Toto Tolo: ridere meno, ridere meglio

A fine corsa nelle sale il film di Checco Zalone, che non eguaglierà gli incassi del precedente “Quo vado” ma qualche merito ce l'ha.
scritto da ROBERTO ELLERO
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Si ride di meno. Fatale per un comico se quel commento diviene passaparola. È successo, sta succedendo, per Tolo Tolo, che partito a razzo il primo gennaio scorso, con incassi strepitosi, oggi arranca, scomparso dagli schermi già alla terza o quarta settimana nelle situazioni medio-piccole (Venezia, ad esempio, coi suoi sette schermi) e distante dai nove milioni di spettatori e sessantacinque milioni di incasso del precedente Quo vado, uscito quattro anni fa. 

Tolo Tolo resta abbondantemente sotto, battuto lo scorso week-end dall’adolescenziale Me contro te – Il film e in quest’ultimo fine settimana finito addirittura sesto nella classifica dei migliori incassi, con uno score complessivo di sei milioni e mezzo di spettatori e una resa di quarantacinque milioni e mezzo di euro. Numeri di tutto rispetto, intendiamoci, ma non se si trattava di superarsi, di battere ogni record, di conquistare platee ancora più vaste. Difficile, ora, per non dire impossibile, quel traguardo.

Si ride di meno, dicevamo. Ed era il commento quasi generale del pubblico, sin dalle prime proiezioni. Fra i giovani, in particolare, affezionatissimi al comico pugliese ma abituati a un Checco Zalone che ne ha per tutti, scanzonato e un po’ cretinetti, non troppo acculturato, diciamo pure sfigato, mai del tutto perdente comunque.

E perciò battute a raffica sull’universo mondo, con sfumature anche autocritiche ma essenzialmente prendendo per i fondelli gli altri. Senza particolari connotazioni politiche. O, forse sì, perfettamente compatibili con certo populismo che da qualche tempo si respira un po’ ovunque.

Almeno sino a Tolo Tolo e a quel suo trailer malandrino, Immigrato, che prometteva tutt’altri sviluppi, gag a non finire sulle disgrazie di un italiano perseguitato da un extracomunitario di colore, simpaticamente canagliesco oltretutto, che dopo una infinità di questue finisce per infilarsi nel suo letto. Fra moglie e marito, con la compiacenza di lei, c’è da credere, e per lo scorno di lui: il Checco cornuto e mazziato.

Trailer (alla Celentano) ammiccante ma non del tutto “politicamente corretto”, era capitato di leggere, poi fonte infinita, per qualche tempo, di like (a destra) e di distinguo (a sinistra), ingannevole in realtà, perché non c’entrava niente con il film. Che una volta sugli schermi mostrava di non nascondere affatto la sostanziale simpatia dell’autore verso gli immigrati.

Il vero problema, semmai, quegli attacchi di fascismo che, come la candida, incombevano sul protagonista, imbroglione da par suo, come pochi (o tanti) per queste nostre contrade, finito in Africa per debiti (un ristorante sushi nella cittadella pugliese delle salsicce), alle costole un paio di famigliole che te le raccomando. Un italiano senza arte né parte, in fondo, pazzariello ma dal cuore d’oro. Non fosse per quegli attacchi, forse l’eterno fascismo di cui parlava Umberto Eco, in versione parodica.

Il castigat ridendo mores era prassi in uso nella miglior commedia all’italiana. E diciamo Scola (Riusciranno i nostri eroi…, con cui Tolo Tolo è imparentato), Monicelli, Risi, coi loro Sordi, Manfredi, Gassman e Tognazzi. Ma anche Totò, intendiamoci.

Modelli inarrivabili forse perché irripetibili. Siamo cresciuti con quei film e ne sentiamo la mancanza: il “correggere ridendo” senza troppi moralismi e con un po’ di ribalderia, capace di conquistare all’implicito pensiero critico fette consistenti di (magari ignaro) immaginario nazionale.

Che Zalone l’africano potesse (o volesse) intrupparsi coi migranti, solidarizzando con loro nella comune avversità, in fondo era già scritto in Quo vado (nell’incipit penitente davanti al capo tribù, nel finale dell’ospedale da campo, in mezzo alla giungla, alla faccia del posto fisso che pure fungeva da tormentone per tutto il film). E peggio per chi non se n’era accorto o non ricordava. Giovane o vecchio che fosse.

Sì, forse con Tolo Tolo si ride meno, ma si ride meglio. E se non fa piacere abbassare gli incassi, a noi non è dispiaciuto affatto accarezzare le risate di un tempo. Pazienza per il box office, sarà per un’altra volta.

Toto Tolo: ridere meno, ridere meglio ultima modifica: 2020-01-27T20:07:37+01:00 da ROBERTO ELLERO

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1 commento

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Lorenzo Colovini 30 Gennaio 2020 a 12:08

Roberto, ma sicuri che il punto sia che “si ride meno” (o anche pure se si ride meglio..)? Certo, trattandosi di un autore che ci aveva abituato (intelligentemente) a ridere molto, conta anche quello e sicuramente conta per la produzione che va i conti con gli incassi. Ma, a noi che degli incassi non ci può fregare meno, poniamoci la domanda: Tolo Tolo è un film riuscito?
È riuscito nei tempi, nella ritmica? No, si trascina stancamente e, appunto, senza ritmo. Troppi elementi slegati es. il cartone animato finale, la “tranche mussoliniana” del tutto incongrua, solo per far dire la (gustosa) battura della Candida..
È riuscito nella storia, nei personaggi di contorno? No, la storia è piena di incongruità, i personaggi non provocano nessuna empatia, alcune scene sono francamente assurde.
Il messaggio, l’immedesimazione nel migrante clandestino? È debole (oltretutto molto edulcorata quindi non ha neppure valore documentaristico).
Probabilmente, in questo concordo con te, aveva l’ambizione di riproporre la commedia all’italiana degli anni ‘60/70 o quantomeno era basato sullo stesso principio fondante di questa: gli italiani sono disposti a riflettere criticamente su sé stessi solo se, nel farlo, li fai ridere. Ma quanta differenza..
Possiamo infine semplicemente dire che Tolo Tolo è, cinematograficamente, un film mal riuscito?

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