Il rapporto con la propria memoria storica. L’idea di “normalità” che s’insedia in un Paese in guerra permanente. Questioni che in Israele vanno ben oltre la tormentata sfera politica e investono una dimensione “esistenziale”, toccando le corde più sensibili dei sentimenti, delle emozioni, del vissuto quotidiano, della percezione del passato nelle sue pagine più tragiche, e di un futuro che non induce all’ottimismo. Il senso d’Israele. Di questo scrivono due grandi firme di Haaretz: Gideon Levy e Hanin Majadli.
Levy tocca un argomento spinosissimo e lo fa con la consueta capacità “provocatoria”, di chi sa di andare controcorrente ma non recede dall’affermare “verità” scomode. Come quella che declina in un articolo dal titolo: Una maglietta con la scritta “Free Palestine” in un memoriale dell’Olocausto non è una contraddizione
Scrive Levy:
La scorsa settimana alcuni adolescenti provenienti da un campo giovanile antifascista internazionale hanno visitato il Memoriale del campo di concentramento di Mauthausen, in Austria. Molti di loro indossavano magliette con slogan a favore della liberazione della Palestina. Su alcune magliette erano raffigurati la bandiera palestinese e l’immagine di Dalal Mughrabi, una delle partecipanti all’attacco terroristico lungo la strada costiera in Israele del marzo 1978. La presenza della sua immagine sulle magliette di alcuni adolescenti ha offuscato il messaggio di solidarietà con la Palestina.
Non appena i partecipanti sono entrati nel sito commemorativo, sono stati accolti da una raffica di condanne da parte di una donna che parlava inglese con accento americano.
«Vergognatevi», li rimprovera prima di rivolgersi alla loro guida dicendo, con tono da maestra: «Può spiegarmi perché in un campo di concentramento sia permesso esibire magliette con la scritta Free Palestine?» La guida, scioccata – forse dal tono o dal contenuto – mormora qualcosa per far capire che non ha tempo di rispondere, dovendo parlare con gli studenti, ma la donna, assumendo un tono più aggressivo, dice: «A voi va bene così, a voi va bene?», chiedendo poi ripetutamente agli studenti se fossero d’accordo.
Sì, lo erano, ha cercato di spiegarle uno degli studenti. «Israele sta perpetrando un genocidio contro la Palestina». A quel punto la pontificatrice ha iniziato a urlare: «Venite qui e lo chiamate genocidio mentre visitate un campo di concentramento? Non chiamate nulla genocidio. Questo è un fottuto genocidio. Vergognatevi!»
Il caso è esploso ed è diventato un fatto mediatico-politico interno e internazionale.
Racconta Levy:
I video dell’incidente si sono diffusi sui social media. N12 News, il sito web di Channel 12 News israeliano, li ha definiti «filmati straordinari da un campo di concentramento». Ma cosa c’è di così straordinario in persone che interpretano il termine «Mai più» come un appello a non far mai subire a nessun’altra nazione ciò che è stato fatto a noi?
Tuttavia, la mentalità della maggior parte degli israeliani non permette loro di vederla in questo modo. La memoria dell’Olocausto è esclusivamente nostra e «mai più» si riferisce solo agli ebrei. Solo a noi non accadrà mai più. L’interpretazione corretta di quelle parole è stata stabilita da tempo in Israele. Chiedetelo alle decine di migliaia di studenti israeliani delle scuole superiori, sottoposti al lavaggio del cervello, che tornano dalla visita ad Auschwitz con un inno ultranazionalista nel cuore e con l’idea che, dopo l’Olocausto, tutto ci sia permesso. L’idea che non ci sia luogo migliore delle rovine di un campo di concentramento per lottare per la liberazione di due milioni di esseri umani attualmente incarcerati nella Striscia di Gaza va oltre la comprensione degli israeliani.
Levy affronta di petto un tema di straordinaria delicatezza: l’uso politico che la destra israeliana fa della Shoah, come fonte di legittimazione di ogni azione compiuta per “evitare un nuovo Olocausto”, giocando sul senso di colpa del mondo, in primis dell’Europa.
Incalza Levy:
L’idea che le persone traducano le parole «mai più» in opposizione a ciò che Israele sta facendo ai palestinesi, il che li porta a Mauthausen, è inconcepibile. Il genocidio appartiene solo all’Olocausto e Mauthausen appartiene solo a noi, e saremo noi a decidere come comportarci lì, anche quando si tratta di studenti locali. Ancora qualche episodio del genere e Israele invierà la sua Polizia di Frontiera a controllare chi entra nel sito, cosa indossa e in cosa crede.
«Hai fatto la valigia da solo?» all’ingresso di un campo di concentramento in Austria, così come all’aeroporto internazionale Ben-Gurion di Israele. Ma gli studenti che hanno visitato Mauthausen hanno il diritto di trarne la lezione che offre secondo i propri valori morali. Quando vedono il genocidio a Gaza e sentono parlare delle migliaia di bambini morti lì, ricordano Mauthausen.
L’appello a liberare la Palestina non è antisemita. La donna che li ha rimproverati e il servizio su N12 News hanno visto una contraddizione tra Mauthausen e la Palestina libera. Ciò che intendono con questo alcune delle persone in tutto il mondo che ora invocano a gran voce la liberazione della Palestina è la libertà tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, un passaggio dall’apartheid alla democrazia. Nessuna richiesta potrebbe essere più giustificata di questa. Non intendono l’annientamento di Israele, come molti israeliani amano credere”.

In questo scenario, s’inserisce l’altro tema identitario: quello della “normalità”, nel proprio vissuto quotidiano e nel rapporto dall’altro da sé.
Ne scrive magistralmente, sempre quotidiano progressista di Tel Aviv, Hanin Majadli, in un’analisi psico-politica titolata: Dallo yoga alla “Zona d’interesse”: gli israeliani sono esseri umani
Annota Majadli:
In occasione della Giornata Internazionale dello Yoga, questa settimana a Tel Aviv si è tenuto un evento dedicato ai soldati che soffrono di disturbi post-traumatici a seguito della guerra. Ecco come è stato descritto l’evento su Twitter: «I soldati israeliani si rivolgono allo yoga per affrontare i disturbi post-traumatici causati dalle atrocità commesse contro i palestinesi». Le reazioni sono state le solite: «Non siete esseri umani», «Gli israeliani sono perversi», «Yoga dopo un genocidio», «La vera guarigione non può basarsi sulla disumanizzazione degli altri», ecc.
Quando ho letto questa notizia, mi sono chiesto se gli israeliani abbiano ragione quando affermano di essere disumanizzati. Secondo il dizionario, la disumanizzazione è un processo in cui una persona o un gruppo smettono di essere percepiti come esseri umani a tutti gli effetti e di pari valore, e vengono presentati come qualcosa di meno che umano. A giudicare dalle reazioni provenienti da tutto il mondo, è molto probabile che la risposta a questa domanda sia sì.
Ma non si può ignorare la ragione di tutto ciò. Si tratta di una società che ha appena perpetrato un annientamento nella Striscia di Gaza e che da decenni disumanizza i palestinesi, attraverso un’occupazione brutale e una crudele oppressione. Pertanto, la questione non è solo se gli israeliani siano oggetto di disumanizzazione, ma piuttosto cosa significhi questo concetto quando emerge come risposta alla disumanizzazione che essi stessi stanno perpetrando.
Durante la guerra, uno dei miei redattori mi ha chiesto se pensassi che gli israeliani fossero mostri o esseri umani. Ho risposto, ovviamente, esseri umani. «Sono capaci di commettere crimini orribili, come hanno fatto le persone nel corso della storia?», mi chiese, e io risposi di sì. In effetti, non c’è motivo di escludere gli israeliani dal genere umano e considerarli mostri per spiegare gli orrori che commettono a Gaza. Al contrario, una delle intuizioni più antiche e deprimenti che si possano trarre dalla storia è che la capacità di commettere atrocità non contraddice la natura umana, ma in realtà deriva proprio da essa.
Gli israeliani non vivono al di fuori del mondo della moralità. Sanno distinguere tra bene e male, tra giustizia e ingiustizia. La tradizione ebraica che assimilano a scuola è ricca di precetti che esortano alla ricerca della giustizia, della pace, all’accoglienza dello straniero, al rispetto per gli esseri umani e alla decenza di base.
Salvano gli animali, fanno donazioni ai bisognosi, sono sconvolti dalla violenza dei coloni e protestano contro le ingiustizie che avvengono ai confini della terra. Alcuni di loro aiutano i contadini palestinesi, altri trasportano palestinesi malati dai valichi di frontiera agli ospedali, anche se i loro figli prestano servizio militare proprio presso quei valichi”.
Ma questo processo di disumanizzazione “selettiva” non nasce con il 7 ottobre 2023.
Spiega Majadli:
In realtà, molti israeliani erano consapevoli da anni delle ingiustizie che stavano commettendo mentre queste avvenivano. Ad esempio, poco dopo la fondazione dello Stato, quando il giovane Israele concentrò i residenti arabi di Jaffa nel quartiere recintato di Ajami, un membro del partito di sinistra Mapam, Moshe Aram, che ricopriva la carica di ministro per gli Affari delle minoranze, affermò che trasformare il quartiere in un’area chiusa circondata da filo spinato gli avrebbe conferito il carattere di un «ghetto chiuso». Aggiunse che quell’idea gli evocava associazioni terrificanti. Già allora coesistevano la capacità di riconoscere l’ingiustizia e quella di perpetuarla.
Questa potrebbe essere una delle tristi intuizioni insite nel film «Zone of Interest», che racconta la vita idilliaca del comandante di Auschwitz, proprio accanto al campo. Non è che il male si manifesti lontano dal bene e dalla vita ordinaria, ma che possa manifestarsi proprio accanto ad essi. Proprio perché gli israeliani sono esseri umani, e non mostri, sono capaci di commettere atrocità.
La conclusione a cui giunge Hanin Majadli riporta alla mente “La banalità del male” di Hannah Arendt. Ieri come oggi, proprio perché sono esseri umani, e non mostri, sono capaci di commettere atrocità. Ieri i tedeschi del Terzo Reich, oggi gli israeliani plasmati dalla narrazione della destra più estrema che concepisce ogni palestinese come un nemico, subumano, da eliminare, tra una lezione di yoga e la cura degli animali.
La guerra come normalità, e per la cricca che governa oggi Israele, l’assicurazione sulla propria vita politica. Al punto da portare Netanyahu e i suoi accoliti di estrema destra a far saltare anche il piano di quindici punti su Gaza messo a punto dal Board of peace di Donald Trump. Una scelta elettorale, che assomiglia molto ad una mossa disperata in vista delle elezioni di fine ottobre. Una cosa è certa: Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich, la triade che tiene in ostaggio il Medio Oriente e il futuro d’Israele, farà di tutto per restare al potere. Anche contro l’ex amico di sempre: Donald Trump.

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