in campagna elettorale e uno dei progetti più ambiziosi del suo quinquennato. Un dossier delicato che, storicamente, ha messo in crisi più di qualche governo: dal 1991 sono quattro le riforme che si sono succedute nel tentativo di assicurare la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico francese, sempre sotto la minaccia dell’ineluttabile erosione di un corretto rapporto tra lavoratori e pensionati.

È una battaglia importante anche per i sindacati più rappresentativi, stretti tra il movimento dei gilet gialli e i sindacati di base. La mobilitazione nazionale contro la riforma delle pensioni vede un fronte molto ampio: dai sindacati della Ratp (trasporto pubblico di Parigi) e della Sncf (ferrovie) ai sindacati nazionali Cgt, Fo, Fsu e Solidaires. La sostengono anche le organizzazioni sindacali di Air France e Edf. Non sostiene invece la mobilitazione la Cfdt, il primo sindacato francese, che appoggia invece i contorni della riforma (che in parte sembra aver ispirato).

I contorni della riforma, appunto. Questo è uno dei problemi. Perché lo sciopero ad oltranza è essenzialmente preventivo, contro un progetto di legge che vorrebbe riformare le pensioni e di cui si conoscono le linee direttrici ma non i contenuti, che saranno svelati questa settimana dal governo. Rimangono infatti ancora moltissimi i punti da chiarire.

Che cosa prevede a grandi linee la riforma? Nel 2017, durante la campagna per le presidenziali, Emmanuel Macron promise di eliminare il complesso sistema pensionistico francese basato su quarantadue differenti regimi pensionistici per creare un “regime universale”, valido per tutti. L’idea era che attraverso l’eliminazione dei regimi speciali e la creazione di un sistema universale si potesse ridurre la spesa pensionistica e creare un sistema più equo.

Il governo di Eduard Phillippe aveva dunque affidato il compito di elaborare una proposta di riforma a Jean-Paul Delevoye, uomo di Chirac e sostenitore della prima ora di Macron. Dopo molti incontri e negoziazioni con le parti sociali – e dopo aver ritardato la pubblicazione del rapporto a causa della crisi dei gilet gialli – Delevoye ha consegnato qualche mese fa il suo rapporto al governo, definendo delle linee direttrici della riforma. Il governo ha però deciso di aprire una nuova consultazione di tre mesi con le parti sociali, allo scopo di evitare una nuova crisi.

Quello che è certo è che la riforma prevede la creazione di un sistema a punti: per ogni euro di contributi versati i diritti alla pensione saranno gli stessi. Nessuna differenza tra lo status di chi versa quell’euro, nessuna differenza temporale. Nel sistema attuale la pensione dei lavoratori del settore privato è calcolata sugli ultimi migliori venticinque anni di carriera (vengono eliminati cioè dal calcolo della pensione gli anni di disoccupazione o quelli più difficili). La pensione dei lavoratori nel settore pubblico, invece, è calcolata sugli ultimi sei mesi di retribuzione, in un sistema come quello pubblico francese dove la progressione di carriera è garantita. Con la riforma cessa questa differenza tra pubblico e privato.

Inoltre, visto che il problema del sistema pensionistico francese è il disequilibrio tra il numero degli attivi e il numero dei pensionati, questo metodo dovrebbe consentire di ridurre a poco a poco la spesa. Recentemente il rapporto del Conseil d’orientation des retraites ha sottolineato che, senza alcun intervento, il sistema pensionistico si troverà di fronte a un deficit compreso tra gli otto e i diciassette miliardi di euro nel 2025 (vale a dire tra lo 0,3 per cento e lo 0,7 per cento del pil). 

Da parte del governo, la battaglia di comunicazione coi sindacati è stata giocata sul tema della “riduzione delle ingiustizie sociali” e sulla fine di questi regimi speciali che erano stati pensati in altri tempi per offrire dei vantaggi – calcolo più favorevole della pensione, un’età più bassa per accedere alla pensione, un periodo più breve per il versamento dei contributi – a categorie di lavoratori – più o meno – svantaggiati (gli insegnanti, i ferrovieri, il personale delle industrie elettriche). Più o meno perché nel tempo in questi regimi speciali sono rientrati anche il personale della Banque de France, quello dell’Opéra di Parigi e della Comédie-Française, gli impiegati notarili e altre categorie. La maggior parte di questi regimi speciali, inoltre, è in deficit: i contributi versati dai lavoratori non coprono le pensioni. Lo stato quindi deve realizzare delle trasferte di denaro: quest’anno si sono attestate attorno ai sette miliardi e mezzo di euro (il 96 per cento dei quali finisce ai lavoratori del trasporto ferroviario e del trasporto pubblico locale).

