“Gantz, non cadere nella trappola di Bibi”. Parla Ayman Odeh

“Il mio impegno va alla costruzione di un movimento ebraico-arabo progressista, che ridefinisca l’idea stessa di identità nazionale, non più legata ad una appartenenza etnico-religiosa”, dice a ytali il leader della Joint List, il principale partito arabo-israeliano.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Quello di Trump è l’ultimo regalo, di una lunga serie, fatto al suo amico Netanyahu. Quel piano legittima le aspirazioni annessionistiche della destra israeliana e pone fine al dialogo con i palestinesi. E Benny Gantz sbaglia gravemente nel far suo quel piano. In questo modo spacca il campo democratico e cade nella trappola di Netanyahu.

A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a ytali è Ayman Odeh, il leader della Joint List, la Lista araba unita, che nelle elezioni del 17 settembre ha ottenuto tredici seggi e che i più recenti sondaggi danno in crescita alle elezioni del 2 marzo.

Nel “Piano del secolo” messo a punto dall’amministrazione Trump, per dare soluzione al conflitto israelo-palestinese, si fa un esplicito riferimento all’annessione della Valle del Giordano da parte d’Israele. Qual è in merito la sua posizione?
Di assoluta contrarietà. Dirò di più: la ventilata possibilità che questo “Piano del secolo” venga presentato prima del 2 marzo, rappresenta un’ingiustificabile ingerenza nella vita politica interna a Israele. In questo modo, così come è stato con lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e il sostegno all’annessione di una parte della Cisgiordania occupata, il presidente Trump continua a fare campagna elettorale per il suo amico Netanyahu. Non è proseguendo sulla strada della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati che Israele potrà raggiungere una pace giusta e duratura con i palestinesi. Una pace fondata sulla soluzione a due Stati. L’alternativa è istituzionalizzare il regime di apartheid nei Territori, ma questo darebbe un colpo mortale alle residue speranze di pace. Noi vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno stato palestinese accanto allo stato d’Israele, sulla vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, sulla giustizia sociale e sicuramente sulla democrazia per tutti. Un’aspirazione che non potrà mai essere realizzata se al governo ci saranno ancora Netanyahu e le destre razziste.

Nel Piano Trump è contemplato uno stato palestinese…
Definirlo stato è ridicolo! Quello che è configurato è una sorta di “Bantustan” nel quale i palestinesi verrebbero ingabbiati. Quello pseudo stato non avrebbe il controllo dei suoi confini e dipenderebbe in tutto da Israele. Questo piano è stato partorito per essere rifiutato dalla dirigenza palestinese in modo tale da poter dire “ecco, vedete, non sanno dire altro che no”. E infatti Netanyahu ne sta facendo un punto di forza della sua campagna elettorale. 

Ma quel piano, sia pure con alcuni distinguo, è stato fatto proprio anche dal leader di Kahol Lavan (Blu Bianco) Benny Gantz.
Gantz commette un grave errore nel rincorrere Netanyahu sul suo terreno. Forse così pensa di accreditarsi presso la Casa Bianca, di certo provoca una frattura nel campo democratico e progressista israeliano. Su questo punto voglio essere molto chiaro: la Joint List non appoggerà mai un governo che abbia nel suo programma la realizzazione del Piano Trump, anche se di quel governo non dovesse far parte Benjamin Netanyahu. Quel piano, insisto, è unilaterale, pericoloso e rischia di alimentare una nuova escalation di violenze. Ma forse è proprio questo l’obiettivo di Netanyahu e dei suoi sostenitori americani: stravolgere l’agenda politica israeliana, riproponendo l’emergenza sicurezza come assoluta priorità. Gantz rischia di cadere in questa trappola. Noi non lo seguiremo.

Nel “Deal of the Century” s’ipotizza anche che alcune parti di territorio israeliano potrebbero rientrare nell’ipotetico stato palestinese.
E guarda caso la destra ultranazionalista traduce questa balzana idea nel “diamogli un po’ di arabi israeliani, così ce li togliamo fuori dai piedi”. Vogliono liberarsi di noi ad ogni costo. Ma non ci riusciranno. La crescita della Joint List deriva dalla nostra capacità di parlare non solo agli arabi israeliani ma anche ai cittadini ebrei d’Israele che rifiutano di vivere sotto un regime etnocratico.

Recenti sondaggi danno la Joint List in crescita di consensi e di seggi, dagli attuali tredici a quindici. Seggi che potrebbero risultare decisivi per dare vita a un governo di centrosinistra. Siete pronti ad assumervi responsabilità di governo?
Assolutamente sì. Una democrazia non può definirsi compiuta fino a quando vigerà una sorta di pregiudiziale di fatto nell’inclusione degli arabo-israeliani e dei partiti che li rappresentano in grande maggioranza, nel governo d’Israele. Per decenni, la nostra è stata un’esclusione pregiudiziale. Ora non è più così. Nessuno ci ha regalato niente. Abbiamo combattuto perché le problematiche che riguardano una comunità che rappresenta oltre il venti per cento della popolazione d’Israele entrassero nell’agenda politica di chi ha l’ambizione di governare. L’unico futuro di questo paese è un futuro condiviso e non esiste un futuro condiviso senza la piena ed equa partecipazione dei cittadini arabo-israeliani.

C’è bisogno di una discontinuità netta col passato. L’uscita di scena di Netanyahu è importante ma non basta per imprimere una svolta radicale nel governo d’Israele. Noi arabo-israeliani non vogliamo essere tollerati, ma considerati cittadini d’Israele a tutti gli effetti, né più né meno degli ebrei israeliani. È questa la sfida che lanciamo. Ed è una sfida che investe l’essenza stessa della democrazia e dell’idea di nazione. A votarci, il 17 settembre, non sono stati solo gli arabo-israeliani, ma tanti ebrei israeliani che condividono la nostra idea di democrazia, che si battono perché lo stato d’Israele sia, a tutti gli effetti e su ogni piano, lo stato degli israeliani, ebrei e arabi. È la rivendicazione di un diritto di cittadinanza che supera le appartenenze comunitarie. Un governo che lavorasse per questo, sarebbe davvero un governo del cambiamento.

Lei parla di svolta. Questo deve riguardare anche il processo di pace con i vostri “fratelli” palestinesi? A Ramallah come a Gaza non si fanno grandi illusioni.
Israele potrà ambire a essere un paese normale solo quando raggiungerà una pace giusta e duratura con i palestinesi. Una pace fondata sulla soluzione a due stati. Fuori da questa prospettiva, c’è solo il perpetuarsi dello status quo. Una pace giusta con i palestinesi è un investimento sul futuro. Perché non sarà con la forza che costruiremo un futuro di pace, né portando avanti la colonizzazione dei Territori palestinesi. Le risorse economiche che le destre hanno utilizzato per ampliare gli insediamenti vanno destinate all’istruzione, al sostegno delle fasce più deboli della società, a creare opportunità di lavoro per i giovani. Un Israele più giusto non si costruisce con più colonie.

Haaretz, il quotidiano progressista israeliano, la candida come il vero leader in pectore della sinistra israeliana…
Ne sono onorato, non per me ma perché vuol dire che pensare a un arabo israeliano come un possibile leader della sinistra israeliana, è già di per sé un segno importante di cambiamento, culturale, prim’ancora che politico. Una cosa è certa: il mio impegno va alla costruzione di un movimento ebraico-arabo progressista, che ridefinisca l’idea stessa di identità nazionale, non più legata ad una appartenenza etnico-religiosa che istituzionalizzi cittadini di serie A, gli ebrei, e di serie B, gli arabo-israeliani. Per farlo c’è bisogno di una battaglia culturale che accompagni e rafforzi l’azione politica. Perché si tratta di riscrivere la storia d’Israele, ridefinire l’idea stessa di cittadinanza, combattere una deriva etnocratica alimentata dalle destre. Non si tratta solo di cambiare governo. Si tratta di cambiare mentalità. E questo, ne sono consapevole, è un impegno di una vita.

Verrà un giorno in cui Israele potrà accettare un primo ministro non ebreo?
Lo spero, e non solo da arabo-israeliano. Perché quel giorno sarebbe la consacrazione di una democrazia compiuta, l’alba di un nuovo Israele.

“Gantz, non cadere nella trappola di Bibi”. Parla Ayman Odeh ultima modifica: 2020-02-08T16:21:50+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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