La fine dei regimi speciali sembra però essere la sola certezza della riforma. Sul resto il governo è entrato un po’ in confusione, alimentando l’incertezza. In particolare il disaccordo – al governo – ruota attorno due punti: la definizione dell’età per andare in pensione – che alcuni vorrebbero mantenere a sessantadue anni, come Macron, e altri vorrebbero portare a sessantaquattro, come Delevoye e come suggerito dallo stesso Conseil d’orientation des retraites; e la platea dei lavoratori interessati dall’applicazione della riforma, con il governo diviso tra l’applicazione a coloro che entreranno nel mercato del lavoro nel 2025 oppure già a tutti.

La cacofonia che il governo ha dimostrato su questi temi è uno degli elementi che ha alimentato l’ansia dei cittadini e, soprattutto, la polemica politica, con la comparsa di alleanze inedite.

La riforma delle pensioni ha infatti visto dalla stessa parte della barricata il Rassemblement national di Marine Le Pen e La France insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon. Entrambi i partiti insistono sulla pensione a sessant’anni (e la pensione minima a mille euro per Lfi). Come finanziarla? Secondo Marine Le Pen con la riduzione dei contributi francesi all’Unione europea e delle spese legate all’immigrazione. Mélenchon non pervenuto.

I partiti più in difficoltà, come al solito, sono la destra e la sinistra moderate: il Parti socialiste (Ps) e Les Républicains (LR). I socialisti per ora rimangono a guardare, in attesa di capire i contenuti del progetto di legge (anche se il segretario socialista si è limitato a dire che non c’è urgenza di riformare le pensioni). Les Républicains, invece, sono in una situazione complicata poiché sono i soli che propongono di alzare l’età pensionabile a sessantaquattro-sessantacinque anni, per tenere conto dei cambiamenti nella speranza di vita. Una proposta non molto popolare per un partito di opposizione, già alle prese con la perdita di elettori a favore del flessibile partito di Emmanuel Macron, che ha vinto le elezioni nel 2017 grazie ad un elettorato di centrosinistra e che oggi ricerca appoggi nell’elettorato di centrodestra, come le recenti elezioni europee hanno confermato.

La partita di Macron è, dal canto suo, molto difficile perché attraverso le pensioni si gioca molto della sua immagine di “riformista”. Nei giorni scorsi, un sondaggio Harris Interactive ha indicato che il 39 per cento dei francesi che sostengono l’azione del presidente lo fa essenzialmente per l’audacia e il coraggio che dimostra nell’affrontare i problemi. Se Macron cede, l’immagine ne sarebbe scalfita, nel suo elettorato e nel potenziale elettorato moderato. Però il momento è delicato. Il prossimo anno ci saranno le elezioni municipali in tutte le maggiori città francesi – Parigi in testa -, un test elettorale importante in vista delle elezioni presidenziali del 2022. Battaglie politiche ed elettorali che Macron non può permettersi di perdere.

Gli altri protagonisti dello scontro, i sindacati, si giocano molto della loro già indebolita immagine. Che riescano nel loro intento è tutto da vedere: negli ultimi trent’anni i movimenti sociali hanno ottenuto qualcosa soltanto nel 1995 (riforma delle pensioni) e nel 2006 (il contratto di primo impiego). Per il resto la capacità dei sindacati di incidere sulle decisioni del governo e del parlamento non si è dimostrata così efficace.

E oggi i sindacati francesi vivono una situazione di crisi ancor più forte che in altri contesti europei. Giovedì nelle strade di Parigi i compagni di viaggio dei sindacati non erano dei migliori: vuoi perché politicamente dannosi (estrema sinistra e estrema destra) vuoi perché complicati da gestire (i gilet gialli).

Pensioni. A oltranza contro “la retraite” versione Macron ultima modifica: 2019-12-08T15:36:53+01:00 da MARCO MICHIELI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento